Via 43mila militari con l’aspettativa

Approda oggi al Consiglio dei Ministri la riforma delle forze armate. L’obiettivo è il taglio delle spese per tre miliardi di euro, come ha annunciato il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, secondo cui il progetto «intende porre in essere una ristrutturazione per utilizzare al meglio le risorse già ridotte che abbiamo». Non si risparmierà «sulle capacità operative, sui mezzi operativi e sulle unità operative – ha sottolineato – perché senza capacità operative le forze armate non servirebbero al Paese, e quelli sì che sarebbero soldi buttati, tanti o pochi che siano».
Il disegno di legge delega, che potrebbe essere presentato dopo Pasqua, punta alla riduzione del 20 per cento del personale, cioè 43mila persone in meno, tra civili e militari, in dieci anni. L’obiettivo è di arrivare ad un organico complessivo di 150mila militari. Ma che fine faranno i 43mila in esubero? Si potrebbe far ricorso a uno strumento, l’istituto della riduzione quadri, previsto appositamente per i militari. E’ una sorta di aspettativa: non si lavora e si riceve il 95 per cento della retribuzione. Il risparmio sarebbe notevole perché non si limiterebbe al 5 per cento sugli stipendi ma riuguarda tutte le altre spese, benefit, mense e servizi connessi, compresa la nuova Imu. C’è però un aspetto, sul piano umano, che non è stato affrontato: questa sorta di aspettativa di fatto blocca la carriera in una fase della vita a cavallo dei 50 anni, quando non si è più giovani ma neppure vicini alla pensione. «Qualsiasi cosa si farà non può che passare con la condivisione del personale sia per quanto riguarda la mobilità che per la quiescienza – avverte Filippo Ascierto, deputato del Pdl – La necessità di razionalizzazione delle forze armate deve passare solo attraverso questo perno, ossia il fattore umano. Senza accordo con i Cocer non si può far nulla».
Oggi il personale delle forze armate è fortemente sbilanciato, con ufficiali e sottufficiali superiori di numero alla truppa (93mila contro 83mila). C’è poi il problema dei beni immobili. «La dismissione è difficile, c’è bisogno di procedure tecnico-giuridiche ed esistono problemi di destinazione urbanistica», spiega Edmondo Cirielli, del Pdl. Quello della Difesa è un patrimonio disomogeneo: si va dalle caserme nelle aree urbane, di grande valore, ai fari e ai poligoni di tiro, per un totale di 430 miliardi (demanio escluso). Il valore degli immobili propri della Difesa dovrebbe essere fra i 50 e i 100 miliardi.