Bersani & company hanno deciso: la classe operaia va in Purgatorio

Quando la classe operaia andava in Paradiso (il film di Elio Petri è del 1971) il metalmeccanico Lulù, magistralmente interpretato da Gian Maria Volontè, faceva le spese delle insufficienze rappresentative del Movimento studentesco, spesso troppo distante e astratto rispetto ai reali problemi degli operai, e della volontà delle organizzazioni sindacali, qualche volta colluse con i padroni con i quali concertavano e decidevano della vita stessa di chi lavorava alla catena di montaggio. Storie d’altri tempi. Cipputi, oggi, è meno alienato di un tempo: ad avvitare dadi e bulloni ci pensa il computer. Ma al di fuori della fabbrica gli scenari sono praticamente immutati, viene strattonato, sfruttato politicamente, diventa oggetto del desiderio (elettorale). E chissenefrega se non arriva a fine mese. Sono in molti a giocare a dadi con il destino della tuta blu: la Fiom, che è pronta allo sciopero con slogan e striscioni, riciclando lotte ideologiche veteromarxiste che hanno fatto il loro tempo; il Pd e Susanna Camusso, che non hanno ancora deciso se stanno con Mario Monti o con i lavoratori; Di Pietro che invece cerca di cavalcare la protesta per accalappiare consensi. Nel mezzo resta sempre lui, il povero operaio, quello degli anni nostri, che fa i salti mortali per sbarcare il lunario ed è stato sfrattato in quattro e quattr’otto dal Paradiso. Il Pd l’ha mandato in Purgatorio, sacrificandolo sull’altare del governo dei tecnici e delle strategie elettorali.

La Fiom in piazza
Lo sciopero generale del metalmeccanici Fiom e la manifestazione contro la precarietà e a sostegno dell’articolo 18 dello Statuto del lavoratori, previste per venerdì 9 marzo, nascono in questo contesto. Maurizio Landini e i suoi approdano all’ appuntamento dopo aver fatto la fronda per tutta la vertenza Fiat, non aver firmato gli ultimi accordi di categoria ed essersi schierati in maniera molto intransigente per il diritto di reintegro in azienda di chi è stato licenziato e, quindi, per l’intoccabilità dell’articolo 18. In piazza si sfila anche contro la precarietà, ma è evidente che questo non può che essere un argomento unificante, mentre è sul resto che le divisioni sono forti. Anche perché è evidente la connotazione politica legata a un chiaro no al governo Monti da parte dei metalmeccanici della Cgil. Proprio su questo, da settimane il Pd era dilaniato tra chi riteneva che la partecipazione al corteo fosse una scelta obbligata e chi, invece, invitava a evitarlo. Ieri il Pd ha sciolto il dilemma: alla manifestazione non si parteciperà, almeno in maniera ufficiale, punto e basta.

Il forfait del Pd
I montiani del Pd hanno vinto. Ma né Pier Luigi Bersani, né gli altri papaveri del partito hanno avuto il coraggio di questa assunzione di responsabilità. Alla fine la motivazione ufficiale è stata che con l’annunciata presenza sul palco di Roma, a San Giovanni, dei No Tav venivano a mancare i contenuti unificanti alla base della manifestazione. Lo stesso Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, che aveva già annunciato la sua partecipazione alla manifestazione, ha ritirato l’adesione. Il dissenso è così motivato: «La piattaforma della Fiom per il 9 marzo non è contro il governo Monti, ma coglie aspetti centerali delle rivendicazioni che lo stesso Pd sostiene. Primo fra tutti il tema della democrazia sindacale, reso particolarmente acuto dal caso Fiat. La protesta – si aggiunge – sta però assumendo un significato diverso con ik sostegno che la Fiom ha dato alla battaglia No Tav, una posizione che stride con l’orientamento maggioritario dei democratici».  Tutto chiaro?  Per nulla. Se le motivazioni fossero realmente quelle annunciate ieri non si spiegherebbe il perché di tutte le polemiche delle ultime due settimane, tra chi definiva la partecipazione alla protesta incompatibile con l’appoggio al governo e chi, invece, sosteneva che le due cose potevano tranquillamente rimanere distinte.

A pezzi la foto di Vasto
E infatti Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, non abbocca. E così anche Sel (Sinistra, ecologia e libertà). Avevano annunciato la partecipazione alla manifestazione della Fiom e ieri l’hanno confermata. «Cari amici e cari amiche – scrive in una lettera ai metalmeccanici Di Pietro –  purtroppo un piccolo problema di salute mi impedisce di essere fisicamente  lì con voi il 9 marzo. Ma moralmente sarò in prima fila per portarvi la mia solidarietà e quella di tutta l’Idv. Le vostre ragioni sono chiare, forti e da noi profondamente condivise. Con la democrazia non si scherza, e oggi, la Fiat si pone, di fatto, al di fuori delle regole democratiche». Una posizione molto chiara che di fatto manda al macero la foto di Vasto, con sullo stesso palco Bersani, Di Pietro e Vendola. Dei tre Bersani antepone il sostegno al governo a tutto il resto, mentre gli altri due si schierano con i contestatori e con quelle che definiscono «le ragioni del lavoro». Una volta di più viene quindi dimostrato che il centrosinistra era unito in una sola cosa: fare la guerra a Silvio Berlusconi. Su tutto il resto i vari partiti suonano strumenti diversi e, sulle lunghe distanze, i nodi vengono al pettine: è praticamente impossibile continuare a sostenere tutto e il contrario di tutto. Lo fa capire chiaramente Maurizio Landini. leader della Fiom. «Noi – afferma con riferimento alla presenza sul palco dei No Tav –  siamo coerenti. Non capisco questa decisione. Se parla un No Tav per noi la manifestazione non cambia disegno. Poi rispettiamo la decisone di ogni forza politica e il Pd si prenderà le proprie responsabilità». Quindi una constatazione: «Che la Fiom non sia d’accordo con le grandi opere non è un fatto di ieri. Nel congresso del 2010 votammo tre documenti di appoggio ai No Tav, ai movimenti contro il nucleare e a quelli per l’acqua pubblica. Il 16 ottobre in piazza, con tanti esponenti politici non avevamo cambiato idea. Non è che si scopre ora che noi siamo No Tav». Quanto all’invito rivolto al presidente delle Comunità montane di Val di Susa di parlare dal palco di San Giovanni, Landini ricorda che «è iscritto al Pd e che è stato sindaco». Bersani e i suoi, perciò, la smettano di ciurlare nel manico.