Bersani and Co. per il “lodo Pippo Baudo”

«Via i partiti dalla Rai». Lo slogan è ad effetto ma, se a pronunciarlo è un leader di partito (Pier Luigi Bersani) ha il senso della contraddizione marxista. Nel senso di Groucho Marx («Non farei mai parte di un club che accetta soci come me»). Un comico al posto dell’autore de Il Capitale, coerentemente con i nuovi ideologi dei postcomunisti: se prima le soluzioni erano suggerite da Norberto Bobbio, oggi imperversa il “lodo Pippo Baudo”.
La soluzione invocata dall’Highlander dei presentatori televisivi («Ci vorrebbe un Marchionne anche per la Rai»), un tempo alle Botteghe Oscure sarebbe stata liquidata con sorrisetti e alzate di spalle. Altri indirizzi e altri dirigenti.  Oggi diventa la stella polare per i Democrat, che invocano l’uomo forte, pur di far saltare il tavolo che li vede in minoranza a viale Mazzini. Ormai si gioca a carte scoperte: da una parte il segretario Pdl Angelino Alfano, conferma la sua posizione sulla Rai e ricorda che «vi è una legge vigente». «Noi – chiarisce, a margine di un incontro a Portogruaro – siamo contro una scelta dei partiti che potrebbero fare una battaglia legislativa al solo fine di mettere le mani sulla Rai».
Dall’altra il braccio di ferro di Bersani: «Se il governo non interviene, Pdl e e Lega si accomodino. Il Pd non parteciperà alle nomine», ribadendo che «urge la riforma della governance Rai con i partiti che restino fuori». Non a caso esulta Antonio Di Pietro: «Bene Bersani sulla Rai, meglio tardi che mai. Noi lo avevamo detto sin dal primo momento – rivendica il leader dell’Italia dei Valori – e non ci avete ascoltato, ma è un atto di resipiscenza operosa che apprezziamo. Occorre ridare ruolo e dignità al servizio pubblico radiotelevisivo».
Una dignità che sottointende fare carta straccia dell’attuale governance. Non a caso gli risponde il padre dell’attuale legge. «Che Bersani – attacca Maurizio Gasparri – sia refrattario ad applicare la legge vigente è un conto. Ma che reciti la parte dell’agnellino è ridicolo. Alfano ha giustamente richiamato la possibilità per la Rai di applicare la legge esistente, votata dal Parlamento e mai contestata in alcun punto dalla Corte Costituzionale. Il Pd – taglia corto il presidente dei senatori del Pdl –  e tutti gli altri partiti se ne facciano una ragione. Noi agiamo in punta di diritto. Loro accecati da logiche spartitorie».
Contro l’eventualità dell’apertura di trattative e di scambi sulla Rai, interviene Altero Matteoli: «La tv di Stato è regolata da una legge – ha sottolineato l’ex ministro delle Infrastutture – e noi chiediamo di applicarla, peraltro non ci sono gli estremi per un commissariamento. Se poi il Parlamento decidesse di modificare la legge Gasparri vedremo, intanto va applicata l’attuale normativa».
Per il portavoce vicario del Pdl, Anna Maria Bernini, è «assurdo che alla vigilia dell’attuazione di una riforma del lavoro determinante e necessaria per rilanciare il Paese Terzo Polo e Pd cerchino di alzare la posta tirando per la giacchetta il governo su interventi non necessari quali il commissariamento della Rai».  Il collega di partito, Osvaldo Napoli, parla di «gioco delle tre carte» perché  «l’idea di cacciare la politica dalla porta per farla rientrare poi dalla finestra nella figura di professori o do tecnici non sta in piedi. Il dramma del servizio pubblico è tutto nell’incapacità delle forze politiche di rispettare le leggi votate dal Parlamento. La pretesa di neutralizzare la politica commissariando Viale Mazzini è un pessimo espediente che riporta il problema, come nel gioco dell’oca, alla casella di partenza. Per la Rai, ove non si imbocchi la via di una parziale ma robusta privatizzazione, rimane da percorrere solo la strada del rispetto della legge». Dall’interno del Consiglio d’amministrazione dell’Azienda fa sentire la sua voce Antonio Verro: «L’ipotesi del commissariamento non esiste, non ci sono presupposti di legge, Se il Pd vuole cambiare la legge Gasparri, lo faccia se è in condizione di farlo – prosegue Verro – ma contesto il concetto di un commissariamento per la transizione. Ormai siamo fuori tempo massimo per le riforme, bisognava pensarci prima.
Per quanto mi riguarda invito a procedere quanto prima al rinnovo con la legge attuale».
A nove giorni dalla scadenza del mandato dell’attuale Cda Rai imperversa l’inevitabile toto-nomine su chi sarà chiamato a guidare l’azienda di Viale Mazzini. Che si tratti della conferma di Lorenza Lei alla direzione generale e con gli attuali poteri, di un dg potenziato o di un commissario lo stabilirà la politica, ma intanto si rincorrono voci sui papabili inquilini del settimo piano del palazzo Rai. Le scuole di pensiero sono essenzialmente due: quella che promuove una soluzione interna di un conoscitore della complessa macchina di un servizio pubblico da oltre 10.000 dipendenti e quella che ipotizza l’arrivo di un supermanager esterno che possa far uscire far attraversare con slancio all’azienda radiotelevisiva la congiuntura economica mondiale. In tutti i casi non sarà un compito facile.