All’appuntamento con Monti la sinistra in un mare di guai

Che non fosse facile era scontato. Mettere le mani nella riforma del lavoro, dopo anni di paralisi dovuta al gioco perverso della sinistra – che ne aveva fatto un’arma propagandistica al pari della riforma della scuola, con le truppe cammellate perennemente in piazza – significava di per sé alzare i toni del confronto. Ma che non fosse facile era scontato anche perché bisognava correggere tutte le folli idee della stessa sinistra che, quando si trovò al governo, si rifugiò in sotterfugi e scorciatoie, creando di fatto la precarietà e aumentando l’esercito degli “insicuri”. Il problema è grosso, il Pd naviga a vista, un po’ con Monti e un po’ con la Cgil. La Camusso cerca di dimenarsi per non perdere gli iscritti al sindacato. E gli alleati (o pseudo tali) dipietristi e vendoliani non ne vogliono proprio sapere di cambiare qualcosa, neppure una virgola. Il solito giochetto della sinistra di lotta e di governo, un giochetto che s’infrange perché adesso non si può scherzare col fuoco: l’appuntamento dei sindacati con Monti è per oggi e i presupposti di un’intesa non ci sono. Confindustria ha difficoltà a recepire le norme con cui si tenta di imbrigliare il precariato, le piccole imprese fanno le barricate contro l’aumento contributivo di quasi un punto percentuale, il governo ha fretta di concludere perché Monti è in partenza per l’Asia, i sindacati non hanno raggiunto una posizione comune sul contestatissimo tema di una riformulazione dell’articolo 18.

A vuoto la riunione “preparatoria”

«Non c’è nessun documento comune», ha detto ieri Susanna Camusso al termine dell’incontro con i colleghi Bonanni e Angeletti convocato per giocare di rimessa e mettere in difficoltà la Fornero. Al termine però è risultato evidente che la proposta unitaria del sindacato difficilmente potrà essere formulata, col risultato che il governo porterà il suo documento in Parlamento e chiederà ai partiti della maggioranza di essere sostenuto. «Basta discutere all’infinito», ha sostenuto il ministro del Welfare. Un percorso che apre contraddizioni forti all’interno del Pd. Pier Luigi Bersani, che giovedì della scorsa settimana ha fatto il punto assieme a Monti, Alfano e Casini, ha fatto appena in tempo a parlare di manutenzione dell’articolo 18 che è stato stoppato in malo modo dalla Cgil.

Lo scontro politico
Il sindacato della Comusso, infatti, si dice indisponibile sulla proposta di “modello tedesco” messa in piedi dalla Cisl e in qualche modo sostenuta dalla stessa segreteria del Pd che, nei giorni scorsi, si è mantenuta costantemente in contatto telefonico con Raffaele Bonanni autore della proposta. Il leader della Cisl, che ha genericamente accusato “qualcuno” di remare contro l’accordo, si rende conto che un’intesa è comunque preferibile alla rottura. E i democratici, anche se non lo dicono apertamente, sostengono tesi identiche. Elsa Fornero ha infatti già detto che, se la trattativa non dovesse produrre esiti positivi, il governo si presenterà in Parlamento con la propria proposta e lì si vedrà chi è disposto a sostenerla. A questo punto i conti sono presto fatti: il Pdl spinge comunque il governo a non fermarsi (Alfano ha detto che «se c’è un accordo generale è meglio, ma se non c’è noi non siamo per la paralisi, ma per dire sì»), l’Udc spinge per un’intesa ma è chiaro che alla fine sta con il governo, mentre la Cgil è lacerata al suo interno, con i veti della Fiom (ieri il segretario Maurizio Landini ha proposto addirittura due ore di sciopero per oggi in concomitanza con il vertice di Palazzo Chigi) e questo spiazza il Pd che è nella maggioranza e sostiene il governo, ma non può perdere la Cgil a un anno dalle elezioni. Ecco perché, domenica sera, al termine di una giornata di frenetiche consultazioni telefoniche, Bersani aveva ritenuto di farsi promotore di questo incontro tra i segretari di Cgil, Cisl e Uil che per sua sfortuna, però, non ha prodotto risultati.

Riforma in settimana
Oggi Monti prende direttamente in mano una trattativa che naviga ancora in alto mare. «Si sta lavorando, si vedrà – ha detto la Camusso – ci continuiamo a sentire». Il che significa nulla di concreto o poco più, mentre il governo conferma l’intenzione di varare la riforma del mercato del lavoro entro la settimana corrente e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, definisce «grave» il fatto che non si riesca a pervenire a un’intesa. Del resto bastava guardare i volti di Bonanni e Angeletti, ieri, all’uscita dal vertice in sede Cgil, per capire che tira aria di burrasca. I due, dopo qualche commento a mezza bocca, si sono incamminati verso Via Veneto dove hanno preso un tè con il segretario generale dell’Ugl, Giovanni Centrella. Al termine, uscendo dal bar, hanno confermato che le linee telefoniche delle Confederazioni rimarranno calde per le prossime 24 ore, fino all’incontro con Monti di oggi. E il ministro Fornero? I telefoni ci sono anche per lei, hanno fatto capire escludendo nei fatti qualsiasi iniziativa, dopo che la stessa Fornero aveva dato forfait alla sua presenza a un convegno per attendere in sede a Roma i risultati del vertice tra Cgil, Cisl e Uil, «perché  – ha sostenuto – l’intesa porterebbe un valore aggiunto».

I termini del contenzioso
Su che cosa si litiga? Sul tavolo ci sono le modifiche all’articolo 18. La Cgil aveva dato la sensazione di fare delle aperture, ma poi si era irrigidita dopo che Bersani, presentandosi al tavolo con Alfano, Casini e Monti, aveva cercato di mettere il cappello su tutto. A quel punto la Camusso aveva dato lo stop riportando in alto mare un negoziato che già scontava l’opposizione delle piccole imprese che restano ferme nella loro intenzione di denunciare i contratti se non verranno prese in considerazione anche i loro suggerimenti di cui, in qualche modo, si è fatto portatore il Pdl. «La riforma – hanno detto a una voce Alfano e Gasparri – non la possono pagare le piccole e piccolissime imprese». Ma, con la Cgil sull’Aventino, Bonanni si è via via convinto che stare fuori dall’accordo significhi «distruggere il sindacato italiano». Da qui la sua “guerra di movimento” per mettere in piedi un’ipotesi di accordo che lasci intatto l’art. 18 per quanto riguarda i licenziamenti discriminatori, lo abolisca nei casi di licenziamenti per motivi economici, rimetta l’ultima parola al giudice per i licenziamenti disciplinari. Su quest’ultimo fronte ci sarebbe comunque da concretizzare l’intesa sull’ammontare degli indennizzi. La Fornero prevede due anni di risarcimento economico, anche se il giudizio dovesse arrivare dopo 10, ma il sindacato punta ad alzare questa soglia.