Dal “Papi” al Papa: il Fatto quotidiano cambia bersaglio

Il plot è da romanzo di Dan Brown: il cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, durante un viaggio in Cina compiuto nello scorso novembre, avrebbe saputo che il Papa sarebbe morto entro dodici mesi e gli sarebbe succeduto il cardinale Angelo Scola, ora arcivescovo di Milano. A questo punto il cardinal Romeo avrebbe indotto un altro cardinale, il colombiano Castrillon, che ne era venuto a conoscenza, a scrivere il 30 dicembre dello scorso anno, un appunto riservato in lingua tedesca e a inviarlo al Papa. Benedetto XVI lo avrebbe ricevuto alcuni giorni dopo.
Non è la trama di un nuovo thriller: è uno “scoop” del Fatto quotidiano che, come il latte Uht, è a lunga conservazione: «Complotto per uccidere Benedetto XVI entro dodici mesi». Insomma, bisognerà attendere il 2013, quando Ratzinger compirà 86 anni, prima di poterla certificare come l’ennesima «bufala» del quotidiano di Padellaro e Travaglio.
In questi casi dalle fonti ufficiali della Santa Sede è inutile attendersi commenti giornalisticamente ghiotti. «Si tratta, evidentemente, di farneticazioni che non vanno prese in alcun modo sul serio», taglia corto il direttore della Sala Stampa Vaticana, Padre Federico Lombardi. Altrettanto asciutta la nota della diocesi palermitana: l’unica cosa vera è la visita «privata» del cardinale Romeo in Cina nel novembre 2011. È durata in tutto cinque giorni, compresi i due per il viaggio, e il Vaticano era informato di tutto, «come da prassi».
Chi può parlare chiamando le cose con il suo nome è Gianni Gennari: «C’è da reagire con una risata», dice il teologo e vaticanista che su Avvenire cura la rubrica “Rosso Malpelo”, dedicata agli strafalcioni dei giornali su Chiesa e Vaticano. Gennari, che con lo pseudonimo “Lupus in pagina” fa le bucce ai colleghi della carta stampata e della televisione, sceglie la strada dell’ironia: «È una turlupinatura».

Quali sono gli aspetti di questa inchiesta che ti fanno sentire puzza di “bufala”?

Vengono tirati in ballo due nomi e sono quelli di due cardinali. Uno è l’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo. E se tiri in ballo la città di Palermo, in un «complotto delittuoso», qual è il messaggio implicito che lasci trapelare? La mafia.

Come in un brutto thriller, tra l’altro è curioso che tutto emerga da una viaggio a Pechino.

Definito un «viaggio d’affari». Un porporato che va in Cina per «affari»! Ti pare credibile? Il tutto contribuisce a creare un’atmosfera da intrigo internazionale.

Si parla appunto un documento anonimo in lingua tedesca…

E loro certo sottolineano che è stato scritto in lingua tedesca come se il Papa e il suo segretario capissero solo il tedesco. Un messaggio farneticante: «Il Papa morirà entro dodici mesi», consegnato dal cardinale colombiano Dario Castrillon Hoyos. E anche qui mi pare non casuale l’altro nome tirato in ballo…

Per quale motivo?

Perché è noto che il cardinale sia simpatizzante dei lefebreviani, ha cercato di salvare anche il vescovo Williamson, il prelato che aveva negato la Shoah.

Un altro perfetto cattivo per un nuovo libro di Dan Brown…

Se fosse un romanzo. Ma purtroppo è un’inchiesta giornalistica.

Forse il quotidiano di Travaglio e Padellaro ha esaurito l’antiberlusconismo e ora sta cercando nuovi bersagli?

È chiarissimo. Tra l’altro la Chiesa è un bersaglio ancora più facile e più comodo. Non c’è l’abitudine a difendersi da duemila anni, quindi si può scrivere di tutto. Ad esempio si può anche scrivere sul “Fatto” riferito al cardinale Levada: «Il prefetto del Sant’Uffizio è assente». Solo perché Levada non ha voluto rispondere a una domanda del giornalista.

Nei tuoi oltre trent’anni da vaticanista hai memoria di un’inchiesta del genere?

La Chiesa nella sua storia è abituata a diventare il bersaglio degli attacchi più assurdi. Quando morì Giovanni Paolo I quel furbacchione del giornalista inglese David Yallop inventò la balla dell’omicidio del Papa.

Invece?

Fu un errore nel dosaggio dei medicinali. Papa Albino Luciani chiese al suo medico curante a Venezia quante gocce doveva prendere di un certo medicinale, invertì il numero di gocce con la quantità d’acqua. Ma l’idea del complotto era più allettante e soprattutto rendeva di più.

E per alcuni è rimasta l’ombra del sospetto…

Di quel travisamento dei fatti sono stato vittima anch’io. Parlai al Giornale Radio un’ora e mezzo dopo che avevo saputo della morte di Luciani, e citai il detto romano «Morto un Papa se ne fa un altro». L’indomani, sul “Corriere della Sera”, Goffredo Parise mi additò come esempio del cinismo che regna nella Chiesa.

Attaccare il Vaticano è diventato un business editoriale?

Certo. Quelli del “Fatto” si inseriscono in un filone che arruola autorevoli firme del “Corriere della Sera” e di “Repubblica”. Da una parte Sergio Romano e Beda Romano: il loro pamphlet contro la Chiesa è illuminante in questo senso. Come pure Corrado Augias, che ha incentrato gli ultimi libri nella stessa direzione.

Sui Social network i commenti sono piuttosto critici e scettici nei confronti dello scoop sul «complotto contro il Papa».

Il lettore è meno ingenuo di quanto si possa immaginare. I fatti parleranno da soli.