La sinistra fa “class action” contro Bossi

Denunciate, denunciate, qualcosa resterà. Hai voglia a parlare di giustizia lumaca, se tutti fossero affetti da denunciomania come gli esponenti della sinistra italiana i tribunali tanto varrebbe chiuderli. Il consigliere municipale del Pd stramazzato esanime a terra per un calcetto rimediato dall’esuberante collega del Pdl, a Ostia, ha già fatto il giro della rete, così come le sue grida isteriche che minacciavano denunce, querele, fucilazioni sommarie. Ora, però, i custodi della Costituzione hanno fatto le cose in grande, complice anche il vento paramaoista che tira di questi tempi, con annessi incitamenti alla delazione contro vicini e parenti (sia mai che un cugino si faccia vedere con un Suv). Ecco, allora, che esce fuori anche quella che Repubblica definisce «una specie di class action politica […] in nome del rispetto e dell’onorabilità delle istituzioni». Nel mirino Umberto Bossi e le sue parole in libertà contro Napolitano e Monti nel corso di un comizio di fine anno. Capita allora che qualche italiano indignato (basta che non si incazzino pure, sennò daranno loro dei “mafiosi”) abbia denunciato il Senatur per vilipendio al capo dello Stato e offese alle cariche istituzionali. La querela parte da dieci città: Verona, Vicenza, Bassano, Bergamo, Brescia, Trento, Milano, Roma, Napoli, Bari. Per i probi cittadini lo sboccato ex ministro non sarebbe un buontempone e neanche, semplicemente, un politico maleducato. Macché, si tratterebbe di un «attacco sovversivo contro l’Unità d’Italia e i suoi organi costituzionali». Addirittura. Le parole usate dal quotidiano di De Benedetti, del resto, fanno pensare a una sorta di manovra concordata, un alzamiento nacional in salsa democratico-azionista e a difesa delle istituzioni, delle buone maniere e della sobrietà obbligatoria. Che bellezza, questi risvegli idealistici, sempre volti a sanzionare, denunciare, vietare, colpire quelle che seppur biascicate e impastate con espressioni da trivio restano pur sempre opinioni. E meno male che erano quelli del “vietato vietare”…