Quanti ruffiani attorno alla tomba del partigiano Bocca

Mettiamola così: avesse dovuto scrivere il coccodrillo di se stesso, di sicuro Giorgio Bocca – morto il giorno di Natale nella sua casa di Milano, a 91 anni – sarebbe stato più onesto del 99% dei suoi colleghi che ora fanno a gara per tesserne le lodi. Naturalmente ruvido, polemista nato, di sicuro il giornalista non si sarebbe accodato al tripudio un po’ sconcio di ruffianeria e retorica che ne ha accompagnato il trapasso. Avrebbe fatto di meglio. E avrebbe fatto poca fatica.

“L’antitaliano”…
Si sono scomodati tutti i big del giornalismo, della cultura, della politica per spiegarci quanto Bocca fosse “antitaliano”. Così si chiamava la sua rubrica su L’Espresso e così ce l’hanno presentato nelle ultime ore: un esempio di coerenza, impegno civile, coraggio e intransigenza morale in una nazione di quaquaraquà. Andiamo a leggere: per Roberto Saviano, Bocca «ha fatto dell’essere "antitaliano" una virtù, il metodo per non arrendersi a luoghi comuni». Per Eugenio Scalfari «è stato un combattente di carattere, un uomo che non ha mai badato ad altro che a cercare la verità». Per Ezio Mauro si è trattato di uno che «non sopportava tutti i balletti e le furbizie della vita italiana, delle politica italiana e anche del giornalismo». Carlo De Benedetti ha parlato di «coerenza e cocciutaggine piemontese», ma anche Massimo D’Alema ne ha ricordato «la coerenza e la forza con cui ha difeso i valori fondamentali a cui ha legato la sua esistenza, a partire dall’antifascismo».

Giorgio il fascista
Spiace, allora, rompere l’unanimismo e ricordare che per quanto bene si sia voluto a Giorgio Bocca, la coerenza, davvero, non rientrava tra le sue qualità. Giornalista di vaglia, penna sicuramente di valore, il cuneese è stato anche un uomo pieno di contraddizioni, facile agli entusiasmi e ai repentini cambiamenti. Un uomo molto ingenuo o con un forte senso dell’opportunità, a seconda di come la si vuol vedere. E questo non sarebbe neanche un male di per sé, se Bocca non si fosse improvvisato talebano dell’una causa e poi di quella opposta, autorità morale a prescindere dai contenuti dell’insegnamento. L’esempio più tipico riguarda la militanza fascista del campione dell’antifascismo. I suoi scritti antisemiti dell’epoca, in queste ore, viaggiano solo sui social network (che quando rivelano notizie sgradevoli, ovviamente, non sono più palestre di libertà cui consacrare entusiastici editoriali). Per i grandi giornali, invece, Bocca è praticamente nato 23enne. Di ciò che fece e scrisse prima del 1943, neanche una riga. Peccato, perché le sue liriche e partecipate recensioni de “I Protocolli dei Savi Anziani di Sion” avrebbero dato modo di riflettere. E molto. Ogni tanto il giornalista aveva pur dovuto farci i conti, con quel passato. E in quei casi, come si suol dire, la toppa era stata peggiore del buco. Come quando, nel 1995, venne ripescato dagli archivi il pezzo antisemita scritto il 14 agosto 1942 su La Provincia Grande di Cuneo, e il giornalista si infuriò: «Ho fatto 20 mesi di guerra, e ancora vengono a scocciarmi per quel pezzo scritto quando avevo 22 anni, una recensione ordinata dal federale di Cuneo. La riscriverei? Sì, in quelle condizioni storiche la riscriverei». Davvero una bella lezione da un esempio di rigore morale “antitaliano”: apprendiamo, quindi, che a 22 anni si è ancora inconsapevoli bambocci preda delle circostanze (ma a 23, pare, ci si può egere a paladini consapevoli della libertà). E che «in quelle condizioni» era meglio eseguire gli ordini senza fiatare, quali che fossero.

Giorgio l’antifascista
Orgogliosa camicia nera sotto il Regime, il Giorgio fece il salto della quaglia dopo il golpe badogliano. Partigiano nella Decima Divisione Giustizia e Libertà, a fine guerra pare abbia partecipato in qualità di commisario politico ai processi sommari che fecero da cornice “giuridica” all’orgia di sangue resistenziale: le successive indagini dei carabinieri circa il “processo popolare” a carico del tenente Adriano Adami della Divisione Alpina Monterosa conclusosi con la condanna a morte del militare della Rsi e di altri quattro suoi commilitoni hanno infatti ipotizzato che il “Giorgio” (i “giudici” partigiani usavano nomi di battaglia) che volle la pena capitale fosse proprio Bocca. Fascista sotto il fascismo, partigiano sotto la resistenza, il giornalista si riscoprirà poi cultore della memoria antifascista negli anni d’oro dell’«uccidere un fascista non è reato». Storico del fascismo e dell’antifascismo, Giorgio continuava del resto a fare il giornalista. Affrontando temi scomodi, come l’avvento sanguinoso delle Brigate rosse. Delle quali, il 23 febbraio 1975, su Il Giorno, scriveva trattarsi di una «favola per bambini scemi o insonnoliti», una favola «vecchia, sgangherata, puerile». Insomma, la teoria delle “sedicenti Brigate rosse”. Nel suo coccodrillo apologetico, Repubblica sorvola alla grande su tutto questo, ma riporta in compenso una frase a posteriori in cui il giornalista racconta che «era molto difficile fare il giornalista nei giorni del terrore. Il nemico che poteva ucciderti o gambizzarti poteva essere il signore della porta accanto, o un amico di tuo figlio». Insomma, da negazionista a coraggioso oppositore. Non sarà l’ultima capriola. Da fan del Psi, Bocca diventerà presto censore della “Milano da bere”. Dichiarerà di aver votato Lega, ma passerà gli anni successivi ad accusare di eversione i leghisti, chi li vota, chi gli sta vicino e chi li saluta al mattino. Nemico giurato del Cavaliere, fu anche – come ha scritto Luca Telese – «il primo grande giornalista a prestare la sua firma a Silvio Berlusconi per l’informazione di Mediaset».

Gay e meridionali
Negli ultimi anni, insieme al ricordo talora ossessivo e maniacale del passato da partigiano, Bocca darà spesso sfogo alle sue asprezze umane, troppo umane. In una recente videointervista ha infatti parlato del Sud illustrando il «contrasto tra paesaggi meravigliosi e gente orrenda, un’umanità repellente». E parlando di Palermo: «Una volta mi trovavo nei pressi del palazzo di giustizia. C’era una puzza di marcio, con gente mostruosa che usciva dalle catapecchie». Su Napoli: «Vai in quella città ed è un cimiciaio, ancora adesso. Ci sono zone inguaribili». Certo, gli fanno notare, il Meridione, con i suoi disastri, se non altro porta notizie, quindi i giornalisti debbono essergli grati… Ma lui rincara la dose: «Grato? Come dire: sono grato perché vado a caccia grossa di belve. Insomma, non sei grato alle belve, fai la caccia grossa, non è che fraternizzi con le belve». Poi, per non farsi mancare nulla, arriva anche la stoccata ai gay: Pier Paolo Pasolini? «Mi annoiava, sono un po’ omofobo». Umane idiosincrasie, comprensibili sfoghi, innocui rimbrotti? Può darsi. Ma, al netto della pietas che si deve ai defunti, risparmateci i pistolotti sul “maestro” e sull’“antitaliano”: a posizionarci secondo l’aria che tira e spararle grosse contro chi più ci aggrada eravamo capaci da soli anche noi “italiani”…