Tutti uniti contro i tagli: lotta dura delle autonomie

Doveva essere con la sola Anci. Poi la riunione convocata per ieri a Palazzo Chigi è stata aperta a tutte le autonomie locali. Così – al termine di una giornata che ha visto Comuni, Province e Regioni impegnati in una serie di incontri istituzionali separati, tra i quali anche quello con Pierluigi Bersani – il governo ha dovuto prendere atto del salto di qualità nella protesta dei territori contro la manovra: ora, come è stato annunciato con un comunicato stampa congiunto, sono ufficialmente una controparte unica, al di là del livello istituzionale e delle appartenenze politiche.

«Un incontro fortemente negativo»
È la fase più acuta di un braccio di ferro che va avanti da tempo e che il cui stato dell’arte è stato sintetizzato dal presidente della conferenza delle Regioni Vasco Errani. «Il giudizio che diamo dell’incontro è fortemente negativo: non abbiamo avuto alcuna risposta», ha detto nel corso di una conferenza stampa al termine del vertice. Sono stati delineati un quadro quanto mai fosco e uno scenario da scontro istituzionale violento. «A causa dei tagli, le Regioni non saranno in grado di garantire il trasporto pubblico locale, per questo porteremo al governo i contratti e gli chiederemo di rispondere loro». Errani, si sa, è uomo della sinistra. Lo stesso vale per Giuliano Pisapia che ha parlato di situazione «inaccettabile» in cui, «in una manovra che subisce cambiamenti ogni due ore, l’unica cosa che rimane sono i tagli agli enti locali». Ma a conferma che Errani e Pisapia non parlavano – solo – da esponenti dell’opposizione sono arrivate le prese di posizione altrettanto dure, altrettanto preoccupate del Pdl.

Inaccettabile anche per il Pdl
Il presidente dell’Anci, quell’Osvaldo Napoli che è anche deputato “ortodosso” del Pdl, nel corso della stessa conferenza stampa di Errani, ha detto che «i Comuni auspicano forti modifiche altrimenti la situazione è disastrosa». Poi ha chiarito che «la mobilitazione dei sindaci continua». Gianni Alemanno era stato ancora più duro, con tutto il peso simbolico e politico del suo ruolo di sindaco della Capitale e di dirigente di primo piano del partito. «Il nuovo emendamento è peggio del vecchio, è inaccettabile, noi chiediamo lo stralcio», aveva detto prima del vertice a Palazzo Chigi, facendo capire che ormai dal governo ci si attendeva poco: «L’Anci si rivolge a tutti i parlamentari, di maggioranza e opposizione, la situazione è drammatica, prenderne atto è una cosa che va oltre gli schieramenti». L’interlocutore era già cambiato e ora se un’aspettativa resta verso il governo è che lasci campo libero alla discussione: «Senza fiducia sulla manovra c’è la possibilità di realizzare intese parlamentari». Dopo il vertice è stata l’Unione delle Province a rilanciare «un appello congiunto al Parlamento». La voce era quella del presidente, un altro esponente del Pdl: Giuseppe Castiglione.

La fine del federalismo fiscale
È toccato alla governatrice del Lazio, Renata Polverini, dare la notizia che nessuno voleva sentire: «Ci è stato detto che viene confermato un taglio di 4,2 miliardi». Una mannaia, anche a fronte del miliardo e otto che dovrebbe rientrare dalla lotta all’evasione, ma sul quale resta la massima incertezza: «Non ci hanno detto l’altro miliardo e ottocentomila euro come si recupera, quindi – ha spiegato la Polverini – temiamo che alla fine non ci sia la copertura neppure per questo». Ma c’è di più. Secondo Roberto Formigoni, la manovra è la pietra tombale su uno dei provvedimenti più qualificanti approvati finora dal governo, quella che è forse la più significativa delle tanto auspicate e sollecitate riforme: il federalismo fiscale. «È seppellito definitivamente: oggi le Regioni hanno meno autonomia di ieri», ha detto il governatore della Lombardia, che aveva già invitato lo Stato centrale a mettere a dieta se stesso prima di toccare gli enti locali e, quindi, i cittadini. «Ora lo Stato deve mettere la mani addosso a se stesso. Abbiamo uno Stato ricco, prima dimagrisca se stesso e poi può chiedere sacrifici ai cittadini», aveva detto in mattinata, spiegando che il suo era «un discorso di chi ama il proprio Paese e la propria parte politica. La manovra va fatta, ma si può evitare di mettere le mani in tasca ai cittadini e di azzerare le Regioni». Gli avevano chiesto se non gli sembrasse di parlare da uomo dell’opposizione.

Finisce l’era dei “miracoli”
Toccherà invece a Gianni Letta, che al vertice rappresentava il governo, informare Silvio Berlusconi sull’esito dell’incontro. E non sarà un compito facile, per tanti motivi. Ci sono le questioni economiche, la crisi, lo scontro tra locale e nazionale, la necessità di approvare la manovra. Ma c’è anche una frase pronunciata dalla Polverini che suona come il suo definitivo epitaffio politico: «Abbiamo le ore contate e anche noi crediamo ai miracoli, ma in questo momento non ci pare di vederli», sono state le ultime parole della presidente del Lazio. In molti e da tempo dicono che Berlusconi non è più l’uomo dei miracoli, ma la Polverini è – a suo modo – la testimonianza di come qualche evento eccezionale potesse accadere ancora non molto tempo fa. In fondo, la sua elezione fu davvero ancora un miracolo di volontà e ottimismo, realizzato dopo l’esclusione della lista del Pdl di Roma dalle regionali. Ora anche lei ai miracoli stenta a credere.