Riforma del fisco? Casini e Bersani fanno gli scongiuri

La riforma del fisco non s’ha da fare. È il passaparola, un po’ manzoniano, che circola negli ambienti dell’opposizione. Il ragionamento è semplice: se il governo riesce a incidere sulle tasse, dando più respiro alla gente, riconquista i consensi perduti e sono dolori. E allora giù con i moniti, «rispettate i parametri europei», «pensate al debito pubblico», «rigore, rigore, rigore». Salvo poi aggrapparsi ai sogni, a ipotetici miracoli che farebbe il centrosinistra o i terzopolisti se fossero al governo. Il primo a gettare la maschera Pierferdinando Casini: «Siamo seri, la riforma fiscale piace a tutti ma in questo momento non è possibile e bisogna continuare con la politica del rigore». Come se l’una escludesse l’altra e come se Berlusconi e Tremonti non avessero già fatto sapere, ripetendolp fino alla nausea, che le innovazioni saranno a costo zero. Fermo restando l’impegno con l’Europa per un azzeramento del deficit di bilancio entro il 2014 e ferma restando la necessità una manovra triennale dell’ordine di 43 miliardi di euro che Berlusconi ha ieri delineato nelle sue linee guida a Bruxelles, partecipando alla prima giornata di lavori del Consiglio europeo.
È bastato, in sostanza, che il governo facesse capire che in materia di tasse c’è l’impegno a fare sul serio, perché dalle file dell’opposizione incominciasse il fuoco di sbarramento. Casini da una parte e Bersani dall’altra. L’Udc non vuole che si metta mano al sistema delle imposte, il Pd considera sottostimato il piano triennale per il riassorbimento del deficit, le Regioni, con in testa quelle “rosse”, scendono sul piede di guerra per possibili ricadute sulla sanità. «Ma quali 45 miliardi –  dice il segretario del Pd –  se uno vuole raggiungere davvero il risultato che ci si è prefisso viaggiamo tra i 50 e i 60». Due direttrici che portano entrambe a un unico obiettivo: dimostrare che il governo si sta mettendo nelle condizioni di non rispettare gli impegni assunti con Bruxelles. Il tutto mentre Giorgio Napolitano esercita un richiamo al rigore che viene usato dagli oppositori per far credere che l’esecutivo non intenda seguire questa strada. In realtà né il ministro dell’Economia, né la maggioranza la pensano diversamente dal Quirinale. La rivoluzione fiscale viene fatta per tentare di allargare la base imponibile, aumentare le imposte, raggiungere più agevolmente il pareggio di bilancio e liberare risorse per gli investimenti. Ben venga, quindi, «l’impegno ineludibile e urgente» che sollecita Napolitano per «rafforzare la sostenibilità finanziaria del sistema-Italia, attraverso un incisivo abbattimento del debito pubblico nel quadro delle direttive e delle procedure concordate in sede europea», ma vele spiegate anche ad aliquote Irpef più basse e a maggiori sostegni alla famiglia. Così si aiutano prima di tutto i meno fortunati e si creano le premesse per dare una spinta supplementare ai consumi e quindi alla crescita.
Sano realismo in una situazione che resta difficile. Con la certezza che questa volta bisogna fare qualcosa di concreto. Non ha senso, infatti, fare come ha fatto ieri Bersani che sembrava voler far quadrare i conti con la bacchetta magica, attraverso una  Maastricht europea sulla lealtà fiscale, strumentalizzando il problema dell’evasione che, certo, deve essere risolto, ma richiede tempi non proprio brevi. Il governo Berlusconi, tra l’altro, su questo versante non può essere certo accusato di omissioni: quest’anno la Guardia di finanza e l’Agenzia delle entrate hanno conseguito risultati mai visti prima, con la scoperta, nei primi cinque mesi del 2011, di redditi non dichiarati per 23 miliardi di euro.
Dati concreti che fanno da contraltare alla disinformazione che, in queste ore, tende a mettere in moto le grandi paure degli italiani, brandendo a mo’ di clava le riforme più antipopolari, come ulteriori tagli alle pensioni. Il governo non ha nessuna intenzione di rendersi impopolare. Al contrario. Paolo Romani, intervenendo all’Assemblea della Confcommercio, ha tranquillizzato la platea facendo rilevare che la manovra triennale «sarà pronta a fine mese», ma degli ipotizzati aumenti all’Iva non ci sarà traccia. «Carluccio, potete stare tranquilli», ha affermato rivolto a Carlo Sangalli, presidente dell’associazione.
Per le pensioni, però, il discorso è più complesso. Le novità tanto annunciate non ci saranno. Si parla semplicemente di anticipare al 2013 l’aggancio dell’età pensionabile alla speranza di vita, già previsto per il 2015. Il resto sono piccole cose: il blocco alla rivalutazione delle pensioni d’oro (quelle otto volte superiori al minimo). Tempi lunghi, invece, per l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne che lavorano nel privato a 65 anni. La riforma andrà a regime in dieci o quindici anni e, almeno immediatamente non darà gettito. Dove si andrà a incidere, quindi? Certamente sul sistema delle deduzioni e delle agevolazioni. Una giungla di 476 leggi che costa ogni anno 160 miliardi di euro e il cui sfoltimento di almeno un dieci per cento porterebbe a risparmiare 16 miliardi da destinare alla riduzione dell’Irpef, connessa all’adozione di tre aliquote (20, 30 e 40 per cento) in luogo delle cinque attuali. Il governo poi accarezza l’ipotesi di un’aliquota unica per le rendite fianziarie (esclusi i titoli di Stato che restrebbero al 12,5 per cento) fissata al 18-20 per cento che varrebbe 1,5 miliardi.
Confindustria stia tranquilla almeno su questo, che è considerato il versante più importante, le riforme arriveranno. Anche se nessuno è autorizzato ad aspettarsi miracoli. Una risposta indiretta all’Ufficio studi di Viale dell’Astronomia, che ieri aveva puntato il dito contro la precaria situazione economica, affermando che in mancanza di fatti nuovi la crescita sarà dimezzata (0,6 per cento nel 2012). Meno scontato è invece l’accoglimento delle altre richieste della Marcegaglia: aumento dell’età pensionabile e contenimento delle retribuzioni pubbliche. Tutto da dimostrare che se questo non succederà entro il 2014 sarebbero necessarie manovre aggiuntive per 18 miliardi di euro. Tremonti garantisce che i 40 miliardi di euro messi in cantiere basteranno, e tanto è sufficiente.
Ma chi dovrebbe guadagnarci con il nuovo fisco? Tutti quanti, chi più e chi meno. Tre aliquote Irpef più basse in luogo delle cinque attuali garantiscono qualche cosa in più a ognuno di noi. Le simulazioni della Cgia di Mestre evidenziano che per un pensionato con 10mila euro lordi l’anno, uno di quei milioni che ricevono  mensilmente un assegno di 500 euro al mese, l’Irpef si dimezza passando da 603 a 303 euro. Risparmio che sale a 450 euro quando si passa a un operaio con 20mila euro l’anno lordi di stipendio. Poco, troppo poco per poter pensare a un cambio di vita, ma sicuramente un segnale importante nella giusta direzione e, soprattutto, uno sforzo straordinario di razionalizzazione in un momento in cui la crisi morde ancora è c’è bisogno di riforme per poter tornare allo sviluppo. Anche perché tra le cose di cui si parla c’è anche  un possibile ampliamento della no tax area, tenendo conto del numero dei figli . Da dove arriveranno le risorse? Da detrazioni, deduzioni e agevolazioni. Adesso come adesso concedono tutto e il contrario di tutto. E non sempre questo è giustificato.