I confindustriali junior gettano la maschera

Non è un bel segnale, quello che arriva da Santa Margherita Ligure, dove si sono riuniti i giovani imprenditori di Confindustria. Dopo giorni di polemiche, con la Marcegaglia in prima fila a dare le pagelle all’attività del governo, le carte (almeno in parte) sono subito state scoperte, offrendo l’immagine di una categoria arroccata in difesa delle proprie posizioni, senza volgere lo sguardo ai bisogni di chi vive in uno status diverso. Il preambolo del discorso del nuovo presidente Jacopo Morelli era di per sé condivisibile: «Meno tasse per i giovani». Una frase pressoché superflua, perché sulla necessità del lavoro per i giovani sono tutti concordi, maggioranza, opposizioni e sindacati. Il resto del ragionamento di Morelli, però, apre un fronte inaspettato, bocciando subito l’idea del quoziente familiare, affermando che il taglio delle imposte serve «per avere più risorse disponibili da consumare e risparmiare».
Un blitz verbale, questo, che scava un fossato tra le esigenze delle classi medio-basse e quelle dei nuovi capitalisti, riproponendo una formula che ricorda vecchi schemi e vecchie contrapposizioni. È bastato che Silvio Berlusconi annunciasse che la «riforma fiscale si farà» per scatenare le strategie di categoria. Con gli industriali che vorrebbero usufruire al massimo delle possibili ricadute connesse alla riforma (da una parte i consumi, dall’altra minori oneri per chi crea lavoro per i giovani). La famiglia, al contrario, secondo la logica confindustriale, rimanga pure a bocca asciutta o si accontenti di poco.
Alla fine, però, è stato un autogol. Perché hanno fatto capire che tutti gli attacchi della Marcegaglia al governo altro non erano se non il tentativo di ottenere in materia fiscale riforme gradite agli industriali di casa nostra. E pazienza se questo comporta nuovi problemi per governo e maggioranza e renderà più difficile la governabilità del Paese. Guardano allo stato delle cose, però, si ha l’impressione che questa volta Confindustria non caverà un ragno dal buco. Certo il governo non intende in alcun modo penalizzare le le aziende industriali e Giorgia Meloni lo ha detto a chiare lettere sottolineando che «giovani e imprese saranno il cardine della riforma fiscale». Maggioranza ed esecutivo però, dopo le battute d’arresto alle amministrative di Milano e Napoli, continuano a guardare al rigore, ma si preoccupano anche delle ricadute elettorali. «La partita – scrive Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, in una lettera al Foglio – si gioca sulla possibilità di trovare risorse, all’interno di una politica di rigore, che non sia fine a se stessa ma porti a una riduzione della pressione fiscale». Ma, aggiunge, le azioni dell’esecutivo «devono essere funzionali alla ripresa del confronto con l’Udc». Dai sostegni alla famiglia, in sostanza, il Pdl non intende derogare. Sia per tenere fede agli impegni assunti con gli italiani, sia per migliorare la governabilità del Paese.
Per gli industriali diventa quindi forte il rischio che non tutto vada come sperato. Del resto, fa notare Giovanni Centrella, leader dell’Ugl, è vero che l’Italia «non è un Paese per giovani, ma non è neanche un Paese fatto di soli imprenditori». Il che, tradotto in termini concreti, suona come un invito molto chiaro a non alzare troppo il prezzo, in quanto il quoziente familiare, in una situazione che vede il costante aumento dell’età pensionabile, è «una misura necessaria».
Come andranno le cose si saprà tra qualche settimana. Berlusconi ha assicurato che «la riforma si farà» e una legge delega in proposito arriverà prima della pausa estiva, vale a dire entro luglio. Il “cantiere”, invece, dovrebbe aprire già il 23 giugno, il giorno dopo la verifica, e portare in tempi stretti a un libro bianco sulla materia, da utilizzare poi per il varo delle norme successive. Ma di che cosa si parla? A valle di tutto c’è il pareggio di bilancio per il 2014 concordato con la Ue e i cui numeri sono stati messi nero su bianco da Tremonti.
Il Pd è in allarme. «Il pareggio di bilancio in tre anni – osserva Stefano Fassina – è un obiettivo irrealistico». Ed Enrico Letta sostiene che la manovra da 40 miliardi, voluta dalla Ue, «non è sostenibile in tre anni». Occorrerebbe una crescita del Pil del 2,5 – 3 per cento. Dall’opposizione, perciò, si spara a zero contro il governo. Ma quando Palazzo Chigi si predispone ad affrontare la più impegnativa delle riforme, quella fiscale, si gioca a delegittimarla e si manda in scena il più bieco pessimismo. Massimo D’Alema, come al solito, supera tutti: «Siamo abituati  – dice – a non prendere sul serio gli annunci di Berlusconi». «Il governo – aggiunge – ha sottoscritto degli impegni con l’Europa, molto seri. Siamo molto preoccupati perché non sembra li vogliano rispettare. Cercano di truccare le cifre, sarebbe veramente grave». Tutto e il contrario di tutto. Con i primi due che temono che la manovra sarà tanto dura da nuocere al Paese e il terzo che invece ritiene che il governo alla fine stia predisponendo le cose per non farla.
Ma è veramente così? Per nulla. Le chiacchiere, come si suol dire, stanno a zero. Subito arriverà una manovrina di manutenzione dei conti del valore di  tre miliardi di euro. Poi ci sarà tutto il percorso da fare per ottenere il pareggio di bilancio: 8 miliardi nel 2012, 13 nel 2013 e 20 nel 2014. In tutto, se non cambia nulla (ma la scaletta è già concordata con l’Europa e non dovrebbe modificarsi) qualche cosa come 44 miliardi di euro in quattro anni. E la riforma fiscale? Definito il quadro, fa sapere il ministro Tremonti dovrebbe essere a costo zero. Si può fare? Si che si può. Ed è su questa prospettiva che Confindustria scende in trincea. Alla base della discussione ci sono molte cose, ma quello che fa più paura agli industriali è il taglio del 10 per cento degli incentivi che valgono complessivamente circa 190 miliardi di euro e alla cui base ci sono 480 forme di agevolazioni, una vera e propria giungla a cui lavorano flotte di fiscalisti, oltre ai sindacati e alla stessa Confindustria, che danno suggerimenti a imprenditori e lavoratori su come fare per ottenerli. Così facendo si ottengono 19 miliardi per cominciare a ridurre dal 23 al 20 per cento in tre anni la più piccola delle aliquote Irpef, quella del 23 per cento, che interessa i redditi più bassi. Più ossigeno alle famiglie e una qualche spinta ai consumi senza ricadute in termini di slittamento del pareggio di bilancio.
La strada appare in parte tracciata. Ma sul cammino del ministro Tremonti non c’è solo il taglio alle agevolazioni. Anche l’Iva sarebbe chiamata a fare la sua parte, con il passaggio di uno spicchio dall’attuale tassazione sui redditi ai consumi. In questo modo chi più spende più paga ed è evidente che a fare gli acquisti maggiori sono coloro che meno risentono della crisi. In questo caso l’idea è di alzare di un punto l’aliquota Iva che oggi è al 10 per cento e di fare lo stesso con quella del 20. Il tutto per finanziare sempre  un taglio all’Irpef per i meno abbienti, che dal 23 dovrebbe passare al 20 per cento. «Il programma è ambizioso – chiosa Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia –  ma la direzione è giusta».