Crosetto: «Vi dico io come ridurre il debito»

Pace fatta con «il nostro amico Giulio» (gli aveva dato del «bollito», ma solo perché è piemontese e ne apprezza il gusto sublime), Guido Crosetto può passare alla “fase 2”, quella del contributo propositivo alla manovra targata Tremonti («non chiedo che la mia idea diventi legge, ma vorrei lanciarla nello stagno del dibattito del centrodestra»). «Non mi piace partire lancia in resta con le critiche», premette il sottosegretario alla Difesa, parlamentare pidiellino. Poi però aggiunge ridendo: «Beh, pace è una parola grossa».

S’è divertito, dica la verità?

Ho detto quello che pensavo e mantengo un rapporto di civiltà con tutti…

Allora, visto che, parole sue, Tremonti è uno dei migliori ma non è un Dio, che cosa propone per migliorare il lavoro del superministro?

Intanto prendiamo atto che c’è la manovra, che ha l’obbligo di perseguire il contenimento dei costi. Un dato scontato. Vede, alcuni di quelli che hanno commentato le mie parole hanno pensato a un mio tentativo di ammordirla. Ma non è questo.

È l’interpretazione che ha dato il “Corriere della Sera”, per esempio. E invece qual è il punto?

L’Italia ha due problemi nel comparto dei conti pubblici: la spesa annuale che forma il deficit, cioè l’ammontare di quanto spende lo Stato rispetto alle entrate, e il debito pubblico, pari al 120 per cento del Pil. Non mi dispiacerebbe se un governo di centrodestra, andando contro un tabù, cercasse di aggredire il debito pubblico ragionando sulla vendita di una parte di quelle “cose” che lo Stato detiene, ma che non sta scritto da nessuna parte debba possedere.

Qualche esempio?

Le azioni di grandi società, penso a Eni, Enel, Finmeccanica, Poste italiane, e chi più ne ha più ne metta. Perché non pensare di diminuire di 5-10 punti quel 120 per cento del Pil vendendo una parte di quel patrimonio? Risparmieremmo in interessi passivi, daremmo un esempio virtuoso all’Europa e ai mercati, riporteremmo lo Stato nella propria sfera.

Ultraliberismo. Non c’è nulla che lo Stato debba tenersi per sé?

Qui non parliamo di beni primari. Che cosa vuole che gliene importi al commerciante, al contadino, al cittadino se l’Eni è pubblico o no?

Insomma lei vuole  “privatizzare”. È tanto difficile?

Per pigrizia culturale, per immobilismo, perché lo status quo alla fine conviene un po’ a tutti. Eppure la mia proposta è a costo zero e guarda all’interesse generale.

Vuole scavalcare Tremonti a destra?

Dico solo che servono scelte coraggiose e alcune sono state fatte, togliersi il problema del debito per consentire il rilancio dell’economia che passa per lo sviluppo e non per lo Stato. Il mio, lo ripeto, è solo un contributo al dibattito.

Che fattibilità concreta ha la sua proposta?

La fattibilità dipende esclusivamente dalla volontà politica e dal coraggio di osare. L’enorme debito pubblico può essere aggedito dalla vendita del patrimonio, un’operazione che sarebbe apprezzata dai cittadini ai quali chiediamo di continuare a credere nel Paese e a investire. Non solo, ma alla distanza comporterebbe anche la riduzione dello spazio di influenza della politica su campi che le non le competono. Quando sento parlare di casta…

Che fa? Mette mano alla fondina?

Non penso a quella dei parlamentari.

Nemmeno noi, lei sa che il “Secolo” ha provocatoriamente proposto l’abolizione del Parlamento per rispondere con un paradosso a chi attacca tutti i giorni l’inutililità del Palazzo…

Ma certo, se esiste una casta è quella statale e parastatale, che è giusto andare a toccare senza toglierle dignità. Poi è chiaro che si può e si deve pensare a diminuire il numero dei parlamentari per risparmiare sui costi, ma il problema è un altro e riguarda la funzione: bisogna ridare al Parlamento compiti di controllo oltre che di produzione legislativa. Negli Stati Uniti, per esempio, il potere di controllo di Camera e Senato è fortissimo. Non mi piace la deriva per cui il Palazzo non serve a niente.

Però qualche ombra rimane…

Uno dei problemi della politica romana è quello di vivere in un ambiente chiuso, fatto di burocrazia, che è quella che scrive i provvedimenti che poi i politici leggono il giorno dopo sui giornali, di grandi aziende di Stato, di grandi commis, un cerchio chiuso che si si autotutela. In passato il coraggio berlusconiano è stato quello di essere autonomo da queste logiche e di essere guardato male da questi ambienti.

Autoreferenzialità ma anche sprechi…

Guardi, le dico chiaro e tondo che nell’ambito del pubblico impiego rimangono sacche di persone che, oltre al loro stipendio, alla fine dell’anno si spartiscono premi di diversi centinaia di milioni di euro. E i colleghi che fanno sacrifici non ne capiscono le motivazioni.

Si riferisce ai dipendenti del Tesoro?

Passiamo a un’altra domanda…

Qualche altra idea?

Non sono precluso ad altre manovre in Finanziaria, pur essendo un liberale di centrodestra, non ho il tabù della tassazione di alcune rendite, non sono contrario all’aumento delle imposte indirette né a provvedimenti come i condoni a fronte dell’oppressione fiscale che soffrono le aziende italiane, le piccole e medie che coprono il 74 per cento degli occupati italiani.