Ognuno se la racconta come gli va

Come nei film, è difficile dire chi ha cominciato. O meglio, è sempre lo sceneggiatore a decidere da dove far cominciare la storia. Tu vedi i messicani che bruciano la fattoria e allora è ovvio che tifi per il vendicatore solitario che alla fine li ammazza tutti come cani. E quando rotolano nella polvere crivellati di colpi esulti e sei convinto che giustizia sia fatta. Magari però c’era un altro pezzo del film che è stato tagliato, in cui era il vendicatore con i suoi amici che aveva bruciato le fattorie dei messicani e magari massacrato le loro famiglie. E così via. Succede così in tutte le storie. Dipende da chi le racconta. Mao diceva che la storia racconta sempre il falso, perché la scrivono i vincitori. E i vincitori ti devono far credere che quello che hanno fatto loro – magari di per sé orribile – è stato necessario perché “loro”, gli sconfitti, erano il male assoluto.
Quindi, a un certo punto, qualcuno subisce una condanna. Se sta simpatico allo sceneggiatore la condanna era ingiusta, il personaggio era vittima di una persecuzione ed è un martire. Nell’aula accanto condannano un tizio che allo sceneggiatore sta antipatico. La condanna è la dimostrazione che quel tipo era un poco di buono. E magari l’ha condannato lo stesso giudice colpevole della persecuzione giudiziaria nei confronti del “buono”. Il problema del rapporto tra politica e comunicazione, quindi, come nei film, sta in chi racconta la storia.