Matteoli: la Libia ora chiede sviluppo, non solidarietà

«Non potevamo essere complici di quello che a un certo punto Gheddafi ha rivolto contro il suo stesso popolo: ossia la violenza». Per la prima volta dopo i fatti che hanno sconvolto la Libia è “riapparso” pubblicamente in Italia. Segno che qualcosa è cambiato davvero da qualche mese a questa parte. Già, per l’ambasciatore libico in Italia Addulhafed Gaddur – che adesso viene in rappresentanza del governo di transizione dei ribelli – poter parlare di nuovo della sua terra qui da noi è di per sé un segnale nuovo: «Adesso voglio che finisca la guerra. Che ci sia la possibilità adesso di indire delle elezioni, dopo che l’assemblea avrà redatto una costituzione che farà della Libia un paese liberale». Fino a quel momento «la non stabilità della Libia coinvolgerà “tutti”»: nel senso che sarà un problema di instabilità per tutta la zona euromediterranea. Tutto questo Gaddur lo ha rilanciato ieri in occasione di un incontro – “Crisi del Nord Africa: rinascita, regole e solidarietà” – sul quale si è discusso proprio del rilancio di quella zona (dalla Tunisia alla Libia) investita così massicciamente dalle rivolte libertarie che hanno segnato la “primavera araba”. Attorno al tavolo del convegno – organizzato dalla Fondazione della libertà del ministro e padrone di casa Altero Matteoli e che ha visto intervenire tra gli altri il generale Carlo Jean, il ministro dell’Interno Maroni e l’esponente del Pd Nicola Latorre – questo è stato il punto centrale riferito non solo alla Libia ma a tutti i paesi coinvolti nel cambiamento: i rivoltosi hanno saputo rovesciare lo scenario ma non ancora sanno ricostruire. Per fare questo, come ha sottolineato l’ambasciatore, è necessario il coinvolgimento dell’Europa: «I paesi dell’Unione devono capire che quello nostro è il nuovo mercato. Qui da noi è possibile investire in termini di tecnologia e di sviluppo». Il concetto è chiaro: «Noi non chiediamo solidarietà, ma un aiuto strutturale per ripartire». Punto importante poi – che smonta la retorica che da parte dell’opposizione è arrivata sull’operazione strategica del governo italiano in Libia – è stato il riconoscimento della validità del trattato di amicizia italo-libico: «Quando Maroni – ha spiegato l’ambasciatore – tornerà il Libia vedrà che un popolo democratico vorrà rinsaldare quel trattato che è stato fatto dal popolo libico con il popolo italiano».

L’Europa è stata assente
Prima di tutto questo, ovviamente, la condizione necessaria è la conclusione della missione militare. Questo stesso concetto – nel giorno in cui il vertice del G8 di Deauville ha chiesto lo stop alle violenze in Libia con «la fine immediata dell’uso della forza da parte del regime di Gheddafi», ribadendo il sostegno ad «una soluzione politica che rifletta la volontà del popolo» – è stato ribadito dal ministro dell’Interno Roberto Maroni: «È necessario – ha spiegato a commento della richiesta di Gheddafi di cessate il fuoco – finire rapidamente la guerra e passare ad una soluzione diplomatica che porti stabilità». Questa, ha aggiunto il ministro, «è l’unico presupposto per fermare le partenze ed evitare l’invasione di massa dei profughi». Un esempio, da questo punto di vista, dove è mancata la regìa e l’interesse europeo lo racconta lo stesso ministro: quello dei giovani tunisi che scappano non dalla guerra ma dal loro paese. «Come è possibile – ha continuato Maroni – che questi vadano via nel momento in cui hanno da ricostruire il loro paese?». È qui, secondo Maroni, che fino a questo momento è mancata l’Europa. Concetto che è stato ribadito dal ministro Altero Matteoli: «È vero – ha affermato in chiusura – che l’Unione europea è restata in silenzio, forse le sue difficoltà decisionali sono dovute alla trasformazione in Europa a 27». Detto ciò per Matteoli la precondizione affinché si possa parlare di strategia in loco è la fine del regime: «Auspico che la situazione che si sta delineando in questo momento si avveri, perché il cessate il fuoco può far risolvere i problemi più velocemente».

Quali scenari
Con tutta evidenza, insomma, anche le prossime mosse n avranno conseguenze a catena nello scacchiere geopolitico. Per cercare di capire i possibili scenari ci attendono abbiamo chiesto di fare il punto della situzione al generale Jean. A partire, ovviamente, da Gheddafi. «Il problema non è tanto la cacciata di Gheddafi in se stessa – ci ha spiegato – Il problema è l’accordo con le tribù, che sono divise e alcune di queste molto animose. Bisogna vedere che cosa succede, le ipotesi possono essere differenti: potrebbe anche accadere il “miracolo”, ossia un accordo tipo Kenia, in cui il capo di una fazione mette d’accordo tutti. Ma, appunto, si tratterebbe di un miracolo». Discorso diverso è quello che riguarda Tunisia ed Egitto. «Certo, la Tunisia è quella che sembra andare nella migliore direzione, il 24 luglio si andrà a votare con una costitizione. Stesso discorso per l’Egitto». A questo punto, però, il rischio da scongiurare è quello (ironia della sorte) del sistema elettorale: «Qualora venisse adottato il sistema maggioritario come in Algeria potrebbero succedere ciò che è avvenuto lì qualche tempo fa. L’ideale sarebbe un sistema proporzionale che non rientra però nella cultura della personalizzazione dei paesi di tradizione islamica». Davanti a tutto questo, però, esistono poi due paesi le cui rivolte sembrano interessare di meno all’Occidente, nonostante anche lì la repressione sia molto dura: Yemen e Siria. «È vero. Assad non lo tocca perché alla fine è percepito come un elemento di stabilizzazione di quell’area da paesi come la Giordania e Israele». Lo Yemen invece “paga” la sua posizione geografica. «Sì, è al di fuori di certi interessi, per questo non se ne occupa quasi nessuno. Certo, qui esiste l’Aqap, la sezione locale di al-Qaeda che sta destando la preoccupazione degli Stati Uniti».