Set 21 2019

La difesa dell’ambiente è una cosa seria, non uno spot. Non va svenduta alla sinistra

Per una sinistra alla ricerca di nuove ragioni esistenziali la difesa dell’ambiente è come un’oasi inaspettata a cui abbeverarsi. Conta poco entrare nello specifico dei problemi, magari inquadrandoli nell’ambito di un “disagio” più complesso. Né interessa declinare l’ecologia con la crisi “di sistema”, con i limiti dello sviluppo industrialista e globalista.

C’è Greta e tanto basta: ragazza d’immagine e dalle buone entrature internazionali (da Papa Francesco ad Obama, passando per le Nazioni Unite). Siamo evidentemente al centro di una campagna ricca di suggestioni, con un seguito di massa, che non va sottovalutato. Il mainstream è duro da “governare”. E tuttavia qualche pillola di buonsenso e di controcultura non guasterebbe, evitando di accreditare l’idea di una ambientalismo a senso unico, laddove c’è spazio per nuovi elementi identificativi, che partano dal rapporto città-campagna, ripensino le città, ritrovino lo Stato, denuncino alcuni miti dominanti. Non inventiamo nulla – sia ben chiaro.

Riaffermare il rapporto città-campagna, visto nella sua sostanziale unitarietà, significa ricostruire l’equilibrio idrogeologico, non fatto di sola natura, ma creazione umana, che opera a sistemare le terre, a valorizzarne la funzione (non solo produttiva, quanto soprattutto conservativa: pensiamo – da questo punto di vista – all’abbandono di tante aree interne del Paese).

Difendere (o meglio ancora ripristinare) l’equilibrio dell’ambiente vuole dire ritrovare una “funzione civile” e culturale delle scelte urbanistiche, denunciando gli eccessi (anche dimensionali) dell’urbanizzazione ad essa contrapponendo l’idea della “città organica”, vista come un insieme di funzioni prodotte da altrettanti motori ed organi interdipendenti, che vengono a concorrere alla realizzazione di un “corpus” più ampio, laddove la “città moderna” appare come l’espressione dell’atomizzazione della società e di una esasperante visione produttivistica e quantitativa.

Pensiamo al ruolo ordinatore dello Stato rispetto alla difesa del suolo e dunque alla sistemazione idrogeologica del territorio, che richiede il rimboschimento, la ricostituzione dei pascoli, la regimazione delle acque.

Ed ancora evidenziamo – in termini metapolitici – le storture determinate dal mito del benessere, del progresso, della tecnica ed i limiti di uno sviluppo 4.0, a cui certa cultura “progressista” guarda invece come ad un nuovo orizzonte paradisiaco.

Nel 1974 Alfredo Todisco, autentico antesignano della cultura ecologica, in “Breviario di ecologia”, sottolineava come il vero progresso non fosse materiale, ma indirizzato al consumo di beni mentali, estetici, ludici ed artistici.

«La base di partenza – scriveva, nel 1998, su “Fare Verde”, Paolo Colli, figura mitica dell’ambientalismo “alternativo” – è una concezione non materialistica dell’uomo : la sua realizzazione autentica è data dal raggiungimento di obiettivi e equilibri incentrati sulla qualità più che sulla quantità. (…) E’ fondamentale fare proprio il rispetto, per chi è credente, verso ciò che stato concesso in uso dalla Divinità e, comunque, per rispettare chi è venuto prima di noi e ci ha consegnato un patrimonio inestimabile, che non abbiamo diritto di dilapidare, danneggiando irreparabilmente chi verrà dopo di noi».

L’ambientalismo non può – in definitiva – essere considerato uno spot o una sorta di salvagente politico. È molto di più. E’ un’emergenza esistenziale, nella misura in cui, proprio sul piano dell’esistenza umana, fa emergere una condizione di crisi che impone una ridiscussione generale nei modelli comportamentali, nelle priorità sociali, nella scala dei valori. Ben oltre dunque qualche colorata aspettativa ed un riformismo parziale: una “visione”, politica e culturale, in cui l’uomo è visto come “soggetto attivo” del suo ambiente, finalmente consapevole dei limiti e degli eccessi di uno sviluppo “senza qualità” a cui porre rimedio.

di: Girolamo Fragalà @ 12:02


Set 20 2019

Quel decreto del governo Gentiloni che non ha agevolato gli agenti immobiliari

Nell’anno 2017 il governo Gentiloni emana il Decreto 50/2017 con il quale riconosce le piattaforme digitali delle locazioni brevi intermediarie tanto quanto le agenzie immobiliari regolari italiane. La cosa assai strana è che dette piattaforme, sia pur svolgendo in concreto l’attività di mediazione attraverso il web dunque operando anche nel mercato nostrano mettendo in relazione le parti per la conclusione di affari (locazioni brevi) facendosi pagare laute commissioni (provvigioni) calcolate sul volume di ogni affare transato, il più delle volte pare siano sprovviste delle necessarie abilitazioni a svolgere detta attività come la Legge in materia impone di detenere avendo spesso per altro la sede fiscale in “paradisi” stranieri.

Queste dunque rappresenterebbero il più grande e gravoso fenomeno di esercizio abusivo della professione di mediatore ad oggi mai esistito ma, ciò nonostante, nulla ha impedito al Legislatore di attribuire anche a loro l’onere e l’onore di sostituti d’imposta per le locazioni brevi alla pari delle agenzie immobiliari regolari. Una incomprensibile scelta della quale non se ne intuisce la ratio, se non solo quella di voler fare cassa ad ogni mezzo/costo.

Una decisione non affatto condivisa da parte della categoria degli agenti immobiliari, se non altro perché non produce loro agevolazione alcuna ma al contempo comporta un aggravio di lavoro oltre all’esborso di denaro per doversi strutturare a divenire “esattori di Stato”. Inoltre a questo, anche la beffa del maggior danno nel vedere quelle stesse piattaforme a loro equiparate dunque attribuite del medesimo onere ed onore quindi paradossalmente quasi “legittimate” piuttosto che magari perseguite come per Legge nel caso in cui s’accertasse la mancanza dei requisiti necessari.

Legittimo allora chiedersi a chi/cosa è servito realmente il Decreto in oggetto? Di sicuro non agli agenti immobiliari nostrani. Ma qualcuno direbbe, il passato è ormai passato. Tornando invece ad oggi si registra che in questi giorni l’on. Gentiloni è stato nominato Commissario agli Affari Economici UE in rappresentanza dell’Italia tutta. Un incarico di grande rilievo e responsabilità. A lui vanno i nostri migliori auguri di buon lavoro e, sempre e solo nell’ottica dell’interesse collettivo, ci auguriamo che nell’esercizio del suo nuovo incarico non sia lungimirante come lo è stato da Presidente del Consiglio in occasione dell’elaborazione/emanazione del Decreto 50/2017.

di: Girolamo Fragalà @ 09:03


Set 19 2019

Confintesa chiama a raccolta contro l’egemonia dei soliti sindacati

“Nell’ambito della trattativa per il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici, la Federazione Nazionale Confintesa-Metalmeccanici ha preparato una piattaforma comune con altre Organizzazioni Sindacali operanti nell’ambito dei sindacati autonomi per il periodo 2020/2022 da presentare a Federmeccanica e Assistal.Ne da’ comunicazione Francesco Prudenzano (nella foto), Segretario Generale di Confintesa.

Metalmeccanici, le proposte per il nuovo contratto

“La necessità di contrastare il tentativo di rappresentanza egemonico in atto da parte dei sindacati tradizionali  continua Prudenzano – si fonda sulla condivisione di valori fondamentali quali la democrazia e l’autonomia sindacale da partiti e governi e ha permesso a FismicConfsal, Ugl Metalmeccanici, Failms Confasi e Confintesa Metalmeccanici di proporre ai lavoratori e ai quadri sindacali una piattaforma contrattuale che preveda, oltre ad un importante aumento della paga base, che faccia recuperare ai lavoratori del settore la perdita del potere d’acquisto, una maggiore flessibilità negli orari di lavoro e una maggiore tutela contro gli infortuni sul lavoro. La piattaforma prevede anche l’allargamento del Fondo Cometa e l’introduzione di un secondo gestore per l’assistenza integrativa sanitaria al fine di mettere fine ad un regime di monopolio”.

Stop alle discriminazioni arbitrarie

“La creazione di un fronte comune – conclude Prudenzano – dei sindacati autonomi e indipendenti è stata fortemente voluta per contrastare eventuali discriminazioni arbitrarie, così come dichiarato anche da Roberto Di Maulosegretario generale di Fismic-Confsal, che vorranno mettere in campo le controparti datoriali Federmeccanica e Assistal. Al termine della fase di consultazioni con i lavoratori, prevista per il 26 settembre, la piattaforma unitaria verrà inviata a Federmeccanica e Assistal”.

di: Francesco Storace @ 15:29


Set 17 2019

La lotta al contante: il governo giallorosso vuole farla a colpi di bonus e sanzioni

La lotta all’uso del contante torna tra le priorità del nuovo governo, con un pacchetto di misure per contrastare l’evasione fiscale. L’obiettivo è quello di aumentare le entrate tributarie. Un ventaglio di interventi che – secondo quanto è trapelato – prevede bonus, sconti fiscali e sanzioni da inserire nella prossima legge di bilancio.

Nel programma dell’esecutivo Pd-M5s c’è già lo scheletro da cui partire. Occorre «agevolare, estendere e e potenziare i pagamenti elettronici obbligatori e ridurre drasticamente i costi di transazione».

Contante e credito sulle commissioni

Ovviamente sarà necessario, prima di tutto, trovare un accordo con il sistema del credito sulle commissioni che gli esercizi devono pagare ogni volta che viene effettuato un pagamento elettronico. Poi bisognerà sentire il mondo del commercio e dei consumatori, per capire quali incentivi potrebbero spingere nella direzione giusta, aiutati anche da un efficace sistema di disincentivazione. La richiesta di mettere tutti intorno a un tavolo, per trovare insieme una soluzione che porti a dei risultati concreti, è già stata presentata da più parti.

I suggerimenti della Confesercenti

Intanto, arrivano le prime proposte su possibili strumenti con cui intervenire, come quella della Confesercenti che suggerisce l’introduzione di un credito d’imposta del 2% sugli acquisti per chi usa carte di credito e bancomat. Costo dell’operazione, secondo la stessa associazione, circa 9 miliardi di euro, che comunque sarebbe coperto dalle maggiori entrate Iva e imposte sui redditi, nonché dall’emersione della base imponibile.

I commercianti dovrebbero invece ottenere l’esenzione dal pagamento delle commissioni per i micro-pagamenti, con un tetto che potrebbe essere fissato intorno ai 30 euro. In questo modo sarebbero comprese una quota consistente delle transazioni, considerando che l’importo medio dei pagamenti in contanti è di 13,57 euro.

Confcommercio: non tassare il contante

Sicuramente l’ipotesi di «tassare il contante», secondo la chiave di lettura di Confcommercio, «non è la strada da seguire». «Una tassa fondata sul nesso presuntivo tra contante ed evasione – secondo l’associazione – colpirebbe, infatti, i tantissimi che certo evasori non sono e che semplicemente fanno ricorso a moneta legale sotto forma di carta moneta o moneta metallica».

Oltre all’idea di riconoscere un credito d’imposta al consumatore che effettua gli acquisti con la moneta elettronica, Confcommercio suggerisce di legare il sistema di detrazioni e deduzioni, già in vigore, al pagamento con carte. Un ulteriore incentivo potrebbe essere la diffusione del bancomat senza costi di emissione per i cittadini di età superiore ai 65 anni, pari a circa un quarto della popolazione italiana.

I passi per diffondere l’uso del bancomat

Nel passato sono già stati fatti dei passi per diffondere l’utilizzo del bancomat. Ultimo tra tutti l’obbligo, introdotto nel 2016, per gli esercizi di dotarsi del pos che però, a causa della mancanza di sanzioni per chi non lo utilizza, non ha consentito di ottenere i risultati sperati. Proprio in questa direzione potrebbero andare alcune misure, per definire la cifra che dovranno pagare i commercianti che si rifiutano di accettare la monta elettronica.

di: Girolamo Fragalà @ 10:55


Set 15 2019

Tassa sui prelievi: hanno bisogno dei nostri contanti per garantirsi il loro futuro

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Stefano Massari

Le banche, ce lo insegnano a scuola, svolgono alcune funzioni essenziali per il funzionamento del sistema economico, vale la pena ricordarle per capire le ragioni dei provvedimenti sulla tassazione dei prelievi in contante annunciati dal nuovo governo.

Semplificando al massimo le banche esistono per svolgere due funzioni, quella di intermediazione del credito e quella di tesoreria e, svolgendo queste due funzioni, diventano uno strumento di trasmissione della politica monetaria. La funzione di intermediazione del credito è semplice, la banca raccoglie i risparmi dei correntisti ed eroga credito alle imprese. Il suo ruolo è quello di “selezionare il credito” ovvero di comprendere se un’impresa è sana e merita un prestito o se, al contrario, non ne ha i presupposti. Lo sviluppo industriale del nostro Paese si è fondato su questo modello, le piccole banche raccoglievano i risparmi del popolo più parsimonioso della terra prestandolo ad imprese, legate al territorio, il cui compito era quello di creare occupazione e ricchezza, per l’imprenditore, per i lavoratori e per la collettività.  La seconda funzione delle banche è quella di svolgere attività di tesoreria. Tenere molti soldi a casa può essere rischioso, per questo si portano, o per meglio dire si portavano in banca, un’istituzione credibile alla quale era affidato il compito di custodire il risparmio, di assicurare il risparmio. Al di sopra delle banche che noi tutti conoscevamo c’erano le banche d’affari le quali avevano una funzione completamente diversa, legata a logiche industriali e ad operazioni di carattere straordinario. La separazione tra banca commerciale e banca d’affari fu introdotta negli anni 30 dal presidente amerciano Roosvelt con il Glass-Steagall Act. Il modello fu importato in Italia dal governo Mussolini.  

Nel 1999 cambia tutto e la lotta al contante non è che l’ultimo tassello di questo cambiamento. Il Gramm-Leach-Bliley_Act promulgato dal presidente Clinton fa cadere il confine tra banca commerciale e banca d’investimento. Le banche si trasformano in istituti che possono gestire i risparmi per speculare con swap, future, high frequency trading. Non sapete cosa sono? Non vi è chiaro cosa c’entri un sistema di intelligenza artificiale con i 300 euro che un pensionato mette da parte ogni mese pensando al proprio nipote? Neanche a me ma dicono si chiami globalizzazione. Andiamo avanti.

Il nuovo modello introdotto da Clinton, non fondato sulla tutela del risparmio ma sull’incentivo alla speculazione, mostra immediatamente i propri limiti; scoppia la profonda crisi nel 2007 e nel 2008 Leheman Brothers, una delle principali banche d’affari americane, fallisce. Ci si accorge che le banche di tutto il mondo occidentale hanno garantito dividendi e compensi stellari ai propri manager con utili conseguiti solo sulla carta. I danni creati da pochi vengono pagati da tutti, gli Stati, ovvero la collettività, è costretta ad intervenire.  Il passo successivo in questo immenso processo di “riforma” del sistema bancario è stato, in Unione Europea, l’introduzione del bail in. Di cosa si tratta? Del principio in base al quale se una banca dovesse fallire i costi del fallimento li pagano gli azionisti della banca (e questo ci può stare), gli obbligazionisti (e questo già ci sta molto meno) ed i correntisti, ovvero coloro i quali hanno depositato i propri soldi nella banca.

Il rapporto tra banca e correntista è radicalmente cambiato. Se prima del 1999 la banca con il servizio di tesoreria assicurava il correntista ora è il correntista che con i suoi soldi assicura la banca. Se la banca sbaglia, il risparmiatore paga, ovvero, visto da un punto di vista leggermente differente, io do i miei soldi alla banca, la banca specula con i miei soldi, se la speculazione produce utili il manager ed azionisti guadagnano, se invece le cose vanno male pago io. Questo è il modello globalizzato di banca universale.

In una situazione del genere la prima cosa che ad una persona malfidata verrebbe in mente è di non tenere i soldi in banca. Un pensiero che,  a ben vedere, deve essere venuto a molti, soprattutto in Italia, dove il tasso di fiducia nei confronti delle istituzioni bancarie dopo MPS e Banca Etruria non deve essere altissimo.  Ma se tutti noi non portiamo i soldi in banca il sistema crolla. Come limitare tutto questo? Semplice, si limita l’uso del contante, si obbliga il sistema economico ad utilizzare la banca per effettuare transazioni, dalle più grandi alle più piccole trasformando la banca in uno strumento di controllo sociale. Chi non si adegua a queste regole è un evasore fiscale, va segnalato all’autorità competente, vanno fatti degli accertamenti in Agenzie delle Entrate. Chi non si adegua va tassato. Ecco perché vogliono tassare il prelievo in contanti, perché hanno bisogno dei nostri contanti per assicurare il loro futuro.

di: Valter Delle Donne @ 19:38


Set 13 2019

Mutui, a settembre altri “saldi”: le offerte più convenienti a tasso fisso e variabile

Nonostante i tassi dei mutui (sia variabili che fissi) siano scesi ai minimi di tutti i tempi, le domande, anziché aumentare stanno diminuendo. Nel mese di giugno le richieste di mutui, sia quelli di acquisto che di surroga, sono scese dell’11% circa su base annua. Ma ciò che colpisce è che la contrazione va avanti ormai da inizio anno. Nel frattempo però i tassi continuano a calare e si assestano sui minimi di tutti i tempi. E questo lascia sperare in una ripresa degli acquisti di casa. È infatti il momento del back to school anche per i mutui che prospettano saldi da record.

Simulazione per mutui a tasso variabile

Mutuo acquisto, tasso variabile a 20 anni per un importo di 140.000 euro su un valore dell’immobile di 280.000 euro, richiesto da un 34enne residente a Roma. I primi 5 istituti che offrono le condizioni più convenienti sono Credem (istruttoria in filiale, indice Euribor 3 mesi, Spread 0,65%; TAN 0,20%; rata 595,30€, TAEG 0,43%); Unicredit (istruttoria in filiale, indice Euribor 3 mesi; Spread 0,95%; TAN 0,51%; rata 613,65€; TAEG 0,65%); Hello Bank (istruttoria online, indice Euribor 1 mese; Spread 1,00%; TAN 0,56%; rata 616,56€; TAEG 0,69%); BNL (istruttoria in filiale, Euribor 1 mese; Spread 1,00%; TAN 0,56%; rata 616,56€; TAEG 0,74%) Banco di Sardegna (istruttoria in filiale, indice Euribor 6 mesi; Spread 1,00%; TAN 0,57%; rata 617,29€; TAEG 0,76).

Simulazione per mutui a tasso fisso

Mutuo acquisto, tasso fisso a 20 anni per un importo di 140.000 euro su un valore dell’immobile di 280.000 euro, richiesto da un 34enne residente a Roma. Fra le 5 migliori proposte, figurano quelle di CheBanca! (istruttoria in filiale, TAN 0,57%; rata 617,35€; TAEG 0,75%); Credit Agricole (istruttoria in filiale; TAN 0,64%; rata 621,62€; TAEG 0,78%); Credem (istruttoria in filiale, TAN 0,60%, rata 619,18€; TAEG 0,80%); IWBank (istruttoria online, TAN 0,85%, rata 634,53€, TAEG 0,99%); Hello Bank (istruttoria online, TAN 0,85%; rata 634,53€; TAEG 0,99%)

Se il mese di agosto
[premium level=”1″ teaser=”yes” message=”Per continuare a leggere l’articolo”]
è passato alla storia come uno dei più euforici sul fronte dei tassi, anche settembre non è da meno. Il crollo degli indici Eurirs che fino alle scadenze di 20 anni sono scivolati sottozero ha un impatto decisivo: chi stipula un mutuo a tasso fisso con banche che adottano la formula Eurirs + spread e non quella del tasso finito, si vedrà per la prima volta calcolare il Tan (Tasso annuo nominale) attraverso la sottrazione dell’indice Eurirs allo spread. Questa notizia riguarda da vicino i mutuatari, sia quelli che si chiedono se stipulare un prestito ipotecario, ma anche tutti coloro che ne stanno già rimborsando uno e fanno bene a chiedersi se sia il caso di migliorarlo attraverso la porta della surroga.

Vediamo le principali novità del mese: Il Gruppo Banco Bpm ha aumentato gli spread sui mutui a tasso fisso tra i 30 e i 35 punti base; Bper Banca ha ridotto tra i Tan dei mutui a tasso fisso tra i 10 e gli 80 punti base; Crédit Agricole ha aumentato gli spread dei mutui a tasso fisso fino a 30 punti base; il Gruppo Ubi Banca ha aumentato gli spread dei mutui a tasso fisso di 30 punti base; Intesa Sanpaolo ha ridotto i Tan dei mutui a tasso fisso fino a 20 punti base; Bnl ha ridotto i Tan dei mutui a tasso fisso fino a 50 punti base.

Ma quali sono le migliori offerte di mutuo a tasso variabile e fisso disponibili per questo mese di settembre 2019?La scelta del mutuo da accendere dipende sempre dalle proprie esigenze, dalle disponibilità, dalla somma da restituire e dalla tranquillità che si vuole avere nel corso del finanziamento. Il consiglio è quello di optare per il mutuo con lo spread migliore, che rappresenta il costo effettivo che ogni banca richiede ai clienti per la concessione del prestito e si aggiunge al tasso di interesse del finanziamento richiesto, per cui più basso è lo spread della banca, minori saranno gli interessi da restituire sul mutuo. Ecco due simulazioni di acquisto realizzate per AdnKronos da MutuiSupermarket.it.
[/premium]

di: Girolamo Fragalà @ 09:06


Set 12 2019

Lucaselli a Conte: “Dal governo solo assistenzialismo ai giovani”

Conte non deve prendere in giro i giovani, ai quali finora il premier ha offerto solo assistenzialismo senza alcuna concreta prospettiva di crescita. È quanto sostiene in una nota Ylenja Lucaselli, deputata di Fratelli d’Italia e membro della commissione bilancio: “È un bene che Giuseppe
Conte parli di sostenere ‘percorsi di
autoimprenditorialita”, per evitare che i giovani italiani vadano all’estero. Peccato sia lo stesso Conte, presidente del Consiglio di un governo che ha introdotto il reddito di cittadinanza, una misura che costituisce un assalto alla cultura del lavoro.

Ancora differenze tra nord e sud

“I giovani non vanno tentati con
l’assistenzialismo, ma messi in condizione di valorizzare le proprie capacita’ e di essere competitivi. A questo e’ funzionale una scolarizzazione piena e il piu’ possibile
uniforme sul territorio. I test Invalsi, purtroppo”,
continua la parlamentare di Fd’I, “mettono in evidenza una differenza di competenze tra Nord e Sud. Quanto alle opportunita’ offerte dalla bellezza del nostro Paese, e’ giusto e doveroso farne una bandiera, ma sarebbe stato piu’ logico istituire un ministero apposito per il turismo”.

Chissà se a palazzo Chigi apriranno finalmente le orecchie: non conta solo il potere che si detiene ma anche la pratica che se ne fa. E finora se ne è vista davvero poca…

di: Francesco Storace @ 19:17


Set 11 2019

Rifiuti, impennata di tasse nel Lazio (e pure lì i grillini abbracciano Zingaretti)

Strangolati dalle tasse pure per i rifiuti. Ormai siamo a livelli di autentica rapina impositiva, stando ai dati che ogni giorno vengono sfornati. E il fatto che continui ad aumentare la spesa di imprese e cittadini per pagare una marea di quattrini per l’immondizia non comporta benefici: i servizi di raccolta restano per molti comuni al di sotto della sufficienza. Lo sottolinea la Confcommercio in uno studio nel quale calcola che la Tari (introdotta nel 2014) vale ormai 9,5 miliardi, in aumento del 2,15% rispetto al 2017 ma del 76% rispetto alla spesa per la tassa sui rifiuti nel 2010 quando era di 5,4 miliardi.

I dati su tasse e rifiuti denunciati da Confcommercio

Interessante e per certi versi drammatico il dato diviso per i singoli territori. Ed è la regione di Nicola Zingaretti dove si pagano imposte sulla “monnezza” più che altrove. Confcommercio parla infatti di un aumento generalizzato anche per la Tari pro-capite con il valore più elevato nel Lazio (261 euro, +7% sul 2017), e il più basso in Molise (130 euro). “A fronte di costi sempre più alti – scrive l’associazione dei commercianti – calano livello e quantità dei servizi offerti dalle amministrazioni locali: solo 5 Regioni (Emilia Romagna, Lombardia, Marche, Piemonte e Veneto) si collocano sopra il livello di sufficienza”. Il Lazio si ferma a una votazione di 3,2. Il Piemonte ha il voto più alto: 7,8. “A quasi tutte le categorie merceologiche – si legge – si continuano ad applicare coefficienti tariffari in crescita”.

Ringraziamo Raggi e Zingaretti

Ovviamente, saranno contenti i Cinquestelle alla Pisana che si preparano ad entrare nella giunta laziale. Le tasse non li spaventano affatto purché prevalga il nuovo corso con la gara ad acciuffare più poltrone possibile. Intanto, i cittadini continuano a pagare tasse elevatissime. E chissà quanto sia responsabilità anche di Virginia Raggi nell’impennata delle tariffe per assenza di una politica dei rifiuti. Colpe sue e di Zingaretti. E Pantalone paga.

di: Francesco Storace @ 10:33


Set 10 2019

E ora anche le agenzie di rating corrono in soccorso di Conte: darà stabilità

C’era da aspettarselo: ora anche le agenzie di rating corrono in soccorso di Conte assicurando che «darà stabilità». E’ perfino sfacciata la benedizione che da al governo Conte 2 la più grande agenzia di rating al mondo, Moody’s il cui azionista principale è Warren Buffet, il finanziare statunitense che nel 2017 è stato incoronato come il secondo uomo più ricco del pianeta con un patrimonio stimato di 75,6 miliardi di dollari.

Nel giorno in cui il governo Conte 2 si presenta al Senato per la fiducia, Moody’s ribadisce il rating Baa3 dell’Italia con outlook stabile, in una “credit opinion” in cui evidenzia – fra l’altro – come «la forza istituzionale dell’Italia sia più bassa rispetto alla maggior parte degli altri paesi dell’Eurozona con politici che spesso hanno avuto un atteggiamento “volatile”».
Ma in questo scenario – aggiunge Moody’s, una delle due agenzie di rating che, assieme a Standard & Poor’s si spartiscono l’80 per cento del mercato – il presidente della Repubblica ha un ruolo forte nel dare stabilità al sistema politico».

Sul fronte strettamente economico, l’agenzia di rating ricorda fra i punti di forza dell’Italia «una economia grande e diversificata con un basso debito del settore privato» e «una gestione professionale dell’elevato debito pubblico con un basso rischio di crisi di liquidità».
Pesa invece «il potenziale di crescita che rimarrà debole in assenza di riforme strutturali, un debito pubblico che resterà elevato e vulnerabile agli shock futuri e la necessità di mantenere la fiducia degli investitori, date le elevate esigenze di rifinanziamento» con circa 280 miliardi di titoli a medio e lungo termine da rifinanziare nella restante parte del 2019 e nel 2020.

Per il 2019 Moody’s stima una crescita dell’economia italiana solo dello 0,2 per cento e nel 2020 dello 0,5 per cento, mentre il rapporto debito/Pil dovrebbe salire quest’anno al 133 per cento e quindi toccare il 133,6 per cento nel 2020.

Guardando alla nascita del governo Conte 2 l’agenzia sottolinea come «la formazione di un governo di coalizione di centrosinistra dovrebbe garantire un periodo di stabilità politica in Italia», uno scenario «positivo alla luce della crescita debole dell’economia domestica e delle prospettive incerte di crescita globale».
Peraltro Moody’s evidenzia di avere tagliato di 0,2 punti le stime di crescita italiana per il 2019 (in precedenza erano allo 0,4 per cento).
Il nuovo governo – che «sarà meno euroscettico rispetto al precedente esecutivo Lega/M5S» – «dovrebbe anche consentire la presentazione tempestiva del bilancio 2020». Fra gli altri elementi positivi, anche «l’adozione di un atteggiamento meno conflittuale nei confronti della Commissione Europea e dei partner dell’Eurozona».
Laddove, si sottolinea, «l’atteggiamento del precedente esecutivo ha contribuito in maniera decisiva alla volatilità del mercato e a un aumento dei costi di finanziamento del debito nel 2018 e nei primi mesi di questo anno».

di: Silvio @ 18:19


Set 08 2019

De Carlo (Fdi) attacca: “Già litigano al governo pure sulla Xylella”

“Il nuovo governo Pd-M5S litiga su tutto, anche su come intervenire nella questione Xylella” lo dichiara Luca De Carlo, deputato di Fratelli d’Italia.

“Trovo sconcertanti le parole di chi come il senatore del M5S Ciampolillo, se la prende con la Coldiretti e fantomatiche lobby dell’olio di oliva per contrastare gli interventi necessari a stroncare il propagarsi della Xylella. Sono stati proprio i ritardi dovuti alle visioni complottiste di certi ambienti cari ai grillini a provocare danni gravissimi che ci sono peraltro costati una condanna della Corte di Giustizia europea. Ricordo al neoministro Bellanova che tra coloro che coccolavano certe visioni, c’era anche il governatore della Puglia, Emiliano, suo compagno di partito”.

“È ora di finirla – conclude De Carlo – di dare retta ai guru del nulla per calcoli meramente politici: si agisca al più presto”.

di: Francesco Storace @ 17:18


Set 06 2019

Confintesa mette nel mirino il governo Conte: “Tutelare finalmente i pensionati”

“Ridurre il cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti è cosa buona e giusta perché così si incrementerebbero i consumi con più soldi nelle buste paga”.  Lo dichiara Francesco Prudenzano (nella foto) Segretario Generale di Confintesa in ordine all’ annunciata riduzione del cuneo fiscale nelle buste paga dei lavoratori dipendenti.

Tutelare finalmente i pensionati

Ma con un’avvertenza di non poco conto all’indirizzo del governo Conte: “La riduzione del cuneo fiscale solo per i lavoratori dipendenti non è sufficiente però a garantire un’equità fiscale che tuteli anche il potere d’acquisto delle pensioni. Ovviamente – continua Prudenzano – sarà necessario dividere gli assegni previdenziali da quelli assistenziali e sancire una volta per tutte che la pensione è un salario differito nel tempo che ogni lavoratore si è pagato con i propri contributi. Limitare ai soli lavoratori dipendenti i benefici del cuneo fiscale significa discriminare i 14 milioni di pensionati che hanno regolarmente versato i contributi previdenziali nell’arco della vita lavorativa e che oggi godono di una meritata pensione”.

Necessario l’adeguamento fiscale

Insiste il leader di Confintesa: “Se poi si calcola che il 70% dei pensionati percepiscmeno di 1000 euro mensili e che la media dell’assegno pensionistico è di circa 1290 euro mensili – conclude Prudenzano– si capisce che è necessario un adeguamento fiscale anche per i pensionati che non possono essere sempre considerati una categoria dimenticata per il semplice fatto che non hanno armi, come lo sciopero, da poter contrapporre alle ingiustizie sociali”.

di: Francesco Storace @ 12:15


Set 03 2019

All’Economia Conte vuole il tecnico che svenderà i nostri gioielli di famiglia

Risparmiateci l’uomo dell’austerità. C’è un pericoloso candidato all’Economia, tra i nomi vagliati da Conte per il ministero figura l’ex direttore generale di Bankitalia, Salvatore Rossi. E’ l’uomo della svendita di ogni bene nazionale: se arriva lui a via XX settembre possiamo scordarci Eni, Enel, Leonardo, Fincantieri et, i nostri gioielli di famiglia. Si preparerà un colossale affare per chi riuscirà a mettere le mani sui beni più preziosi del nostro Paese.

Perfetto per le troike…

Del resto, il pensiero di Rossi è abbastanza noto. Feroce nemico delle politiche di spesa, è arrivato a sostenere che “l’austerità che uccide l’economia è un falso mito”. Perfetto per le troike che si aggirano per il mondo a caccia delle giugulari dei popoli.
Rossi è arrivato a chiedersi sul Corriere della Sera se davvero possiamomo permetterci una manovra di bilancio espansiva per contrastare la recessione importata, ovvero più spese e meno tasse per tamponare una crisi di breve termine, non solo (nel caso delle tasse) per risolvere il problema di lungo termine che l’Italia si trascina da molti anni.

Solo austerità in economia

Secondo l’ex direttore di Bankitalia nuvole nere si addensano nei cieli del mondo, in particolare le schermaglie fra Stati Uniti e Cina sugli scambi commerciali e sulla futura dominazione tecnologica. Dunque, una recessione nel mondo avanzato potrebbe alla fine prodursi, combattuta dalle politiche monetarie con crescente affanno. “Si invocano allora politiche espansive dei bilanci pubblici” osserva Rossi, sottolineando però che queste politiche espansive possono essere fattesoltanto da chi se le può permettere”.
Insomma, non possiamo permetterci nessuna manovra anti-austerità se le circostanze della congiuntura economica mondiale lo richiedono? Ebbene, specifica Rossi, “è quasi così, anche se non del tutto”.
Occhio al pericolo…

di: Francesco Storace @ 12:15


Set 02 2019

Conti correnti: controlli più stretti su contanti, prelievi e versamenti

Faro acceso per chi muove sui conti correnti cifre in contanti per oltre 10mila euro. Stretta, insomma, su prelievi e versamenti anomali di contanti. Da settembre la Uif, Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia, che dipende dalla Banca d’Italia, verifica infatti il nome di chi ritira o versa banconote per oltre 10mila euro complessivi in un mese. Non sarà una segnalazione automatica di operazione sospetta, ma accenderà un faro da parte delle autorità.

La misura, prevista dalla riforma del 2017, che ne ha fissato l’inizio a settembre, prevede l’invio delle comunicazioni su prelievi e versamenti presso banche, poste, istituti di pagamento. Il 24 luglio 2019, infatti, la Commissione Europea ha pubblicato quattro Rapporti sul sistema antiriciclaggio europeo, accompagnati da una ‘Comunicazione’ al Consiglio e al Parlamento che ne compendia le principali conclusioni. Nei Rapporti, si sottolinea la necessità di attuare pienamente, in tutti gli Stati membri, le norme introdotte con la quarta e la quinta Direttiva antiriciclaggio, colmando le carenze ancora presenti nell’Unione e promuovendo maggiore uniformità.

Il Rapporto esamina casi di alcune banche europee nei quali sono emerse carenze nell’organizzazione e nei meccanismi interni di compliance e differenze nella tempestività e nell’efficacia delle azioni di vigilanza. Il documento sottolinea come tali carenze siano riconducibili anche a lacune nei poteri e negli strumenti a disposizione delle autorità e, di conseguenza, formula proposte per una maggiore armonizzazione delle regole antiriciclaggio, per l’istituzione di un’Autorità di vigilanza antiriciclaggio europea e per il potenziamento della collaborazione tra i supervisori.

Il Rapporto sulla valutazione dei rischi, che aggiorna il precedente del 2017, sottolinea la persistenza, nell’Unione, di vulnerabilità legate alla diffusione di prodotti anonimi o non regolamentati (come le valute virtuali) e alla difficile identificazione dei titolari effettivi di beni o società. È anche emerso che molti Stati membri sono in ritardo nel recepire le ultime Direttive antiriciclaggio, che affrontano tali aspetti (l’Italia ha recepito la quarta Direttiva nel 2017 e si accinge ad approvare le norme che attuano la quinta).

Il Regolamento (Ue) 2018/1672, che disciplina il monitoraggio del trasporto da e per paesi extra-europei di “denaro contante” (valuta, strumenti negoziabili al portatore, beni utilizzati come riserve liquide di valore e carte prepagate), obbliga le autorità doganali a trasmettere prontamente alla Fiu del proprio Paese, attraverso il Sistema Informativo Doganale (Customs Information System), le dichiarazioni sul trasporto di valori di importo pari o superiore a 10.000 euro, oltre a informazioni su casi sospetti (senza limiti di soglia) e su violazioni dell’obbligo di dichiarazione.

Tali informazioni devono essere impiegate nell’attività di analisi delle Fiu e nello scambio di ogni elemento di interesse con omologhe autorità di altri Paesi.

La Direttiva (Ue) 2019/1153, che introduce norme per agevolare l’uso di informazioni finanziarie e di altro tipo a fini di prevenzione, accertamento, indagine o perseguimento di reati, mira a rafforzare la collaborazione tra gli organi investigativi e le Fiu, nel rispetto dei principi di indipendenza operativa di queste ultime. Il provvedimento disciplina gli scambi informativi tra Fiu, organi investigativi nazionali ed Europol fi-nalizzati a consentire l’uso più esteso possibile delle in-formazioni e delle analisi finanziarie prodotte dalle Fiu a supporto di indagini per “reati gravi”.

di: Girolamo Fragalà @ 09:35


Ago 29 2019

Brexit, allarme dei produttori agroalimentari italiani: “In ballo 3 miliardi di euro”

«Una manovra masochista quella che si annuncia, soprattutto per un paese importatore come il Regno Unito che produce poco più del 50% dei prodotti alimentari che consuma». È quanto scrive in una nota Luigi Scordamaglia, coordinatore di Filiera Italia, commentando l’ipotesi di Brexit “no-deal” e ricordando che fra i prodotti in cima alle importazioni dal Regno Unito figurano frutta, verdura, carne, cereali, prodotti freschi e uova, olio e zucchero.

«Ma lo spettro di una Brexit “no-deal” allarma anche il settore agroalimentare italiano. Oggi il Regno Unito è il quarto sbocco mondiale dell’export italiano di “food and beverage” dopo Francia, Germania e Usa”, prosegue Scordamaglia. «Dati alla mano parliamo di oltre 3 miliardi di euro. A trainare l’export italiano verso il Regno Unito il settore enologico con 846 milioni di euro, seguito dagli ortaggi trasformati che oggi valgono 356 milioni di euro, seguiti dal dolciario con 316 milioni, dal lattiero caseario che sta a 261 milioni e dalle carni che toccano i 112 milioni».

Brexit, la guerra del Prosecco

Per il Prosecco, in particolare, il Regno Unito è il primo mercato di sbocco su scala mondiale. Nel periodo 2001-2017 gli acquisti di prodotti agroalimentari italiani (vini, ortaggi trasformati, formaggi e pasta) sono aumentati di oltre il 40%. Confagricoltura segnala infine che il mondo agricolo europeo, compresa l’associazione degli agricoltori britannici, è compatto nel richiedere alle istituzioni politiche, a Bruxelles e a Londra, di fare ogni sforzo per evitare un recesso senza regole del Regno Unito dalla Ue.

Il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti si è soffermato sulle conseguenze di una “hard Brexit” che, alla luce delle iniziative del Primo Ministro britannico Boris Johnson, risulta sempre più probabile. «In aggiunta alla scontata contrazione delle esportazioni Ue (circa 40 miliardi di euro l’anno) sul mercato britannico, il recesso senza regole del Regno Unito può aprire un buco nel bilancio dell’Unione, a danno della tempestiva e completa esecuzione dei programmi di spesa», ha sottolineato Giansanti.

di: Valter Delle Donne @ 18:27


Ago 27 2019

“Professione pusher” col reddito di cittadinanza. Arrestato a Salerno

Percepiva il reddito di cittadinanza lo spacciatore 44enne arrestato lo scorso 25 agosto dai carabinieri durante dei controlli antidroga. Ad accorgersi della particolare situazione del ragazzo, che era solito spacciare all’interno di un bar, è stato il gip durante la fase di convalida del fermo, avvenuta nella giornata di oggi: nell’ordinanza che dispone le misure cautelari nei confronti dello spacciatore, il giudice ha previsto la sospensione del beneficio con contestuale invito a cercarsi un lavoro. A casa del 44enne sono stati poi rinvenuti altri 14 grammi di stupefacente, oltre a un bilancino di precisione, cellophane e altro materiale utile per il confezionamento delle dosi da spacciare.

Fiamme gialle al lavoro per le verifiche

Deve mettere in apprensione quanto disposto dall’Inps ai primi di agosto. L’ente previdenziale ha trasmesso alle Fiamme gialle una maxi-lista di 600 mila nomi di chi ha richiesto il beneficio. Una cifra enorme se si considera che, sempre dai dati Inps forniti, in una nota ufficiale del presidente dell’istituto, Pasquale Tridico, si evince che, al 31 luglio, su 1.491.935 di domande presentate, 400 mila sono state respinte dalla stessa Inps e 170 mila sono sospese per ulteriore istruttoria.

Reddito di cittadinanza: 7 su 10 sono sospetti

Dunque rimangono 921 mila percettori di assegni e di questi 600 mila, il 65% del totale sarà oggetto di analisi rischio da parte della Guardia di finanza per essere sottoposto a controlli. Il presidente dell’Inps Tridico, dunque, riconosce nella nota che: «La Guardia di finanza ha a disposizione 600 mila beneficiari da noi forniti; di questi esaminerà i profili di rischio, cioè individuerà una piccola parte che, per come selezionata, è anche possibile raggiunga elevate percentuali di irregolarità, ma questo dimostrerà la bontà dei sistemi di individuazione del rischio e di controllo adottati, restando poco rilevante rispetto al totale dei beneficiari». Il viceministro leghista Massimo Garavaglia aveva parlato di un’irregolarità riscontrata dalle prime verifiche, nel 70% del campione controllato. Da certe notizie di cronaca, il timore è che la percentuale sia vicina al vero. 

di: Valter Delle Donne @ 17:04


Ago 27 2019

In Italia la carne è roba da ricchi: negli ultimi 5 anni prezzi alle stelle

La carne in Italia costa il 20% in più rispetto alla media Ue. E’ il dato rilevato da Eurostat, che nella categoria carne include il manzo, il vitello, il maiale, l’agnello, il montone, la capra, il pollame, altre carni ed interiora edibili, specialità gastronomiche e altre preparazioni a base di carne.

Caro-fettina, un trend inarrestabile

Nel 2018, secondo l’istituto europeo di statistica, fatta 100 la media Ue, la carne costava 120 in Italia, più o meno come in Danimarca (121) e in Svezia (119), più della Germania (106), ma meno della Francia (131), per non parlare del Lussemburgo (142) e dell’Austria che, a quota 146, è il Paese Ue in cui la vita è più costosa per chi non è vegetariano o vegano.

Il prezzo medio della carne nella Ue

Il prezzo della fettina in Italia cresce ininterrottamente dal 2014, quando era a 111,8 (sempre fatta 100 la media Ue di quell’anno); nel 2015 è salito a 112,1, nel 2016 a 115,9, nel 2017 a 118,8. Essere carnivori costa relativamente caro anche in Belgio (126), Olanda (123) e Finlandia (122). La vita diventa più facile a est, dove la carne costa meno della media Ue, in particolare in Polonia e Romania, entrambe a 63, Bulgaria (64), Lituania (71) e Ungheria (74). Nel Regno Unito costa meno della media Ue (95), come pure in Spagna (89) e Grecia (91). Fuori dall’Unione, la carne è carissima in Svizzera, dove il prezzo medio è più del doppio della media Ue, a 227,6.

E ora arriva l’invasione di carne americana

In tema di carne, con l’accordo firmato a Washington, le esportazioni Usa sul mercato dell’Unione europea di carni bovine provenienti da animali allevati senza ormoni aumenteranno fino a raggiungere il tetto di 35 mila tonnellate nel giro di sette anni. «Gli effetti dei dazi americani sull’intera filiera agroalimentare italiana sarebbero particolarmente pesanti», ha sottolineato Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura. Con oltre 4 miliardi di euro, gli Usa sono il terzo mercato di sbocco per le esportazioni agroalimentari italiane, dopo Francia e Germania. Il presidente di Confagricoltura ha ricordato che «l’imposizione dei dazi Usa può essere fermata con un negoziato bilaterale. L’intesa raggiunta sulle carni bovine sta a dimostrare che esistono sistemi alternativi e proficui, per risolvere le dispute in materia commerciale. Auspichiamo un accordo generale con gli Usa, anche nell’ottica di un necessario ripensamento dell’intesa con il Mercosur».

di: Valter Delle Donne @ 16:03


Ago 26 2019

Mercato del lavoro, continuerà lo stallo anche nei prossimi mesi

Le notizie non sono rassicuranti. «È molto probabile che nel secondo semestre 2019 il mercato del lavoro continui a essere “in stallo” eventualmente con un’ulteriore erosione delle ore lavorate a causa della cassa integrazione». Lo rivela l’Osservatorio sul mercato del lavoro di Itinerari Previdenziali (‘Dinamiche e linee di tendenza del secondo trimestre 2019’), curato dall’economista Claudio Negro.

«La crescita nominale dell’occupazione (che, peraltro, pare essersi arrestata) -ricorda l’analisi del Centro Studi guidato da Albero Brambilla- è avvenuta a spese delle ore lavorate e della retribuzione. All’uscita dalla crisi, il mercato del lavoro ha continuato cioè a muoversi su logiche difensive e ripartitorie, come si fosse ancora in piena crisi. Per il resto dell’anno, l’Istat prevede una dinamica del Pil sostanzialmente statica mentre, per quanto concerne l’indice di produzione industriale, la previsione è negativa nel secondo trimestre sia come dato congiunturale (rispetto cioè al trimestre precedente) che tendenziale (rispetto cioè a dodici mesi prima)».

«Non c’è dunque ragione di pensare
[premium level=”1″ teaser=”yes” message=”Per continuare a leggere l’articolo”]
– osserva Negro- a una significativa ripresa nella seconda parte dell’anno, tanto più che anche l’indice di fiducia delle imprese, in crescita secondo le ultime rilevazioni, segnala un clima ancora negativo per il settore manifatturiero, settore che potrebbe produrre occupazione più qualificata».

«È probabile, perciò, che la curva dell’occupazione continui a essere piatta per tutto l’anno. Anzi, è probabile che gli effetti di Quota 100 e del reddito di cittadinanza, di cui non possiamo ancora apprezzare pienamente gli esiti, diano un ulteriore colpo al tasso di occupazione», si legge nell’Osservatorio. «Il tasso di sostituzione di Quota 100 è valutato generalmente dagli operatori nel rapporto di 1 a 3 (un assunto ogni tre pensionati anticipati): teniamo conto che, al di là delle intenzioni di chi lo ha istituito, verrà in molti casi incontro alle esigenze delle imprese di flessibilizzare l’occupazione, come utile ed efficace alternativa alla cassa integrazione o alle procedure di esubero».

«Nemmeno nel pubblico impiego, che dovrebbe ‘liberare’ più di 6.000 posti di lavoro e ben 16.000 nel caso della scuola, c’è la certezza di un turn over a somma zero, stante le ben note difficoltà normative e procedurali», riflette l’autore.

«Quanto al reddito di cittadinanza, non ha finora prodotto un solo posto di lavoro e, francamente, visto l’impianto normativo e l’approccio tanto scenografico quanto impalpabile sul piano dei contenuti prodotto finora da Anpal, si fatica a immaginare per i prossimi mesi un esito anche soltanto simbolicamente positivo», conclude l’Osservatorio.
[/premium]

di: Girolamo Fragalà @ 09:20


Ago 25 2019

Tria, l’aumento Iva porterebbe a recessione e crollo consumi? Tutte sciocchezze…

Sulla manovra, e in particolare, sullo spauracchio agitato in questi giorni di uno “spaventoso aumento dell’Iva” che porterebbe a recessione o crollo dei consumi, il ministro dell’economia dell’esecutivo giallo-verde in crisi, Giovanni Tria, non ha dubbi e dichiara: «Solo solo schiocchezze»…

Tria sulla manovra: aumento Iva e recessione sono sciocchezze

E lo argomenta in una dirimente intervista al Corriere della sera in cui il titolare del dicastero dell’economia spiega come per disinnescare le clausole di aumento dell’Iva da 23 miliardi «ci sono margini di manovra. Anche a leggi vigenti, senza altre misure, il deficit per il 2020 sarebbe sostanzialmente inferiore al 2,1% del prodotto lordo previsto nel Documento di economia e finanza di aprile scorso. Siamo molto sotto quel livello». Non solo: tra le varie perle di saggezza economica che il ministro elargisce nell’intervista al quotidiano di via Solferino, Tria, afferma anche che il contributo che potrebbe arrivare dal minor indebitamento sarebbe «anche di più di 0,3%», pari a oltre 5 miliardi di euro. Il minor deficit, spiega Tria, sarebbe frutto delle minori spese legate al reddito di cittadinanza e quota 100, che insieme alle maggiori entrate ed i minori interessi sul debito, porterebbero il “tesoretto” a 6-8 miliardi di euro.

Per il ministro l’obiettivo è quello della riduzione fiscale in direzione Flat tax

E comunque, rispetto ad un ipotetico aumento, certo ben inferiore ai 23 miliardi, «c’è chi parla di recessione, di crollo dei consumi… sciocchezze» sgombera il campo dagli equivoci e dalle interpretazioni in malafede il ministro Tria. Per realizzare la manovra del prossimo anno occorre individuare le risorse «per finanziare la prima fase di una riforma fiscale. Certo non è facile, ma da tempo ci lavoriamo», sottolinea il ministro. Da una parte, «rivedendo tutte le poste per capire dove sia possibile ridurre la spesa corrente», magari reperendo le risorse dalle misure che «non tirano», spiega Tria. «Poi stiamo lavorando su deduzioni e detrazioni. Anche lì ci sono spazi. L’obiettivo non è solo evitare gli aumenti dell’Iva, ma una riduzione fiscale in direzione della cosiddetta flat tax». E Cassandre e gufi sono messi a tacere…

di: Priscilla Del Ninno @ 12:28


Ago 20 2019

L’olio di palma crea nuove tensioni. Stavolta a livello internazionale

Non bastavano le polemiche in Italia. Non bastavano le ultime notizie che avevano già disegnato un quadro complicato. E neppure che tre ong avevano chiesto al gruppo bancario olandese Ing di disinvestire dall’intero settore dell’olio di palma. All’inizio del mese di luglio avevano presentato un’istanza contro l’istituto finanziario. L’accusa era di aver finanziato tre grandi compagnie: Noble, Socfin e Wilmar International.

Ora la polemica si estende in un altro campo. E ci sono tensioni tra Unione europea e Indonesia sul commercio di olio di palma. «Potrebbero essere colpite le esportazioni Ue di prodotti lattiero-caseari». A suonare il campanello d’allarme è la Confagricoltura dopo che nei giorni scorsi le autorità indonesiane hanno invitato le aziende importatrici di prodotti lattiero-caseari dalla Ue di trovare nuovi fornitori, in quanto è in programma un forte aumento delle tariffe doganali, che passerebbero dal 5 al 25% sulle produzioni di settore in arrivo dagli Stati membri dell’Unione. Complessivamente, sottolinea Confagricoltura, «le importazioni annuali indonesiane di prodotti lattiero-caseari ammontano a circa un miliardo di euro l’anno. Intanto, gli operatori europei segnalano che è stata rallentata la concessione delle licenze per l’importazione di bevande alcoliche».
[premium level=”1″ teaser=”yes” message=”Per continuare a leggere l’articolo”]

Sotto il profilo strettamente procedurale, evidenzia Confagricoltura, «le misure allo studio da parte delle autorità indonesiane sono da mettere in relazione con la recente decisione della Ue, che ha sottoposto a dazi compensativi varianti dall’8 al 18% sul biodiesel importato dall’Indonesia. La decisione è stata presa sulla base delle conclusioni di un’indagine che ha rilevato come i produttori di biodiesel indonesiani beneficiano di sovvenzioni tali di ridurre al di sotto del prezzo di mercato il prezzo di acquisto della materia prima, essenzialmente olio di palma. I dazi compensativi della Ue sono stati introdotti a titolo provvisorio. La decisione definitiva sarà assunta entro la fine di quest’anno».

Il motivo di fondo del contenzioso tra Ue e Indonesia, rileva il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, «è sullo sfondo legato all’impatto ambientale della produzione di olio di palma. La Ue intende bandire dal 2030 l’utilizzo di olio di palma per la produzione di carburanti. Secondo la Commissione Ue il 45% della crescita produttiva di olio di palma ha provocato fenomeni di deforestazione. Indonesia e Malesia sono i principali produttori a livello mondiale». La questione dell’impatto ambientale dell’olio di palma ha già determinato una serie di problemi all’interno degli Stati membri. «In Francia – indica Giansanti – la Total ha presentato ricorso al Consiglio di Stato contro la decisione del Parlamento francese, assunta a fine 2018, di escludere l’olio di palma dalla lista delle materie prime per la produzione di biocarburanti che possono beneficiarie di agevolazioni fiscali». Secondo i vertici della Total, la decisione del Parlamento incide sulla competitività delle imprese di trasformazione ed è contraria alle regole della Ue sulla libera concorrenza.

«Mi auguro – aggiunge Giansanti – che il contenzioso con l’Indonesia possa essere risolto sul piano negoziale. Tuttavia, occorre affrontare la questione del rapporto tra commercio internazionale e nuove esigenze in materia di tutela delle risorse naturali. L’apertura dei mercati richiede un sistema di regole globali e obiettivi comuni, in modo da assicurare allo stesso tempo maggiore tutela dell’ambiente e libera concorrenza tra le imprese». In questo quadro, puntualizza il presidente di Confagricoltura, «la Ue e l’Italia sono chiamate a fare scelte coerenti per puntare sulla transizione energetica, tenuto anche conto delle concessioni fatte ai paesi Mercosur per l’esportazione di etanolo sul mercato dell’Unione».

«L’Italia deve puntare con decisione e senza rallentamenti sulle energie rinnovabili e in particolare sul biometano, per consentire all’agricoltura di realizzare tutte le potenzialità in termini di maggiore sostenibilità ambientale, anche nell’ottica del raggiungimento degli obiettivi indicati nell’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile e nell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Vanno quindi rimossi – conclude Giansanti – tutti gli ostacoli che stanno rallentando la riconversione degli impianti già esistenti e la realizzazione di nuove strutture».
[/premium]

di: Girolamo Fragalà @ 12:10


Ago 18 2019

Il grido di allarme dell’artigianato: «In 6 mesi chiuse 6500 botteghe, troppe tasse»

Gli artigiani vivono un altro momento di forte difficoltà. Nonostante nel secondo trimestre si sia verificata una leggera ripresa, permane il cattivo stato di salute dell’artigianato in Italia. Lo rileva la Cgia. Nei primi 6 mesi di quest’anno lo stock delle imprese artigiane è diminuito di 6.564 unità. Al 30 giugno scorso, il numero complessivo si è attestato a quota 1.299.549.

Ad eccezione del Trentino Alto Adige, in tutte le altre regioni italiane il saldo del primo semestre è stato negativo. I risultati più preoccupanti si sono registrati in Emilia Romagna (-761), in Sicilia (-700) e in Veneto (-629). A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia. Una moria, quella delle aziende artigiane, che dura ormai da 10 anni. Tra il 2009 e il 2018, infatti, il numero complessivo è sceso di quasi 165.600 unità.

Altri dati arrivano dalle varie province. È drastico, ad esempio, il calo di imprese artigiane in Polesine: oltre il 30% in più di cessazioni rispetto alle iscrizioni. Un dato davvero preoccupante per la provincia di Rovigo che nel primo semestre del 2019 ha visto 225 iscrizioni e 296 cessazioni di aziende con un saldo negativo di 71 unità, ovvero con una “mortalità” del -31,56%.

«La crisi, il calo dei consumi, le tasse, la mancanza di credito e l’impennata degli affitti – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – sono le cause che hanno costretto molti artigiani a cessare l’attività. E per rilanciare questo settore è necessario, oltre ad abbassare le imposte e ad alleggerire il peso della burocrazia, rivalutare il lavoro manuale. Negli ultimi 40 anni c’è stata una svalutazione culturale che è stata spaventosa».

[premium level=”1″ teaser=”yes” message=”Per continuare a leggere l’articolo”]

«L’artigianato è stato dipinto come un mondo residuale, destinato al declino e per riguadagnare il ruolo che gli compete ha bisogno di robusti investimenti nell’orientamento scolastico e nell’alternanza tra la scuola e il lavoro, rimettendo al centro del progetto formativo gli istituti professionali che in passato sono stati determinanti nel favorire lo sviluppo economico del Paese», spiega Zabeo.

Oggi, «invece, sono percepiti dall’opinione pubblica come scuole di serie b. Per alcuni, infatti, rappresentano una soluzione per parcheggiare per qualche anno quei ragazzi che non hanno una grande predisposizione allo studio. Per altri costituiscono l’ultima chance per consentire a quegli alunni che provengono da insuccessi scolastici, maturati nei licei o nelle scuole tecniche, di conseguire un diploma di scuola media superiore», aggiunge.

«E nonostante la crisi e i problemi generali che assillano l’artigianato – prosegue il segretario Renato Mason – non sono pochi gli imprenditori di questo settore che segnalano la difficoltà a trovare personale disposto ad avvicinarsi a questo mondo. Soprattutto al Nord, si fatica a reperire nel mercato del lavoro giovani disposti a fare gli autisti di mezzi pesanti, i conduttori di macchine a controllo numerico, i tornitori, i fresatori, i verniciatori e i battilamiera. Senza contare che nel mondo dell’edilizia è sempre più difficile reperire carpentieri, posatori e lattonieri».

E un’ulteriore stangata al mondo dell’artigianato potrebbe arrivare il prossimo 1° gennaio. Se non si disinnescherà l’aumento dell’Iva, l’innalzamento di 3 punti percentuali sia dell’aliquota ordinaria che di quella ridotta rischia di provocare degli effetti molto negativi sul fatturato di queste attività che, ricorda la Cgia, vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie. E oltre agli effetti economici e occupazionali, la riduzione del numero delle attività artigiane e in generale dei negozi di vicinato ha provocato delle ricadute sociali altrettanto significative.
[/premium]

di: Girolamo Fragalà @ 11:30


Ago 18 2019

Reddito di cittadinanza, la macchina si è inceppata: ecco che cosa sta accadendo

«I centri per l’impiego devono cercare al telefono fra i beneficiari quelli che devono sottoscrivere il Patto per il lavoro. Una firma che dovrebbero apporre entro 30 giorni, ma non ci sono navigator né personale a sufficienza nei centri per l’impiego. E non si riuscirà a stare dietro alle domande. La macchina è già inceppata e la contrattualizzazione dei navigator che sono privi di lavoro, invece, è già in corso». Lo dice ad Adnkronos/Labitalia Alessandra Servidori, docente universitaria di politiche del welfare e strumenti contrattuali al dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia.

Un’altra stangata dopo le cifre dell’Inps. Cifre che, come dichiarato dal Codacons, hanno provato che il reddito di cittadinanza è stato un vero e proprio flop. Al momento, infatti, sono state presentate solo un milione e 400mila domande. I beneficiari – la cui richiesta è stata accolta – sono però al di sotto di quota 900mila. Numeri lontanissimi dalle previsioni del Governo. Secondo quanto avevano affermato esperti e ministri di Palazzo Chigi, infatti, gli italiani destinatari del reddito di cittadinanza sarebbero stati 2,7 milioni.

«I navigator – dettaglia Servidori – sono ancora pochi e ancora tutti da formare, e comunque navigano in brutte acque: già ancora prima dell’acuirsi della crisi la situazione a livello regionale tra l’Anpal, le Regioni e i centri per l’impiego e il ministero del Lavoro appariva difficile: in queste ore è drammatica».

«Il sistema informatico
[premium level=”1″ teaser=”yes” message=”Per continuare a leggere l’articolo”]
impostato non riesce a scambiare i dati tra il ministero del Lavoro e i database regionali e la ricerca dei beneficiari per ricordargli che devono trovare lavoro – sottolinea l’esperta – perché questo prevede il reddito di cittadinanza e invece con l’erogazione si è già partiti: prima semmai si dovevano formare i navigator, poi si faceva lo screening sui beneficiari».

Inoltre, rimarca Servidori, ci sono «scadenze importanti come la nomina del commissario Ue e ci sono provvedimenti in attesa di essere approvati, e all’aumento dell’Iva e al cuneo fiscale sempre più profondo e si è anteposto il reddito di cittadinanza e Quota cento con una crisi politica che si somma all’instabilità globale». Le imprese, infatti, «si sono fermate con gli investimenti per l’incertezza con norme scritte e riscritte e abolite (come l’ammortamento del Piano 4.0) in totale mancanza di una politica industriale nazionale e il pil è sempre più esangue». «Ci sono contratti da rinnovare come quello del pubblico impiego scaduto da un anno, nuovi concorsi da svolgere per nuove assunzioni per personale precario mentre nella pubblica amministrazione quota 100 ha svuotato gli uffici e le corsie di ospedale», aggiunge la docente.

Per questo, dice, «c’è bisogno di una stagione politica forte proprio perché i problemi del Paese sono strutturali e di tali dimensioni che non possono essere affrontati con politiche temperate, strumenti ordinari e tempistiche lente, ma con politiche di riforma e modernizzazione del Paese». «L’economia soffre di mancate iniziative concrete a favore dello sviluppo – precisa Servidori – e quelle poche prese vanno per lo più nella direzione opposta ed è falsa la spiegazione che vuole l’Italia in stagnazione solo ed esclusivamente per via di una avversa congiuntura internazionale e per colpa delle scelte sbagliate ed egoiste dell’Europa a trazione franco-tedesca».

«Dopo aver buttato l’opportunità temporale che la politica monetaria espansiva della Bce ci aveva regalato, ora sarebbe oltremodo suicida fare altrettanto con la nuova stagione di tassi a zero che Mario Draghi ha già predisposto alla vigilia della scadenza del suo mandato e del passaggio del testimone a Christine Lagarde. In autunno non basterà raffazzonare una qualsiasi legge di bilancio per uscirne vivi», avverte l’esperta che conclude: «Serve che gli italiani più accorti abbiano una reazione più netta e forte, anche da sotto l’ombrellone e dalle cime delle montagne perché basta essere attendisti e fatalisti, sosteniamo il buon senso che il Presidente Mattarella non farà mancare».
[/premium]

di: Girolamo Fragalà @ 11:05


Ago 16 2019

Siamo nel mezzo di una tempesta, ma la politica ancora non se n’è accorta

La mia generazione sta assistendo, non senza qualche sorpresa, a uno stravolgimento colossale degli equilibri geografico economici mondiali. E chi, tra di noi, si è formato su testi che partivano dall’assunto che il baricentro dello sviluppo mondiale fosse assestato sulla riva atlantica USA dell’oceano -dalla parte  orientata verso il nord Europa- non può non considerare quanto le parti orientali del globo abbiano di molto spostato – sul fronte pacifico- il vero nucleo di sviluppo. La risposta che il fronte occidentale dà é alquanto opinabile: dal Presidente Trump alla Gran Bretagna della Brexit, passando per i muri di filo spinato nel cuore dell’Europa, è tutto uno scavare di trincee economiche onde sentirsi più al sicuro (in quel piccolo orto che ormai, avizzito, dà pochi ortaggi). La Cina di Xj Jinping ha già assunto il ruolo di guida nella economia mondiale, mentre l’India in quello produttivo di cervelli soppiantando le classiche università europee e britanniche. Cosi, dal 1970 in poi, il reddito pro-capite asiatico è più che aumentato di 5 volte, mentre nell’emisfero occidentale balbetta a malapena e si stanno prefigurando tempi grami.  Siamo, cioè, nel pieno di una tempesta che sta sconvolgendo tutti i nostri stili di vita. Ciò finisce per comportare, in particolare tra i cosiddetti “millennials”, il non considerare più affatto la democrazia come un elemento essenziale per il proprio vivere. Anzi, da molte parti si assume che una alternativa militare sia del tutto consigliabile. Perché essa sarebbe capace di fare una ferma opposizione alle insidie migratorie e delinquenziali provenienti dall’Africa e dai Paesi dell’Est europeo. Fino a quando la politica non aprirà gli occhi su questi fenomeni sconvolgenti -impostando risposte non momentanee ed improvvisate- non ci sarà un progresso al passo con i tempi e si balbetteranno sempre degli stupiti “ohh” di sorpresa. 

di: Valter Delle Donne @ 16:49


Ago 12 2019

Web reputation: nella classifica dei top manager giù Pallotta, sale Cucinelli

Urbano Cairo, Francesco Starace ed Alain Elkann sono i primi tre top manager delle principali aziende italiane e mantengono il podio della web reputation stilata dall’Osservatorio permanente di Reputation Science. Salgono di posizioni Alessandro Benetton e Giuseppe Bono.

L’Osservatorio ogni mese analizza l’andamento della Web Reputation dei manager, a luglio sono stati riconoscimenti importanti, nuovi progetti industriali e alleanze strategiche che hanno fatto crescere la reputazione dei protagonisti della classifica. Urbano Cairo, che ha presentato le novità del palinsesto La7 e ha raccolto la soddisfazione per l’ottima partenza del Torino in Europa League, è con 77,77 punti, tra i rumors che lo tirano nuovamente in ballo come futuro erede politico di Berlusconi. Al troviamo anche questo mese Francesco Starace (67,95) che ha presentato il progetto per convertire la ex centrale di Porto Tolle in polo turistico, al John Elkann (67,75), che ha festeggiato i 120 anni di Fiat dichiarando Fca “forte come non mai” e ha stretto un patto tra Fondazione Agnelli e Google per la didattica innovativa. La conquista delle Olimpiadi 2026 a Milano e Cortina si riflette positivamente sulla reputazione di Alessandro Benetton (55,44), che guadagna cinque posizioni e arriva 12°.

Sale di otto e si piazza al 13° Giuseppe Bono (54,66) che annuncia l’alleanza tra Fincantieri ed Enel per elettrificare i porti italiani. A luglio ha suscitato grande dibattito la sua dichiarazione sulla difficoltà di trovare operai per i suoi cantieri a fronte di seimila posti disponibili. Il premio Tao Awards Excellence, gli utili in crescita e la partecipazione a Fed 2019 fanno salire di una posizione, al 4° posto, Brunello Cucinelli (65,07). “Premio Marketer of the Year” per Alberto Bombassei (60,23), che viene anche riconfermato presidente della Fondazione Italia-Cina e sale dal 9° al 6°. Guadagna tre posti anche Valerio Camerano (11° con 55,52), che ha emesso con successo il primo green bond e ha presentato la ricicleria realizzata da A2A nel carcere di Bollate come “esempio di inclusione e sviluppo”. Cresce di due posizioni e sale al 9° Remo Ruffini (57,12), reduce dal primo Hackathon di Moncler a Milano, a cui hanno partecipato 450 dipendenti provenienti da tutto il mondo per sfidarsi su progetti innovativi. In Top 100 (www.topmanagers.it) da segnalare la crescita di 17 posizioni di Bianca Maria Farina, presidente di Poste Italiane (45°), che ha presentato il nuovo hub di Poste Italiane a Bologna, il più grande realizzato in Italia, e il nuovo ingresso di Stefano Domenicali, ad di Lamborghini, al 44°. Tra gli exploit negativi, è in caduta libera il presidente della Roma, James Pallotta, scivolato all’ottantaduesimo posto. Ancora peggio l’ormai ex presidente della Samp, il produttore cinematografico Massimo Ferrero, sceso al novantanovesimo posto.

di: Valter Delle Donne @ 18:38


Ago 12 2019

Pagamento digitale: smartwatch o fit tracker per avere sempre a disposizione denaro

Non solo carte di credito, ma anche orologi e braccialetti multitasking. Smartwatch o fit tracker. È la nuova frontiera dei pagamenti digitali, che vanno oltre la tesserina con chip e che sono sempre più light, smaterializzati e sempre di più accostati anche a dispositivi che ci aiutano a rimanere in forma.

Sono i cosiddetti “wearable device”, i dispositivi indossabili, che magari finora erano rimasti relegati a funzioni semplici e secondarie come, ad esempio, il conteggio dei passi e la misurazione della frequenza cardiaca. Ma che ora, grazie alla rapida diffusione della tecnologia contactless per i pagamenti e ai costi contenuti degli stessi dispositivi, stanno diventando un vero e proprio prodotto di massa.

Più fiducia nei pagamenti digitali

La crescita del mercato dei wearable device va di pari passo con la fiducia dei consumatori verso la tecnologia di pagamento contactless. Secondo gli ultimi dati diffusi a marzo 2019 dall’Osservatorio Mobile Payment & Commerce della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2018 i pagamenti con carta in Italia salgono a 240 miliardi di euro, pari al 37% dei pagamenti delle famiglie italiane, pari ad una crescita del 9%. Gli italiani usano sempre di più la carta: il numero di transazioni pro capite è̀ oggi di 69,6 rispetto alle 60 del 2017. Un uso che viene esteso anche ai piccoli pagamenti, tanto è vero che il valore medio di ogni transazione è sceso dai 60,6 euro registrati nel 2017 ai 57 del 2018. I Mobile Proximity Payment, in particolare, hanno avuto una crescita molto importante (+650%), con oltre 15,6 milioni di transazioni effettuate in negozio con lo smartphone, per un equivalente di 530 milioni di euro.

Fitbit Pay, il portafoglio è al polso

Il sistema per pagare dallo smartwatch ovunque ci si trovi si chiama Fitbit Pay. Basta infatti abbinare
[premium level=”1″ teaser=”yes” message=”Per continuare a leggere l’articolo”]
la propria carta di credito al dispositivo indossabile e fare acquisti, sia che si tratti di una bottiglietta d’acqua dopo l’allenamento o sia che si tratti di biglietti aerei. Fitbit Pay fa parte dei dispositivi di pagamento contactless di ultima generazione, come Garmin Pay, sempre più invisibili e indossabili, preferiti da chi conduce una vita dinamica e in movimento, come gli sportivi, ad esempio. Questi speciali device, infatti, offrono molte funzioni in supporto del nostro benessere: dal rilevatore di attività al controllo del battito cardiaco, passando per il monitoraggio del sonno.

Ma non solo. Proprio perché indossabile come un orologio al polso, Fitbit Pay è utile in tutti quei casi di ’emergenza’, in cui magari possiamo aver dimenticato il portafoglio a casa o siamo stati vittime di uno scippo. Con questo dispositivo al polso, sarà possibile sempre accedere alle carte di credito e debito ovunque ci si trovi. Fitbit Pay è il servizio disponibile sugli smartwatch Fitbit compatibili (ossia Fitbit Ionic, Fitbit Versa e Fitbit Charge 3 Special Edition) che abilita i pagamenti in negozio tramite tecnologia NFC su tutti i Pos contactless in dotazione a oltre il 75% degli esercizi commerciali in Italia.

Come abilitare il tracker o lo smartwatch

Bastano poche, semplici mosse per abilitare il tracker o lo smartwatch al pagamento con Fitbit Pay.

1) Aprire l’App Fitbit ed entrare nella sezione dedicata al Wallet

2) Impostare il Pin di 4 cifre che servirà per confermare i pagamenti

3) Inserire i dati della carta Nexi da attivare su Fitbit Pay

4) Completare la registrazione inserendo il codice che ricevi via sms

5) La carta è ora registrata e per pagare con Fitbit Pay basta avvicinare il polso al Pos contactless. Effettuato l’acquisto, il cliente riceverà una notifica sul proprio smartphone associato al dispositivo Fitbit.

Il Pin dispositivo viene richiesto alla prima transazione della giornata per tutti i pagamenti superiori ai 25 euro. Una volta inserito, il Pin rimane valido fino alle 23.59 dello stesso giorno oppure fino a quando non si toglie il Fitbit dal polso.

I vantaggi

Sia che si acquisti la spesa settimanale sia che si compri un nuovo paio di scarpe da corsa, con Fitbit Pay si ottengono gli stessi premi, gli stessi punti e altri vantaggi offerti dalla carta fisica, Acquistare con Fitbit Pay vuol dire, poi, acquistare in completa sicurezza: tutte le transazioni sono infatti coperte dalla protezione anti-frode della banca di appartenenza. In più, Fitbit Pay utilizza la tokenizzazione standard di settore per mantenere private le transazioni. Per garantire ancora maggiore sicurezza, ogni volta che ci si toglie l’orologio dal polso o dopo 24 ore dal precedente inserimento, viene richiesto di immettere nuovamente il proprio codice Pin.

La sicurezza della transazione, precisa Fitbit, è garantita dal fatto che non sono memorizzati i dati della carta fisica sul dispositivo. In più, in fase di pagamento, è utilizzato il codice che identifica la carta virtualizzata e non quella reale. Fitbit Pay è inoltre compatibile con le principali carte di credito, banche e istituti di credito più diffusi in tutto il mondo.
[/premium]

di: Girolamo Fragalà @ 10:37


Pagina successiva »