Gen 19 2020

Confesercenti chiede il taglio del cuneo fiscale non solo per i dipendenti

Così Patrizia De Luise, Presidente nazionale di Confesercenti e da gennaio Presidente di turno di Rete Imprese Italia, commenta il taglio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti annunciato dal governo.

Confesercenti chiede un intervento serio sulla pressione fiscale

“Le imprese non soffrono solo l’effetto della competizione di multinazionali e giganti del web, ma anche l’eccesso di fisco e di burocrazia. Nonostante questo, non possiamo non notare che, a fronte di un ‘mini-sconto’ per i dipendenti, professionisti, lavoratori autonomi e PMI si trovano invece a fronteggiare una pressione fiscale in aumento, localtax e canone unico e stretta della flattax. Ma anche di un diluvio di adempimenti e sanzioni, rappresentazione plastica del pregiudizio per cui le imprese sono potenziali evasori da punire. Un pregiudizio messo nero su bianco sulla relazione illustrativa del decreto fiscale, che va superato”. De Luise prosegue così, rivolgendosi al ministro dell’Economa Gualtieri (nella foto).

“Anche i dipendenti rischiano di ottenere meno di quanto promesso, soprattutto se in futuro si dovesse proporre l’idea di barattare il mini-taglio del cuneo con un aumento multimiliardario dell’IVA, un’imposta sui consumi e quindi su tutte le famiglie. Il taglio del cuneo, inoltre, non ferma la corsa del fisco locale: in venti anni il gettito delle addizionali regionali e comunali è passato da 3,1 a 17 miliardi di euro”.

Un taglio da allargare a tutte le categorie produttive

Secondo Confesercenti, dunque, tagliare le tasse sui redditi più bassi è giusto, ma il taglio deve essere allargato a tutti. “Serve una riforma Irpef complessiva e coraggiosa, che si rivolga a tutti e che allarghi a tutte le parti sociali – non solo ai sindacati dei lavoratori dipendenti – la partecipazione al tavolo. Un tavolo che, per non traballare, deve avere quattro gambe uguali. Riduzione del debito, stop agli aumenti di spesa pubblica, lotta all’evasione e coinvolgimento di tutti gli attori dell’economia italiana. E le PMI sono ancora l’attore principale”.

di: Luca Maurelli @ 17:25


Gen 18 2020

Spunta la tassa sull’ombra dei balconi: la norma “nascosta” nella legge di Bilancio

La meravigliosa legge di Bilancio del governo Pd-M5s? Non è tanto meravigliosa. Anzi, nasconde una maxi-stangata che rischia di diventare una tassa occulta. O, per meglio dire, una tassa sull’ombra. Una dimenticanza (per incapacità) o una strategia per aumentare le tasse?

Senza modifiche i Comuni potranno tassare i balconi

Infatti, l’ultima legge di Bilancio ha cambiato la normativa sul canone che si paga per l’occupazione del suolo pubblico. Le novità partiranno dal 2021 e con la loro entrata in vigore si rischia di pagare una “tassa sull’ombra” di balconi e verande. Già oggi la tassa si applica sul cosiddetto ‘soprasuolo’ ma prima era prevista espressamente l’esclusione per balconi e verande, ora saltata. A rilevare la “differenza non di poco conto” è l’avvocato Giuseppe Pizzonia (Studio Tremonti Romagnoli Piccardi e Associati). Se non ci saranno modifiche, i Comuni potranno applicare la tassa.

Chi ha scoperto la tassa sull’ombra

Tremonti Romagnoli Piccardi e Associati è uno studio legale italiano, con sede a Milano e a Roma, che offre un’ampia gamma di servizi in materia di consulenza e assistenza fiscale, a clienti nazionali ed internazionali. Lo Studio, fondato nei primi anni ‘80 dal Professor Giulio Tremonti ed attualmente costituito da circa 50 professionisti tra avvocati e dottori commercialisti, ha maturato nel tempo una vasta esperienza in tutti gli ambiti del diritto tributario.

Cosa si legge nelle nuove disposizioni

“La legge di bilancio 2020, contiene tra le altre cose – spiega Pizzonia a TgCom24 la revisione dei tributi locali relativi alla occupazione di suolo pubblico. Nel 2021 ci saranno invece i cambiamenti pesanti. Difatti, “Il nuovo canone, come il vecchio del resto, si applica anche alle cosiddette occupazioni del soprasuolo, cioè sull’ombra che i manufatti privati proiettano sul suolo pubblico. Se non che, ed è qui la novità, nelle nuove disposizioni non è stata riprodotta l’esclusione dal pagamento per l’ombra proiettata da balconi, verande e simili, fino ad oggi espressamente prevista dalla legge”.

Dal 2021 si potrebbe pagare la tassa sull’ombra

Dunque, la conseguenza che potrebbe derivare con questa modifica della manovra di bilancio sulla concessione per l’utilizzo del suolo pubblico (a meno di correttivi), è che a partire dall’anno prossimo le amministrazioni comunali potranno “tassare con il nuovo canone anche l’ombra che balconi, verande e simili proiettano su suolo pubblico”.

 

di: Valter Delle Donne @ 17:03


Gen 17 2020

Siamo sotto attacco: il “Made in Italy” è un boccone appetibile per i palati stranieri

Riceviamo da Riccardo Pedrizzi, Presidente Commissione Finanze e Tesoro del Senato 2001-2006, e pubblichiamo. 

Il Secolo d’Italia di qualche giorno fa ha riportato la denuncia di Adolfo Urso e di Fratelli d’Italia sui rischi che sta correndo la nostra economia come ha segnalato il Copasir (l’organo bicamerale di controllo del Parlamento Italiano sui nostri servizi di sicurezza) con un suo recente rapporto.

Il Made in Italy è, infatti, diventato un boccone particolarmente appetibile e a prezzi scontati, soprattutto per le aziende quotate, che in questi anni di crisi hanno visto precipitare la loro capitalizzazione.

Il “Made in Italy” e la crisi di liquidità

Ma l’aspetto più preoccupante è quello di alcune Pmi che guardano ormai solo all’estero per le loro esigenze di liquidità, a cui non fa fronte da anni il sistema bancario italiano.

La situazione è diventata talmente preoccupante che i servizi segreti avevano già lanciato l’allarme anche nella relazione annuale trasmessa il 31/01/2018 al Parlamento italiano dal “Comitato Parlamentare per la sicurezza pubblica”, secondo il quale gruppi esteri mirano ad acquistare “patrimoni industriali, tecnologici e scientifici nazionali”, nonché “marchi storici”.

In particolare “sono sempre maggiori – veniva sottolineato – le minacce al sistema Paese nella sua dimensione economico-finanziaria, innescate in primo luogo dai processi di globalizzazione e di evoluzione tecnologica, soprattutto nel campo delle comunicazioni, e da un sistema internazionale multipolare, nel quale gli alleati sono nel contempo concorrenti in un’aspra competizione che si combatte nell’arena dell’economia, dagli assetti societari e bancari al mondo delle imprese… per cui anche industrie strategiche e piccole e medie imprese… rischiano di essere seriamente compromessi”.

Del resto anche in una precedente relazione fin dal 2012 “l’attività informativa confermava il perdurante interesse da parte di attori esteri nei confronti del comparto produttivo nazionale, specialmente delle Piccole e Medie Imprese (PMI), colpito dal prolungato stato di crisi che ha sensibilmente ridotto tanto lo spazio di accesso al credito quanto i margini di redditività. L’attenzione dell’intelligence – era scritto nella relazione – si è prevalentemente appuntata sulla natura dei singoli investimenti, per verificare se gli stessi siano dettati da meri intenti speculativi o da strategie di sottrazione di know-how e di svuotamento tecnologico delle imprese, con effetti depressivi sul tessuto produttivo e sui livelli occupazionali

Alcune manovre di acquisizione effettuate da gruppi stranieri se, da una parte, fanno registrare vantaggi immediati attraverso l’iniezione di capitali freschi, dall’altra sono apportatrici nel medio periodo di criticità. Ciò in dipendenza del rischio di sostituzione, con operatori di riferimento, delle aziende italiane attive nell’indotto industriale interessato dall’investimento diretto ovvero proprietarie di tecnologie di nicchia, impiegate nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza nazionali, come pure nella gestione di infrastrutture critiche del Paese»

L’allarme dei servizi segreti

«In tal contesto – continuavano i nostri servizi segreti – le evidenze raccolte hanno posto all’attenzione quelle strategie d’investimento estero che, finalizzate al controllo di talune imprese nazionali attive nel settore manifatturiero, si sono tradotte nell’acquisizione di marchi e brevetti, nell’accaparramento di quote di mercato e, in un’ottica di contrazione dei costi, nella delocalizzazione dei siti produttivi ovvero nel trasferimento oltreconfine dei centri decisionali»«È andato consolidandosi, inoltre l’interesse straniero nel settore delle energie rinnovabili, della logistica aeroportuale, del turismo, dell’agroalimentare, dell’innovazione tecnologica e del tessile».

«Secondo le indicazioni raccolte – proseguiva la nostra Intelligence – la presenza asiatica si sta ulteriormente sviluppando in settori emergenti, come il fotovoltaico, e di rilievo strategico, quali le telecomunicazioni e le infrastrutture logistiche, mentre Paesi del Golfo Persico appaiono interessati ad aziende nazionali operanti principalmente nei campi del turismo, dell’immobiliare e del lusso».

A questi segnali che ci venivano dagli apparati investigativi dello Stato si aggiungevano le rilevazioni della società di revisione Kpmgsecondo cui, venivano acquisite imprese italiane da aziende estere per importi di oltre 65 miliardi, in particolare gli USA e la Francia, ma anche da parte di Cina, Germania, Turchia e Paesi arabi.

Monti voleva proteggere le nostre imprese ma…

Di fronte a questo scenario drammatico il Governo Monti aveva deciso di proteggere le società strategiche dalle scalate ostili straniere, riformando le norme sui poteri speciali di intervento attribuite all’Esecutivo con la cosiddetta “golden share”da esercitarsi non solo sulle aziende pubbliche, ma anche su quelle private che operano in settori riconosciuti come strategici e di interesse per l’economia nazionale.

Tutte le maggiori potenze industriali hanno posto limiti alla presenza straniera in settori strategici ed anche noi lo facemmo nel 1994 con la legge sulle privatizzazioni di cui fu relatore chi scrive. Ma quella normativa evidentemente non bastava.

Tanto che il governo Letta fu costretto a ritornare sull’argomento con nuove disposizioni, per contrastare l’offensiva nei confronti del nostro Paese che da allora viene attaccato da una vera e propria “campagna” per la conquista del nostro apparato produttivo. Fu emanato il Decreto del Presidente del Consiglio (Dpcm) con il regolamento che includeva la rete fissa di Telecomtra gli “attivi di rilevanza strategica nel settore delle comunicazioni” sui quali il governo ha i poteri speciali, per l’attuazione della legge sul golden power(il Dpcm30 novembre 2012, numero 253, “recante individuazione delle attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale”).

Il “made in Italy” non è tutelato

Ma evidentemente nemmeno quegli ulteriori provvedimenti si rilevarono adeguati ad impedire l’assalto alle nostre aziende,per cui il Governo Conte dimissionario con apposito decreto legge pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’11 luglio 2019 andava a modificare il primo provvedimento che regola l’esercizio dei poteri speciali da parte del governo (Dl 21 del 2012 – Monti). In particolare, il decreto di luglio estendeva, da 15 a 45 giorni dopo la notifica, il tempo entro cui il governo è tenuto a comunicare l’eventuale veto o le prescrizioni. I tempi per il decreto sarebbero scaduti il 9 settembre, per cui il nuovo Governo Conte, quello giallorosso per intenderci, ha stretto con Dpcm (decreto della Presidenza del Consiglio) ulteriormente i vincoli sopratutto per quanto riguarda le reti 5G e le operazioni collegate a soggetti extra europei.

Ed appena insediato il “Conte 2”, in sede di primo Consiglio dei ministri, ha esercitato questi poteri speciali – la cosiddetta “golden power” – nei confronti delle società che stanno realizzando le reti 5G: Tim, Vodafone, Wind, Tre, Fastweb e Linken. Anche l’Italia, dunque, che vede in questa fase subire la globalizzazione più che cavalcarla, con poche aziende in grado di aggregare e con un sistema paese che scoraggia con fisco, burocrazia e giustizia, cerca di correre ai ripari per tutelare il proprio apparato industriale. Ma il Governo “Conte 2” pur essendosi la situazione ulteriormente aggravata secondo l’allarme del Copasir ora pare rimanere sordo evitando di intervenire ulteriormente.

di: Luca Maurelli @ 15:26


Gen 17 2020

Coldiretti, è boom di imprese agricole. Ma la burocrazia uccide i sogni di 39mila giovani

In Italia c’è uno storico ritorno alla terra. Sono oltre 56mila giovani under 35 alla guida di imprese agricole. Un primato a livello comunitario con uno straordinario aumento del +12% negli ultimi cinque anni. Ma la burocrazia spegne il sogno di oltre un giovane italiano su due. Il 55%, fra i quasi 39mila che hanno presentato domanda per l’insediamento in agricoltura, restano a bocca asciutta. I loro progetti imprenditoriali vengono respinti per colpa degli errori di programmazione delle amministrazioni regionali. E come se ciò non bastasse, si rischia di perdere i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea. È quanto emerge dall’analisi di Coldiretti sull’utilizzo delle risorse comunitarie relative ai Piani di Sviluppo Rurale (Psr) del periodo 2014-2020. L’associazione ha fatto il punto durante la consegna degli Oscar Green. Ovvero, il premio all’innovazione per le imprese che creano sviluppo e lavoro con i giovani veri protagonisti italiani del Green Deal.

Le domande ammesse

Non solo. Ma anche per quanto riguarda le domande presentate e ammesse a finanziamento solo poco più della metà (55%) è stata effettivamente pagata. Con conseguenti difficoltà per chi ha già effettuato gli investimenti che rischia ora di trovarsi “scoperto” dal punto di vista finanziario. Il risultato è la perdita di un potenziale di mezzo miliardo all’anno di valore aggiunto che le giovani imprese avrebbero potuto sviluppare.

Coldiretti, l’andamento regionale

L’andamento regionale sui progetti giovani presentati per i bandi Psr è molto differenziato da nord a sud della Penisola. Spiega l’associazione degli agricoltori che in Lombardia è stato bocciato solo il 13% delle domande, in Emilia Romagna il 16%, in Trentino il 22% e in Valle d’Aosta il 23%. Record negativi si registrano invece in Basilicata con il 78%, in Calabria con il 76%, in Puglia con il 75% che tra l’altro non ha pagato neppure una di quelle ammesse. Nella parte bassa della classifica – spiega Coldiretti – c’è poi l’Abruzzo con il 73% delle domande respinte, seguita dall’Umbria con il 66%, dal Molise e dalla Sicilia con il 65% a testa, dalla Toscana con il 63%, dalle Marche con il 62% e dalla Sardegna con il 58%. Mentre nella parte centrale della classifica si trovano il Friuli Venezia Giulia con il 49% delle bocciature, la Liguria con il 43% e il Lazio con il 42%.  Infine, Veneto (34%), Campania (30%) e Piemonte (32%) hanno respinto in media una domanda su tre.

Coldiretti, in Italia situazione a macchia di leopardo

La pressione burocratica, che nasce anche dalla molteplicità di interventi tra loro non coordinati, finisce per generare – precisa Coldiretti – un grave elemento di svantaggio soprattutto per un giovane che inizia il suo percorso imprenditoriale. Una indagine della Sezione di controllo degli Affari Comunitari ed Internazionali della Corte dei Conti – spiega Coldiretti – conferma che in Italia esiste una situazione a macchia di leopardo in termini di capacità di evadere le domande di sostegno ai giovani in agricoltura, con tempi che possono superare i due anni e mezzo.

La Sicilia prima per imprese giovanili

Con 6.673 aziende la Sicilia è al primo posto della classifica nazionale delle imprese agricole giovanili. «Questo primato – sottolinea Francesco Ferreri, presidente regionale di Coldiretti – dimostra quanto sia determinante favorire l’imprenditoria giovanile con politiche indirizzate proprio a loro. È una posizione leader importante raggiunta anche grazie a progetti validi che dimostrano quanto sia vincente rimanere nella nostra Regione e lavorare in agricoltura».

 

di: Desiree Ragazzi @ 13:54


Gen 13 2020

Reddito di cittadinanza, l’Ocse avverte: attenzione ai finti divorzi per acciuffare il sussidio

Reddito di cittadinanza, crescono le truffe dei furbetti. Dal rischio abusi, finti divorzi  in prima fila, ai disincentivi a cercare lavoro. Oltre al fatto che non avvantaggia le famiglie più numerose, più esposte al rischio povertà.

L’Ocse torna a puntare il dito sulle criticità del reddito di cittadinanza. E suggerisce la ricetta per evitare che la misura diventi un incentivo a stare a casa.

Reddito di cittadinanza, l’Ocse: così non va

Carte alla mano emerge come la misura risulti più generosa con le famiglie monoparentali e meno per i nuclei più numerosi. Limitare la scala di equivalenza a 2.1, infatti, significa che le soglie di idoneità non aumentano per le famiglie più grandi rispetto alle piccole. Alimentando il rischio di abusi con finte separazioni per accedere alla misura.
Il caso della Grecia docet, spiega l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.  Atene nel 2017 ha introdotto uno schema simile a quello italiano. E ha assistito a un aumento delle famiglie monoparentali 10 volte superiore rispetto alla popolazione. «L’esperienza della Grecia suggerisce innanzitutto che le domande di famiglie monoparentali necessitano di un’attenta verifica. E, in secondo luogo, i parametri dovrebbero essere a vantaggio delle famiglie più numerose», si legge nel documento.

Il Reddito di cittadinanza ha inoltre un difetto congenito. La  quota invitante di sussidio previsto crea  «forti disincentivi per le famiglie a basso reddito ad entrare nel mondo del lavoro. O ad accrescere il reddito lavorando più ore». Inoltre scoraggia la ricerca di lavoro da parte dell’altro coniuge, favorendo il lavoro in nero nelle famiglie con due coniugi.

Non solo. C’è anche il rischio che la misura voluta tenacemente dai 5Stelle aggravi ulteriormente il gap Nord-Sud dell’Italia. Aumentando il reddito delle famiglie beneficiarie, può portare “nell’immediato” ad una “piccola caduta nel tasso di povertà”. Ma non incide a lungo termine sugli incentivi, aumentando il divario tra regioni più vulnerabili e regioni più ricche.

Da qui la ricetta in tre punti suggerita dall’Ocse. Primo, migliorare la capacità dei centri per l’impiego. Secondo, ricalibrare la misura integrandola con incentivi per il lavoro a basso salario. Terzo, combinare il Rdc con un sistema di imposta sul reddito semplificato e progressivo. Che nel lungo termine potrà «incoraggiare l’occupazione» e aiutare lo sviluppo delle Regioni povere.

di: Gloria Sabatini @ 18:04


Gen 13 2020

Confintesa: «La lotta all’evasione deve passare da una seria riorganizzazione dell’Agenzia dell’entrate »

La denuncia di Confintesa Fp sull’Agenzia delle Entrate. «L’Agenzia delle entrate ha concluso il 2019 con l’assenza di accordo con le organizzazioni sindacali sui nuovi criteri di conferimento delle posizioni organizzative ex articoli 17 e 18, ormai scaduti il 31 dicembre». Criteri che «consentivano a pochi lavoratori di avere qualche soldo in più a danno di tutti gli altri colleghi. A fronte di questa scelta del governo, si legge nel comunicato, è stato dichiarato da alcune organizzazioni sindacali lo stato di agitazione del personale». Con il nuovo anno il personale dell’Agenzia delle entrate e dell’Agenzia delle dogane e monopoli ha proclamato lo stato di agitazione.

Le organizzazioni sindacali di categoria hanno denunciato al ministro dell’Economia il deficit di risorse finanziarie destinate al personale delle Entrate e delle Dogane. Inoltre le difficoltà organizzative e la mancata individuazione dei nuovi direttori.

Confintesa «non fa sceneggiate»

«Lo stato di agitazione è un bel sistema giuridico, che tecnicamente condividiamo solo se portato fino in fondo per dare una vera spallata al sistema. E non come spauracchio per ottenere qualche soldo in più per i capoteam nominati senza regole», dichiara Claudia Ratti. La Segretaria Generale di Confintesa FP spiega che l’organizzazione «non fa sceneggiate. Ma appoggerà lo stato di agitazione a livello centrale solo se sarà serio e ad oltranza. Senza compromessi, se porterà ad una soluzione definitiva del problema.

Basta gestione autoreferenziale

Una gestione autoreferenziale dell’Agenzia delle Entrate, durata 20 anni e più – continua Claudia Ratti – che deve essere chiusa con una dichiarazione di fallimento del governo. Una gestione durante la quale si sono susseguite un’infinità di riforme organizzative, che ha creato un pessimo clima negli uffici, in cui il rapporto con i contribuenti è ai minimi storici e la stima della società è sottozero. Confintesa Fp si rivolgerà al governo – conclude Claudia Ratti – perché una seria volontà di perseguire una generale lotta all’evasione fiscale deve passare necessariamente da una reale organizzazione del sistema dell’Agenzia delle Entrate. Anche perché pretendiamo soluzioni reali, non teatrali».

di: Desiree Ragazzi @ 14:57


Gen 13 2020

In economia la ricchezza è importante, ma bisogna capire com’è distribuita

Riceviamo e pubblichiamo.

Quando si parla dell’andamento economico di un Paese ci si concentra sul famoso PIL, il prodotto interno lordo, una variabile economica nota a tutti che misura il valore dei beni e dei servizi prodotti in un Paese in un determinato periodo di tempo. Chi si occupa di politica, l’opinione pubblica e per molti aspetti anche gli addetti ai lavori focalizzano l’attenzione su questo valore aggregato che, come tutti i valori aggregati spiegano poco, molto poco, su come realmente va un’economia.

Focalizzare l’attenzione quanta ricchezza viene prodotta è il modo migliore per non entrare nel merito di come la ricchezza viene distribuita, variabile che, a ben vedere impatta molto di più sulla vita di ognuno di noi. Una dimenticanza casuale, no. E’ un problema ideologico, ovvero il problema fondamentale di chi considera la distribuzione qualcosa della quale non ci si deve interessare perché in fin dei conti tutto è regolato dal mercato.

I dati di Eurostat

In questo contesto i dati pubblicati da Eurostat sul divario tra ricchi e poveri in Italia passano quasi inosservati. Cosa ci raccontano questi dati? Ci raccontano un Paese nei quali i ricchi guadagnano sempre di più ed i poveri guadagnano sempre di meno. Le statistiche in altri termini prendono in considerazione il reddito e non il patrimonio. Prendendo in considerazione il Patrimonio il divario aumenterebbe in modo spropositato come è facile intuire. Tornando ai dati Eurostat sul nostro Paese nel 2018 il 20% dei cittadini più ricchi guadagnano 6,09 volte quello che guadagnno il 20% dei cittadini più poveri. Nel 2017 questo rapporto era pari a 5,94.

In questa particolare classifica l’Italia è il peggior Paese tra le grandi economie dell’UE. In Spagna il rapporto è pari a 6,04 nel Regno Unito è pari al 5,95, in Germania è pari al 5,07 in Francia al 4,23. Se poi ci mettiamo ad analizzare come varia quest’indice all’interno del nostro Paese scopriamo che la provincia dove il rapporto è più basso è quella di Bolzano che, guarda il caso, è quella che ha il PIL pro capite più alto la maggiore vivacità economica.

La ricchezza si concentra nella mani di pochi

Esiste, in altri termini, un’evidente correlazione tra distribuzione e la crescita, dove la ricchezza si polarizza nelle mani di pochi la crescita è più difficile perché manca domanda interna. Non porre il problema della distribuzione del reddito al centro del dibattito politico di questo Paese vuol dire condannarlo ad un’economia simile a quelle sud americane, un’economia non equa e soprattutto un economia non forte. Esiste un modo per misurare come il reddito viene distribuito, si chiama “Coefficinete di Gini” fu inventato da uno statistico italiano.

Qualcuno ne parla sui giornali? Sapete come è cambiato negli ultimi anni? Sapete che effetto ha avuto la crisi economica iniziata nel 2008 su questo coefficiente? Pensate sia una cosa per addetti ai lavori o per appassionati di economia? Niente affatto, è un indicatore che ci aiuta, molto più del PIL a capire come vanno le cose e quali sono gli effetti della politica economica di un governo. E’ un indicatore che ci aiuta a scegliere in modo più consapevole e quindi a far funzionare meglio la nostra democrazia.

di: Luca Maurelli @ 12:04


Gen 12 2020

Tassazione alle imprese, l’Italia in vetta alla classifica mondiale. E in dieci piccole nazioni neanche esiste…

La tassazione delle imprese in Italia è la più alta, o tra le più alte, del mondo. Si calcola che in Italia il 59 per cento dei profitti finisca in tasse. Lo dice la Banca Mondiale. Ma nel resto del mondo le cose vanno ben diversamente. Dal 5,5% delle Barbados al 55% degli Emirati Arabi. E’ la forbice della tassazione sulle imprese nel mondo, secondo il report Corporate tax rates around the world realizzato dalla Tax foundation, che studia il sistema fiscale di 176 Paesi. Nel 2019 fissa l’aliquota media sul reddito delle società al 24,2%. Mentre la pressione fiscale, cioè il peso del tributo in rapporto al prodotto interno lordo, è al 26,3%. Il dato dello scorso anno è frutto di una ”costante diminuzione” avviata nel 1980, osservati ”in tutte le principali economie mondiali”. A livello continentale l’Europa vanta il valore medio più basso (20,3%), mentre quello più alto è stato rilevato in Africa (28,4%).

La tassazione alle imprese è più pesante nel Terzo Mondo

Secondo quanto emerso nel dossier, la Tax foundation è arrivata alla conclusione che ”i Paesi europei tendono ad avere aliquote più basse rispetto ai Paesi di altri continenti”. Inoltre ”molti Paesi in via di sviluppo hanno aliquote superiori alla media mondiale”. Nella classifica dei Paesi con il maggior peso fiscale sulle imprese, dietro gli Emirati Arabi si colloca Comoros, Stato insulare dell’Africa, con il 50%. Segue a distanza Puerto Rico con il 37,5%. Mentre alla fine della tabella, prima di arrivare alle Barbados, c’è il Turkmenistan con il 7,5% e l’Uzbekistan con l’8%. Poi ci sono una decina di Paesi, per la maggior parte piccole isole, dove non esiste un’imposizione sul reddito delle società tra cui, per citare solo le più conosciute, Bahamas, Bermuda e Cayman.

La tassazione gioca anche un ruolo strategico

Nel rapporto si spiega che negli ultimi 39 anni, le aliquote dell’imposta sulle società ”sono costantemente diminuite su base globale. Nel 1980 l’aliquota fiscale media mondiale non ponderata era del 40,4% mentre oggi si attesta al 24,2%. Secondo la Tax foundation la ragione principale è da attribuirsi al ”contesto produttivo che ha minori vincoli territoriali”. Di conseguenza, la tassazione applicata alle imprese ”gioca un ruolo sempre più strategico per incoraggiare o scoraggiare gli investimenti in un determinato Paese”. La concorrenza fiscale che si è creata tra i diversi Stati, si spiega nel report, ”ha spinto i vari governi, soprattutto quelli dei Paesi più industrializzati, a spostare la tassazione dalle attività produttive ad altri settori, come ad esempio i consumi, adottando aliquote più basse per i redditi delle imprese”.

Oggi, la maggior parte dei Paesi applica una tassazione sui redditi delle società che va dal 20% al 30%. A tendere verso l’alto sono soprattutto le nazioni più estese territorialmente. Analizzando i Paesi in base a ricchezza e importanza, si nota che quelli che fanno parte del G7 hanno un’imposta del 27,6%, gli Stati membri dell’Ocse del 23,6%, mentre i Paesi Brics applicano una tassazione media del 27,4%.

di: Antonio Pannullo @ 19:51


Gen 12 2020

Automazione, imprese italiane ancora in ritardo: ma cresce l’interesse

L’Italia sconta ancora un  certo ritardo nel contesto internazionale sulle sfide e sulle  opportunità attese dalla convergenza tra automazione e intelligenza artificiale. È quanto emerge dal report di Deloitte “Le prospettive future dell’Intelligent Automation, secondo le aziende italiane”.  Infatti, la diffusione dei progetti di automazione tra le aziende  italiane è ancora relativamente limitata, principalmente a causa della mancanza di una strategia olistica e condivisa da tutta l’organizzazione (85% contro una media globale del 64%). Al tempo stesso, però, le imprese italiane rivelano uno spiccato  interesse per i benefici derivanti dall’Intelligent Automation in termini di produttività.

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Nonostante gli evidenti vantaggi, sussistono diverse sfide che il top management italiano è chiamato ad affrontare  sul fronte dell’Intelligent Automation: circa 1 azienda su 3 presenta  un livello di Itreadiness insufficiente a sfruttare le potenzialità delle tecnologie di automazione; il 55% rivela difficoltà nell’elaborare un business case a supporto di queste iniziative.

Inoltre, il 70% percepisce la frammentazione dei processi quale principale ostacolo per l’adozione dell’Intelligent Automation,  sebbene il reale problema sia rappresentato dall’assenza di input  digitali per le soluzioni di automazione, mentre il 45% indica la resistenza al cambiamento e la mancanza di sufficienti capability quali possibili freni all’adozione dell’Intelligent Automation. Infine, l’85% delle imprese intervistate dichiara di non aver ancora calcolato quanti dipendenti dovranno essere riqualificati nel prossimotriennio a causa dell’impatto dell’Intelligent Automation.

“Il settore dell’Intelligent Automation sta registrando una costante crescita -ha commentato Antonio Rughi, seniorpartner Deloitte e finance & performance private and robotics & intelligent automation leader- come testimonia l’interesse delle imprese ad adottare soluzioni di intelligenza artificiale per supportare l’innovazione e l’automazione dei processi”  “Manca tuttavia -ha continuato- una vision chiara, condivisa a livellocompany-wide e capace di gestire l’impatto dell’Intelligent Automation
su tutte le aree organizzative. Per cogliere appieno le potenzialità di tale tecnologia, il top management è dunque chiamato a formulare strategie di ampio respiro, focalizzate sullo sviluppo delle capability interne, sul superamento della resistenza al cambiamento e sul miglioramento del livello di It readiness aziendale”.

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di: Aldo Di Lello @ 13:44


Gen 12 2020

Così assaltano la nostra economia con le manovre dei servizi segreti stranieri. Allarme dal Copasir

Sovranità scippata. La guerra per la colonizzazione dell’economia. Distraetevi pure con le sardine che agli affari ci pensano altri. Ma c’è chi reagisce e lo farà in tempi stretti. Il Copasir, l’organo bicamerale del Parlamento che è chiamato al controllo dei nostri servizi di sicurezza intende scoperchiare un pentolone di quelli davvero bollenti. Le mani straniere sulle banche, sulle assicurazioni, sull’energia di casa nostra.

L’intuizione l’ha avuta Adolfo Urso, senatore di Fratelli d’Italia. Nel suo dovere parlamentare si è immerso nella lettura di quei documenti che i vari premier hanno l’obbligo di inviare alle Camere ogni anno per riferire sui servizi. E il passaggio da palazzo Chigi prima di Gentiloni e poi di Conte hanno segnalato il pericolo, ma nell’inerzia dei vari governi. Oltre che del Parlamento.

La denuncia di Urso

Ancora meglio. C’è un disegno di legge che giace al Senato, firmato proprio da Urso e dai senatori di Fratelli d’Italia, che denuncia con chiarezza i rischi che stiamo correndo, proponendo di istituire una commissione d’inchiesta “sulle azioni di attori statuali e aziende stranieri volte ad acquisire il patrimonio finanziario, tecnologico e industriale italiano”. “Attori statuali“, ovvero, i servizi d’Oltreconfine che indirizzano le loro aziende all’assalto del nostro patrimonio.

di: Francesco Storace @ 06:00


Gen 11 2020

Taxi a Milano, la pessima idea della nuova ondata di licenze

Quando l’Agenzia delle Entrate “esamina” alcune categorie merceologiche, per l’elaborazione dei tanto odiati studi di settore, si confronta con i rappresentanti delle singole attività, per meglio esaminare il mercato. Con particolare riferimento al servizio taxi ha avuto modo di incrociare molteplici informazioni, arrivando ad una sintesi.

Lo scopo è quello di soddisfare le esigenze di trasporto individuale e piccoli gruppi di persone; sotto l’aspetto dimensionale, il settore comprende realtà diversificate, variabili da città a città, dai piccoli centri ai grossi agglomerati, anche in funzione dell’efficienza dei trasporti pubblici.

Il servizio taxi e le licenze

Il servizio di taxi viene svolto da imprese private, in forma di cooperativa o individuale e comunque a conduzione diretta da parte del titolare della licenza.

L’assessorato comunale ai trasporti determina l’orario del servizio diurno e notturno, i turni ed il numero delle autovetture per ogni turno. A Milano, per esempio, il servizio è ripartito in sei turni, ciascuno di 9 o 10 ore, che coprono le 24 ore.

Buona parte dei taxi è collegata a centrali radio, costituite sotto forma di cooperative, le quali hanno la funzione di gestire le chiamate telefoniche e di ripartire i costi di gestione fra gli aderenti. Il tassista associato ad una centrale radio ha generalmente un giro d’affari superiore a quello che deriverebbe dallo stazionamento negli appositi parcheggi.

Per poter svolgere “legalmente” l’attività di tassista è necessaria la cd. “Licenza per l’esercizio del servizio di trasporto persone mediante auto pubblica da piazza”. Lo prevede la legge quadroper il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea (lan. 21/1992). Ciascuna regione, poi, ha una propria legge. Per la Lombardia è alla Giunta che competono i criteri per la determinazione del contingente di licenze taxi nel bacino aeroportuale e la conseguente ripartizione delle licenze tra i comuni integrati.

Lo spirito ecologista della giunta Sala…

Il Comune di Milano, mosso da un alterno spirito ecologista, esaminando i dati statistici e valorizzando – nel rapporto domanda/offerta del servizio – il numero delle chiamate inevase, ha ritenuto di sopperire ad una tale “mancanza” con l’immissione di 450 nuove licenze (ovviamente da acquistare a titolo oneroso).

Più taxi, ovvero 450 nuovi veicoli più performanti e più puliti (perché elettrici o ibridi) sarebbero – secondo le stime del Comune – idonei a fronteggiare l’incremento della domanda, in parte giustificata col minor uso delle auto private e dall’altra, col maggior numero di residenti (dal crescente reddito) e di turisti, ugualmente danarosi.

L’esame ha condotto alla sottoscrizione di un documento denominato “Progetto Milano Taxi 2019”, datato 1 Agosto 2019, tra il Comune di Milano e dalle associazioni di categoria.

Ora, però, il progetto e fermo in Regione, dove i numeri sembrano aver assunto un significato differente. Ascoltando i diretti interessati (non gli utenti, ma i taxisti), la proposta sembra invece avere una finalità differente (perché risponderebbe ad esigenze di cassa) e non risolverebbe il problema della “mancanza di offerta”.

Il settore è stato già profondamente segnato dall’avvento della tecnologia (si ricorda su tutte la battaglia contro Uber od il fenomeno del car sharing), e dalla concorrenza con gli NCC (noleggio con conducente). L’introduzione di ulteriori 450 competitori è un calice amaro, che faticheranno a deglutire, anche perché le proposte alternative (trasporto cumulativo, estensione della licenza al famigliare), non paiono aver convinto il Comune.

 

di: Luca Maurelli @ 12:20


Gen 10 2020

È sempre notte per l’economia italiana: continua a calare la produzione industriale

È sempre notte per l’ecpnomai italiana. A novembre 2019 nuovo calo su base annua – il nono consecutivo – per l’indice della produzione industriale. Lo comunica l’Istat, che registra un aumento dello 0,1% rispetto ad ottobre ma con una riduzione tendenziale dello 0,6%.  Nella media del periodo gennaio-novembre l’indice ha registrato una flessione dell’1,1% rispetto allo stesso periodo del 2018. Mentre nella media del trimestre settembre-novembre la produzione mostra una flessione congiunturale dello 0,7%.

L’indice destagionalizzato mensile presenta rispetto a ottobre aumenti per i beni strumentali (+0,8%) e i beni intermedi (+0,7%). Variazioni negative registrano, invece, l’energia (-2,1%) e i beni di consumo (-0,2%). Su base tendenziale e al netto degli effetti di calendario, a novembre 2019 si registra una moderata crescita esclusivamente per il comparto dei beni di consumo (+0,8%); al contrario, una marcata flessione contraddistingue l’energia (-3,9%) mentre diminuiscono in misura più contenuta i beni intermedi (-1,0%) e i beni strumentali (-0,4%).

I settori di attività economica che registrano i maggiori incrementi tendenziali sono la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica (+8,1%), l’industria del legno, carta e stampa (+7,0%) e la fabbricazione di prodotti chimici (+2,9%). Le flessioni più ampie si registrano nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-5,4%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-5,3%) e nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-4,9%).

di: Aldo Di Lello @ 17:56


Gen 08 2020

Sale la tensione sui mercati: borse Ue in rosso dopo l’attacco dell’Iran. In rialzo solo oro e petrolio

Gli echi di guerra deflagrano anche in Borsa. E infatti, sale la tensione sui mercati asiatici dopo la risposta dell’Iran con il lancio di missili in seguito all’uccisione del generale Qassem Soleimani a Baghdad venerdì scorso. Tokyio ha chiuso le contrattazioni pesanti, con un calo del Nikkei dell’1,57%, recuperando almeno parzialmente le perdite in apertura abbondantemente sotto il 2%. Male anche la Cina dove lo Shanghai cede l’1,24%; l’Hang Seng perde l’1,14%. In rialzo il petrolio con il Brent a 69,08 dollari al barile (+1,10%) e il Wti a 63,30 dollari al barile (+1,01%).

Echi di guerra in Borsa: partono male le piazze europee

Non solo. Sono partite male anche le principali piazze finanziarie europee. Milano ha aperto con il Ftse mib che nei primi minuti cedeva lo 0,71%, Londra con Ftse 100 lo 0,44%. Francoforte, dove pesa anche il calo degli ordini industriali (-1,3%), vedeva il Dax perdere lo 0,65% e Parigi arretrare dello 0,55%. Ieri il Dj ha chiuso in calo dello 0,42%.

Tensione sui mercati, salgono solo oro e petrolio

Dunque, solo i prezzi del petrolio sono in netto rialzo dopo il lancio da parte dell’Iran di un attacco missilistico contro le forze americane in Iraq. Subito dopo la notizia, sui mercati asiatici le quotazioni del Brent sono aumentate del 3,6 per cento superando quota 70,50 dollari, prima di ripiegare intorno a quota 69 dollari. Pari a un incremento di circa l’1% sulla seduta precedente. Rialzo anche per il WTI che in pochi minuti è risalito da 62,70 a 64,20 dollari, mentre al momento viene scambiato a 63,20 dollari il barile.

di: Priscilla Del Ninno @ 14:40


Gen 07 2020

Alitalia, Lufthansa: «Meglio una partnership». E Salvini avvisa: «Non permetteremo nessuna svendita»

«Nonostante gli incontri positivi avuti finora con Fs e Atlantia non abbiamo finora trovato un piano comune che consenta a Lufthansa di proporre un investimento» in Alitalia. Proponiamo «di cominciare da una partnership commerciale». Lo ha detto il responsabile per Lufthansa del dossier Alitalia, Joerg Eberhart. Il presidente e ceo di Air Dolomiti ha parlato durante l’audizione alla commissione Trasporti della Camera. «Dal nostro punto di vista per un rilancio di Alitalia – ha detto – è più vantaggiosa una forte partnership che un investimento una tantum».

Alitalia e il risanamento

E poi ancora: «Siamo convinti che un profondo risanamento di Alitalia sia inevitabile. Solo così guadagnerà il tempo necessario e partendo da una posizione di forza avrà una scelta libera tra i tre sistemi più forti in Europa», Lufthansa Iag e Air France. «Se tutte queste misure non bastassero – ha proseguito il responsabile di Lufthansa – si deve anche pensare a un ridimensionamento, ma non è un fine per se stesso. La cancellazione delle tratte, della flotta e quindi personale navigante è solo l’ultima ratio. Non è un fine per sé ridurre il personale poi si risana l’azienda. Prima bisognerebbe provare tutto. È quello che si fa per ultimo, se tutte le altre misure non funzionano».

Zeni direttore generale

Dal canto suo, il commissario straordinario di Alitalia Giuseppe Leogrande ha annunciato che da domani «Giancarlo Zeni sarà il nuovo direttore generale di Alitalia». Leogrande ha spiegato che Zeni lascia l’incarico a Blu Panorama. Poi ha detto che «Alitalia ha bruciato circa 300 milioni ogni anno in questo periodo di amministrazione, mancano i risultati dell’ultimo periodo e potrebbero anche non essere migliorativi».

Salvini: «Il governo perde tempo»

«Anche su Alitalia, il governo perde tempo e mette a rischio un’azienda strategica per il Paese ed il futuro di 10.000 lavoratori. Nessuna svendita e nessun regalo saranno permessi dalla Lega». Così il segretario della Lega Matteo Salvini.

di: Desiree Ragazzi @ 17:55


Gen 07 2020

Autostrade, con la revoca della concessione le ricadute economiche sarebbero disastrose

Autostrade, con l’approvazione del decreto mille proroghe il Governo ha posto le condizioni per la revoca della concessione firmata nel 2007 con Aspi (Autostrade per l’Italia). In realtà la situazione è molto più complicata perché le condizioni della concessione autostradale di Aspi sono variegate e di rango giuridico, sociale ed economico. Innanzitutto le responsabilità penali conseguenti al crollo del Ponte Morandi ed alle 43 vittime saranno valutate e decise dalla Magistratura. La non costituzionalità della decisione univoca del Governo di modificare ex post (mille proroghe) le condizioni di affidamento della concessione può essere invocata. In caso di passaggio delle competenze da Aspi ad altro soggetto, è stato detto ad Anas, a chi verrebbero imputate le cause di eventuali crolli?

Infatti essi possono essere radicati nel tempo, perché frutto non solo o non esclusivamente di mancate manutenzioni ma anche di possibili difetti progettuali o costruttivi. Qual è in questa situazione il ruolo di vigilanza previsto per legge in capo al Ministero delle Infrastrutture? Immagino che questo punto sia già oggi già al vaglio della magistratura, per il caso del Ponte Morandi. Qual è la forza dell’ opinione pubblica e della politica per orientare le scelte e successivamente che responsabilità sociali hanno questi soggetti per le conseguenze delle decisioni assunte?

Autostrade e il crollo del Ponte Morandi

Non dovremmo dimenticare che qualche giorno prima che il Ponte Morandi crollasse c’era chi sosteneva con “ l’autorevolezza della forza popolare” che il Ponte Morandi avrebbe resistito nel tempo e chi sosteneva che era a rischio crollo veniva accusato di voler semplicemente appoggiare la costruzione della Gronda. Ovviamente queste condizioni, definite al contorno, possono essere giudicate solo dalla politica , consapevole che i risvolti e le conseguenze sociali sono enormi. In caso di revoca della concessione ad Aspi c’è il rischio di un totale azzeramento del valore del titolo ed il pericolo del fallimento della società, con ricadute economiche disastrose interne, ma anche con un danno internazionale enorme per la perdita totale della affidabilità del sistema italiano, già messo in forte crisi dalla situazione ILVA.

La conseguenza naturale è la distruzione totale di valore, compreso l’investimento di chi, ignaro delle dinamiche di gestione com’è l’azionista di fila, ha semplicemente creduto e investito in una società italiana che prometteva ottima redditività dell’investimento ed era, dalla pluralità dei soggetti di informazione, come un’eccellenza della borsa italiana. La decisione perciò della revoca tout court della concessione è estremamente complessa e la causa giudiziaria e gli strascichi economici e politici potrebbero durare anni. Tuttavia non deve essere esclusa come ha già indicato il Governo.

In un passato recente l’Italia ha vissuto vicende analoghe. Chi poi ha i capelli bianchi ricorda come a seguito di battaglie giustizialiste siamo riusciti a distruggere interi comparti dell’industria nazionale. Un esempio per tutti la chimica di Ferruzzi ed oggi siamo alle prese come ricordato con l’acciaio. Sarebbe imperdonabile se aprissimo anche questo fronte delle infrastrutture che viceversa deve essere sostenuto e rafforzato e non indebolito o addirittura distrutto.

Il caso delle Fondazioni bancarie

La causa così onerosa di una concessione (quella in essere) per lo Stato in caso di revoca unilaterale da parte del Governo è frutto dell’intreccio fra politica ed affari. Aspi come le altre società autostradali ha arruolato nella gestione uomini provenienti dalla politica, sembra per la volontà di mantenere un rapporto di contiguità fra l’azienda ed il regolatore, certamente nulla di illegale. Macroscopico è il caso delle Fondazioni bancarie che hanno investito decine di milioni di euro nelle società autostradali ai cui vertici ci sono sovente i presidenti delle Fondazioni stesse.

La soluzione perciò dovrebbe essere un compromesso tra Aspi ed il Governo nel segno della trasparenza e se possibile del rispetto degli impegni assunti. Potrebbe essere siglata una nuova concessione che faccia piazza pulita degli intrecci societari, garantendo una migliore trasparenza, con poche regole ma molto chiare. Un pilastro di queste regole dovrebbe essere il rispetto degli investimenti previsti nei piani di manutenzione che sono pagati dall’utenza attraverso i pedaggi.

Inoltre qualora la società autostradale non rispettasse il contratto dovrebbe essere costretta a restituire allo stato le somme non spese ed essere fortemente multata per il danno emergente dalla mancanza dell’investimento e dal lucro cessante, cioè il guadagno che si sarebbe prodotto se non ci fosse stato l’inadempimento. Inoltre dovrebbe esserci un abbassamento del rating di affidabilità della azienda in termini di validità temporale della concessione, con l’impegno di informare il mercato e perciò gli investitori. Infine i vertici della società autostradale, compreso il collegio sindacale, dovrebbero rispondere in solido per assicurare il pieno rispetto della convenzione.

*già vicepresidente della Commissione Lavori Pubblici del Senato

di: Annalisa Terranova @ 13:05


Gen 06 2020

Iran-Usa, Moody’s avverte: «Un conflitto causerebbe uno shock economico»

“Un duraturo conflitto” fra Stati Uniti e Iran causerebbe “shock economici e finanziari” in grado di “peggiorare le condizioni operative e di finanziamento”. Lo afferma l’analista di Moody’s Alexander Perjessy,. L’analista sottolinea  che un “prolungato conflitto avrebbe potenziali conseguenze globali, in particolare tramite gli effetti sul prezzo del petrolio”.

Iran e Usa sono già in conflitto dal 2018. Dalla decisione del presidente Trump di stracciare l’accordo sul nucleare. E di ristabilire le sanzioni e avviare una strategia di massima pressione contro la Repubblica islamica. Nell’era della guerra senza limiti anche l’economia è strumento bellico. L’Iran lo ha imparato a sue spese subendo il tracollo valutario e il blocco all’export di petrolio, ma al tempo stesso ha reagito ampliando tra l’Iraq, la Siria e il Libano la sua proiezione regionale. Necessità strategica per un Paese che nella sua storia ha subito ondate cicliche di invasioni e vede nell’espansione della sfera difensiva un obbligo operativo. Minaccia intollerabile per l’amministrazione più anti-iraniana degli ultimi decenni, legata a doppio filo a Israele e ai regni arabi del Golfo. Un conflitto a viso aperto tra i due Paesi potrebbe conoscere diversi gradi di significatività. Essi evolvono dalla guerra asimmetrica tra i deserti mediorientali alla guerra aperta combattuta nel territorio della Repubblica Islamica

 

 

di: Aldo Di Lello @ 20:45


Gen 02 2020

Dieselgate, la Volkswagen apre ai risarcimenti per 440mila clienti. Penalizzati i consumatori italiani

Novità nel maxiprocesso sui risarcimenti da parte di Volkswagen per il dieselgate. il gruppo automobilistico e l’associazione federale dei consumatori vogliono avviare la discussione per la transazione. Lo ha reso noto la Vw in un comunicato. A denunciare la compagnia di Wolfsburg, dopo l’emersione dello scandalo dei software che modificavano i dati sulle emissioni dei motori diesel, sono stati 440mila clienti in Germania. I consumatori chiedono di essere risarciti dal colosso dell’auto. Il procedimento giudiziario è arrivato alla corte d’appello di Braunschweig.

Lo scandalo

La Vw e le sue controllate avevano incorporato i cosiddetti «defeat devices» nel software di controllo del motore. Progettato per farli apparire meno inquinanti in laboratorio che in condizioni di guida reali. La ricaduta del “dieselgate” è costata all’azienda oltre 30 miliardi di euro.

Volkswagen, le critiche dei consumatori italiani

Ma se in Germania la Volkswagen ha annunciato di voler avviare una transazione coi tedeschi. Lo stesso non può dirsi per gli italiani.  «L’Italia continua ad essere trattata dalla casa automobilistica tedesca come la Cenerentola d’Europa». Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori è critico. «I consumatori tedeschi e americani –sottolinea – godono di un trattamento privilegiato rispetto agli italiani. Complice anche una normativa nostrana con le armi spuntate. Sia perché a differenza degli Stati Uniti nella nostra class action non è previsto il danno punitivo. Inoltre perché le sanzioni comminabili dalle Authority sono sempre irrisorie.  E inferiori all’illecito guadagno o al danno subito dalla collettività».

L’appello al Mise

Il riferimento va all’incontro che c’è stato nel 2016 presso il ministero dello Sviluppo Economico tra il Cncu e i vertici di Volkswagen Group Italia.  «Fino ad oggi, c’è sempre stata una totale chiusura rispetto alle proposte dei consumatori» prosegue Dona. «Chiediamo che il Mise torni alla carica, convocando nuovamente la Volkswagen per un nuovo tentativo di transazione».

di: Desiree Ragazzi @ 18:51


Gen 02 2020

Milleproroghe, cosa prevede il decreto che completa la manovra di bilancio. Tutte le novità

Il decreto milleproroghe entra in vigore dopo la firma del Capo dello Stato Sergio Mattarella, lo scorso 30 dicembre. Tra le novità del testo la proroga del bonus verde per il 2020 e il rinvio al prossimo 31 luglio dell’aumento delle tariffe autostradali.

Slitta a luglio 2020 anche l’obbligo di utilizzo della piattaforma PagoPa per i pagamenti alla Pubblica Amministrazione e per il bollo auto.

C’è anche la proroga degli stati d’emergenza già dichiarati. Nel caso di Genova passa a 24 mesi l’indennità per chi ha perso il lavoro a causa del crollo del ponte Morandi.

Sul fronte lavoro, il Milleproroghe prevede una serie di misure di sostegno al reddito dei lavoratori di aziende in crisi, a cominciare dall’Ilva (per cui è previsto un budget di 19 milioni di euro).

Milleproroghe, slitta la Rc auto familiare

Prorogati anche gli incentivi per l’acquisto di motorini o scooter ibridi ed elettrici rottamando motorini o scooter Euro 0-Euro3.

Slitta al 16 marzo l’entrata in vigore della nuova Rc auto familiare, con cui si potrà beneficiare della fascia assicurativa più bassa fra i veicoli di proprietà del nucleo familiare.

Slitta al 30 giugno il termine per l’iscrizione agli elenchi speciali presso gli Ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e prevenzione.

Il Milleproroghe concede più tempo alle vittime di violenza per chiedere il risarcimento, riaprendo i termini per l’istanza fino al 30 giugno.

Inoltre, può chiedere il risarcimento anche chi ha subito sfregi al viso. Il reato di deformazione dell’aspetto mediante lesioni permanenti al viso si trova nella nuova legge contro la violenza sulle donne, il Codice rosso (legge numero 69 del 19 luglio 2019).

Infine l’Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti, avrà tempo fino al 30 giugno per inviare al Governo un bilancio tecnico attuariale, pena il commissariamento.

 

di: Annalisa Terranova @ 15:00


Gen 02 2020

“Il Salvadanaio” sbarca al Rotary di Napoli. Per il libro di Pedrizzi un 2019 di successi (video)

Sbarca a Napoli, il 13 gennaio del 2020, l’ultima fatica letteraria di Riccardo Pedrizzi, ex senatore (qui il sito web) e già presidente della Commissione Finanze della Camera. “Il Salvadanaio, manuale di sopravvivenza economica” (Guida Editori) nel 2019 ha collezionato decine di presentazioni e trovato spazio sugli scaffali delle principali librerie italiane e sui giornali italiani.

Il 13 gennaio, all’Hotel Royal Continental, di via Partenope, a  Napoli (ore 20) Pedrizzi parteciperà a una conviviale dell'”interclub” Rotary Napoli Castel dell’Ovo (club ospitante), presieduta da Renato Silvestre, insieme con il presidente del Rotary Posillipo, Maurizio Maddaloni. Introduzione affidata a Maurizio Giancaspro.

Un “Salvadanaio” di consigli utili

“Il Salvadanaio” – si legge nella sinossi –  è un prezioso strumento di conoscenza che, “partendo da una descrizione storica degli eventi degli ultimi anni, permette di avere un quadro chiaro delle ragioni sottostanti all’evoluzione che il sistema economico e con esso il mercato bancario, ha evidenziato. E in alcune circostanze, dovuto subire”. «È uno strumento che permette al cittadino, e soprattutto al risparmiatore, di difendersi. Mettendolo nelle condizioni di comprendere fino in fondo i fenomeni economici e finanziari e nella concreta possibilità di realizzare le proprie scelte in maniera consapevole». La fede e la Dottrina sociale della Chiesa fanno da stella polare al senatore Pedrizzi. Il politico cattolico, presidente del Cts dell’Ucid e segretario della Regione Lazio, cerca nell’economia e nella finanza “cattiva” gli insegnamenti sulla strada da percorrere per uno sviluppo compatibile con l’etica. Al primo posto nella sua formazione politica e professionale.

Pedrizzi in difesa dei risparmiatori

«Il rapporto fiduciario – scrive Pedrizzi nel ‘Salvadanaio ‘ – che lega banca e cliente è stato violato dalla banca, che è la parte più forte e ciò che è emerso anche in queste brutte vicende delle banche italiane è una cattiva gestione, sono i notevoli ed evidenti conflitti di interesse. Ma anche la scarsa preparazione finanziaria dei risparmiatori, così come l’insufficienza e l’inadeguatezza delle autorità di vigilanza».

I recenti scandali delle banche italiane sono ricostruiti anche con la pubblicazione degli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta che si riunì, e arrivò alle sue conclusioni, al termine della scorsa legislatura, non senza omissioni e ombre sottolineate nella post-fazione dall’economista di Forza Italia Renato Brunetta. L’introduzione è di Giuseppe De Lucia Lumeno. Prefazione del Cardinale Gerhard Ludwig Müller. Contributi, oltre che di Renato Brunetta, anche di Mauro Maria Marino.

Un 2019 di successi per “Il Salvadanaio”: ecco il video

 

di: Luca Maurelli @ 14:59


Gen 02 2020

Al via da oggi i saldi, ma la crisi morde e si prevede un ulteriore calo delle vendite

Al via da oggi alla stagione dei saldi invernali. La stagione degli sconti si apre in Basilicata, Sicilia e Valle d’Aosta, mentre nelle altre regioni inizierà il 4 o il 5 gennaio. L’Onf, Osservatorio Nazionale Federconsumatori, stima che oltre 9 milioni di famiglie, quindi il 38% del totale, effettueranno acquisti approfittando delle promozioni. Con un andamento delle vendite in diminuzione del -1,3% rispetto allo scorso anno. La spesa media ammonterà a 179,20 euro per ogni famiglia.

La flessione – come già lo scorso anno –  è imputabile soprattutto agli acquisti effettuati in occasione del Black Friday. Visto che quest’anno sono stati in molti ad approfittare degli sconti applicati nell’ultimo venerdì di novembre. Coloro i quali abbiano intenzione di effettuare acquisti approfittando dei saldi devono comunque tenere a mente alcune raccomandazioni importanti. Il rischio di incorrere in un inganno purtroppo è sempre dietro l’angolo e la possibilità che le promozioni si rivelino decisamente poco vantaggiose è concreta.[premium level=”1″ teaser=”yes” message=”Per continuare a leggere l’articolo”]

In cosa consistono i saldi

L’articolo 15 del D.Lgs. n. 114/98 dispone che il cartellino debba indicare sia il prezzo “pieno” che quello ridotto nonché la percentuale di sconto. Per evitare che i potenziali clienti possano confondere la merce in saldo con gli altri articoli in vendita sarebbe inoltre utile separare le due tipologie di prodotto. Lo sconto riportato sul cartellino è quello che l’esercente è tenuto ad applicare. Quindi, nel caso in cui alla cassa venga chiesto il pagamento di una cifra differente, è opportuno farlo presente al negoziante.

Qualora si presentino difficoltà non esitare a rivolgersi alla Polizia Municipale. La normativa vigente obbliga gli esercizi commerciali a garantire ai clienti il pagamento tramite pos, quindi con carta di credito o bancomat. Nel caso in cui l’esercente non consenta tale opzione di pagamento, è possibile segnalare l’episodio alla Guardia di Finanza. In linea di massima è preferibile evitare di acquistare nei punti vendita che non espongano entrambi i prezzi (quello pieno e quello scontato) e la percentuale di sconto. Nonché diffidare delle offerte eccessivamente vantaggiose (pari o superiori al 60%), dietro a cui potrebbe nascondersi un tentativo di truffa o un prodotto contraffatto.

Prove e cambi

I punti vendita non sono tenuti per legge a permettere la prova dei capi di abbigliamento prima dell’acquisto, Così come, in assenza di vizi o difetti, consentire il cambio del prodotto è rimessa alla discrezionalità del commerciante. Nel caso in cui il negoziante lo consenta, è quindi sempre meglio provare l’articolo e, prima del pagamento, chiedere all’esercente termini e condizioni per l’eventuale possibilità di sostituzione. In ogni caso, Federconsumatori consiglia di diffidare di quegli esercizi che non consentono di provare i capi, potrebbe essere indice di mancata trasparenza. È buona norma evitare di acquistare prodotti la cui etichetta non indichi, oltre alla composizione, anche le modalità di manutenzione. Si eviteranno così spiacevoli incidenti nelle operazioni di lavaggio.

Come far valere le garanzie

Se da una parte il negoziante non è tenuto a per legge a sostituire un prodotto integro, la situazione cambia radicalmente in caso di prodotto difettoso. Il D.Lgs. n. 24/2002 stabilisce che un periodo di garanzia di due anni per i prodotti nuovi e di un anno per i beni usati, anche nel caso di merce acquistata a saldo: è quindi bene conservare lo scontrino (e possibilmente fotocopiarlo, considerando che le ricevute in carta chimica tendono a sbiadire dopo pochi mesi) per chiedere al negoziante la sostituzione del prodotto difettoso e che comunque presenti un vizio di conformità, emerso entro i 24 mesi dall’acquisto, che ne pregiudichi l’utilizzo.

In alternativa alla sostituzione è possibile usufruire della riparazione o richiedere una riduzione proporzionale del prezzo. O ancora scegliere la risoluzione del contratto. Da precisare che l’opzione scelta non deve risultare eccessivamente onerosa o oggettivamente impossibile per il venditore. Il bene deve essere conforme al contratto di vendita o comunque alle descrizioni rilasciate. Nel caso in cui questo non avvenga, il cliente può chiedere il rimborso del prezzo pagato.

Federconsumatori segnala che anche la pubblicità deve rispondere a tale criterio. Qualora il venditore rifiuti di ottemperare ai propri doveri o venga richiesto il pagamento delle riparazioni adducendo alla mancata copertura del difetto nel quadro della garanzia ma tali dichiarazioni non risultino opportunamente dimostrabili, il consumatore potrà rivolgersi al Giudice di pace del Tribunale più vicino oppure chiedere assistenza ad uno sportello Federconsumatori. Al fine di evitare equivoci, è opportuno tenere presente che gli impegni assunti dal produttore. Cioè le garanzie convenzionali, sono vincolanti per il produttore stesso ma non sostituiscono la garanzia legale quindi riparazioni e sostituzioni devono essere richiesti direttamente al negoziante. Sarà poi quest’ultimo, in presenza di garanzia convenzionale, ad indirizzare eventualmente il cliente al servizio assistenza del produttore.

Acquisti online anche per i saldi

A differenza di quanto accade per gli acquisti effettuati direttamente nei negozi, nel caso dello shopping online non è sempre possibile consultare tutte le informazioni relative al prodotto. E’ pertanto opportuno controllare con attenzione la completezza e l’esaustività della descrizione e la buona qualità delle immagini disponibili per inquadrare il prodotto nel suo complesso. Proprio tenendo in considerazione l’impossibilità di verificare fisicamente le condizioni e la qualità dei prodotti, il Codice del Consumo prevede particolari tutele per gli acquisti online e a distanza.  È il caso ad esempio del diritto di recesso che, come già precisato, non sussiste per gli articoli comprati nei locali commerciali.

L’utente ha 14 giorni di tempo a partire dal momento della consegna per restituire il prodotto e richiedere il rimborso totale dell’importo pagato. Ad ogni modo è preferibile consultare sul sito scelto le indicazioni relative al diritto di recesso. Nel caso in cui l’acquisto non avvenga dal sito dell’azienda ma attraverso un’altra piattaforma, è necessario verificare l’affidabilità dell’intermediario e la provenienza della merce.

Per garantire la sicurezza dei pagamenti, siano essi effettuati tramite carta di credito, carta di debito, bonifico o altri mezzi, è importante utilizzare una connessione protetta. Controllare che l’indirizzo del sito web sia preceduto da Https (e non da Http) e verificare la presenza, in basso a destra nella pagina della transazione, la presenza dell’immagine di un lucchetto. Federconsumatori ricorda infine che tutti i siti sono tenuti a riportare l’informativa sulla privacy e sul trattamento dei dati personali.[/premium]

di: Luca Maurelli @ 11:12


Gen 01 2020

Sicilia, Musumeci fa parlare i numeri: “In 2 anni spesi due miliardi di fondi europei”

Un miliardo e novecento milioni di euro spesi e certificati in due anni. Si chiude così la gestione, nei primi ventiquattro mesi del governo Musumeci, dei Fondi europei assegnati alla Sicilia per il periodo 2014/2020. E l’ultimo traguardo, fissato da Bruxelles al 31 dicembre, è stato raggiunto e superato di oltre 130 milioni di euro. Un risultato al quale hanno contribuito, in uno spirito di squadra, tutti dipartimenti regionali coinvolti nella gestione della spesa comunitaria.

Un ulteriore e significativo passo avanti nell’attuazione dei Programmi, viste le bassissime percentuali di alcuni di essi all’inizio della legislatura. In particolare, nel Fesr, il Fondo europeo di sviluppo regionale – con il quale vengono finanziate infrastrutture e concessi aiuti alle imprese – alla fine del 2017, infatti, erano certificati appena 6,3 milioni di euro. In soli due anni, invece, si è già arrivati a oltre un miliardo e duecento milioni di euro.

Rispettati i parametri di Bruxelles

E il 31 dicembre si è chiuso con un dato positivo di quasi 80 milioni di euro. L’obiettivo imposto da Bruxelles per il 2019, quale incremento della spesa rispetto all’anno precedente, infatti, era di 402 milioni di euro, mentre il risultato raggiunto e certificato dal sistema di monitoraggio supera i 481 milioni di euro. Millecinquecento le aziende finanziate, oltre alla banda ultralarga, all’efficientamento energetico di edifici pubblici e alla proroga del Fondo di garanzia per le imprese.

“Nuovi treni per migliorare i collegamenti”

Ma anche infrastrutture ferroviarie e portuali (progetto Stesicoro-Aeroporto, strada Agrigento-Caltanissetta, porto Sant’Agata di Militello, acquisto nuovi treni, miglioramento della linea ferroviaria Palermo-Trapani via Castelvetrano, etc) e interventi per la tutela del territorio. Per quanto concerne il Fondo sociale europeo (Fse) – che si occupa di istruzione e formazione professionale – il target da raggiungere era di 188,7 milioni di euro. Lo si è superato di oltre due milioni e mezzo di euro, facendo arrivare così la spesa complessiva, dall’avvio del Programma, a 191,3 milioni di euro (di cui oltre 166 milioni realizzata nel biennio 2018-2019).

Fra questi, ricorda Musumeci, anche quaranta milioni di euro destinati all’edilizia scolastica. Fra gli ultimi interventi finanziati: l’attivazione dei tirocini formativi per i giovani laureati negli uffici della Regione; i corsi di istruzione e formazione professionale per soggetti in obbligo scolastico; i master – in Italia e all’estero – corsi di lingua e per ottenere patenti, licenze e brevetti.

Il discorso di fine anno di Nello Musumeci

Buone notizie anche dal Programma di sviluppo rurale – destinato alle aziende agricole – con un superamento del target di spesa di cinquanta milioni di euro, rispetto al traguardo di 821 milioni di euro imposto da Bruxelles. La spesa complessiva raggiunta è infatti di 871 milioni di euro (515 negli ultimi due anni), con un’accelerazione avvenuta tra maggio e dicembre scorsi con oltre 240 milioni di euro certificati.

Nel corso del 2019, grazie al Psr si sono insediati quasi mille nuovi giovani agricoltori e sono state finanziate 65 imprese con la misura degli ”investimenti aziendali” e 80 con quella degli ”investimenti agroalimentari”. Centocinquanta i milioni di euro destinati a tutte le ”misure agroambientali” e dodici alla viabilità rurale. Anche nel Feamp, il Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca, ampiamente raggiunto il target – fissato a livello centrale, trattandosi di un Programma nazionale – con 9,4 milioni di euro certificati.

Risorse che sono servite, principalmente, per la promozione dell’innovazione del capitale umano. Inoltre per la diversificazione del reddito, il miglioramento delle condizioni di sicurezza a bordo. Oltre alla riduzione dell’emissione di sostanze inquinanti con la sostituzione o l’ammodernamento dei motori. E ancora, il potenziamento delle infrastrutture dei porti di pesca, l’innovazione nel settore dell’acquacoltura. Quindi l’attivazione e la gestione dello strumento di sviluppo locale per la commercializzazione dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura e il supporto al settore della trasformazione.

“La Sicilia cambia passo”

“E’ la conferma – evidenzia il presidente della Regione Nello Musumeci – che con il mio governo la Sicilia sta iniziando a cambiare passo. Una strada ancora lunga e difficoltosa, nei siamo consapevoli, ma questi risultati ci fanno guardare con ottimismo al futuro e soprattutto con minore rassegnazione. Non avere restituito, per il secondo anno consecutivo, neanche un solo euro a Bruxelles è certamente motivo di soddisfazione e orgoglio.

La prossima sfida di Musumeci

La prossima sfida è quella di poter disegnare una nuova programmazione. Il piano partirà dal 2021, più adeguata alle esigenze del nostro territorio e che renda la sua attuazione più snella. Un ringraziamento, infine, a tutti gli assessori. Inoltre, un plauso ai dirigenti generali coinvolti, ai loro collaboratori e all’assistenza tecnica. Hanno tutti lavorato in uno spirito di squadra, senza risparmiarsi mai, con impegno e passione. Hanno fatto prevalere l’orgoglio dell’appartenenza a un’amministrazione regionale che vuole rimettersi in carreggiata per poter iniziare a concorrere con le altre Regioni italiane”.

di: Valter Delle Donne @ 19:56


Dic 30 2019

Il “pacco” di Pd e M5S per il 2020: in arrivo una stangata da 630 euro a famiglia

Una stangata da 630,35 euro a famiglia nel 2020. A quantificare i nuovi esborsi per gli italiani è stato l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, che ha stilato l’andamento dei prezzi per l’acquisto di beni e servizi e l’impatto che avranno sulle famiglie.

Il prezzo della manovra e del Milleproroghe

I maggiori costi sono determinati, da un lato, da alcune scelte assunte nella manovra di bilancio e nel decreto Milleproroghe, dall’altro da alcuni trend, come quello relativo agli aumenti nel campo delle assicurazioni, già in atto negli ultimi giorni dell’anno. Si prospettano lievi discese dei costi per quanto riguarda i ticket sanitari (che saranno legati al reddito) e le tariffe dell’acqua. Inoltre, in tema di rifiuti è certo che la questione della gestione delle discariche e di piani regolatori inciderà in maniera non indifferente sulle tasche dei cittadini. Insomma, gli italiani pagheranno ancora una volta per le inefficienze dei giallorossi.

L’allarme di Federconsumatori sulla stangata

Federconsumatori sottolinea poi che non bisogna trascurare il fatto che la stangata avviene “in un contesto delicato. Il Paese stenta ancora a riprendersi e manca un serio piano di crescita improntato allo sviluppo, alla ricerca, al rilancio dell’andamento dell’occupazionale”. Per questo l’associazione torna a chiedere “con decisione una riforma degli ormai iniqui oneri di sistema, che pesano in maniera spropositata sulle bollette dell’energia”. “Ci auguriamo che il governo non si sottragga ad operare una seria rimodulazione delle aliquote Iva. Bisogna evitare – conclude Federconsumatori –  di tassare come beni di lusso alcuni beni e prodotti che invece sono di largo consumo”.

di: Annamaria Gravino @ 15:13


Dic 30 2019

Crescita Pil, Istat: «L’economia italiana arranca. Nel 2018 ancora fanalino di coda in Europa»

L’Istat vede il bicchiere mezzo vuoto. In pratica, l’economia italiana nel 2018 è cresciuta, ma facciamo peggio di tutti gli altri grandi partner in sede Ue. Di più: cala sensibilmente rispetto all’1,6 registrato nel 2017. Nel 2018, infatti, il Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.756.982 milioni di euro correnti. In termini di volume è aumentato dello 0,9 per cento, registrando per il quinto anno consecutivo una variazione positiva. Tuttavia, l’Italia tra i grandi paesi dell’Unione europea registra il più basso tasso di crescita del Pil in termini di volume.

Consumi aumentati del 5%

È quanto si legge nell’Annuario Statistico Italiano 2019, relativo allo scorso anno, messo a disposizione dall’Istat sul proprio portale. I consumi finali nazionali in volume, prosegue il nostro istituto di statistica, sono aumentati dello 0,5 per cento; nel dettaglio, la spesa delle famiglie residenti, effettuata sia in Italia sia all’estero, è cresciuta dello 0,6 per cento, in frenata rispetto al 2017, e la spesa delle Amministrazioni pubbliche dello 0,2 per cento. La dinamica in volume degli investimenti fissi lordi è stata positiva (+3,4 per cento), con un rallentamento rispetto all’anno precedente, ma tale da non interrompere la tendenza espansiva iniziata nel 2016.

Istat: «Calano i lavoratori a tempo indeterminato»

In chiaroscuro il dato del 2018 sull’occupazione. Secondo l’Istat, infatti, l’incremento fissa in 192 mila le unità in più rispetto all’anno precedente, superando i livelli pre-crisi. Il tasso di occupazione della fascia d’età compresa tra i 15 e i 64 anni sale al 58,5 per cento (+0,6 punti). Una percentuale che sfiora il livello massimo del 2008, ma ancora lontanissima dalla media Ue (68,6 per cento). Anche qui, però, il dato va analizzato con cautela. Ad aumentare, infatti, sono soltanto i dipendenti a tempo determinato (+215 mila), mentre torna a calare il tempo indeterminato. Prosegue la riduzione dei disoccupati (-151 mila) e del tasso di disoccupazione (-0,6 punti), in particolare per i giovani, che si associa alla complessiva diminuzione dell’inattività.

 

di: Mario Landolfi @ 13:20


Dic 29 2019

Addio frittura di paranza: la follia dei burocrati Ue colpisce ancora…

Vita dura per gli amanti della frittura di paranza. Ma anche per gli appassionati della tartare di gamberi rossi e viola.  Due specie pregiatissime tipiche delle regioni del Sud Italia dal gusto eccellente. Dal primo gennaio 2020 l’Unione Europea, infatti, cambia le regole per la pesca a strascico nel Mediterraneo occidentale di sei specie molto apprezzate in Italia. Il  gambero viola, il rosa e il rosso e poi il nasello, lo scampo e la triglia di fango.

Le nuove norme comunitarie, che si applicano anche a Spagna e Francia, puntano a tagliare le giornate in mare dei pescatori del 10%, percentuale che potrebbe arrivare al 40% nei prossimi quattro anni. E questo dalla Liguria alla Sicilia settentrionale, inclusa la Sardegna e a ridurre quindi lo sforzo di pesca complessivo. A ricordarlo è Fedagripesca-Confcooperative Pesca nel Mediterraneo, evidenziando che Bruxelles introduce anche un periodo di fermo di tre mesi per la pesca dell’anguilla. Oltre alla riduzione delle catture e sforzo di pesca per i piccoli pelagici nell’Adriatico e, sempre nell’Adriatico, un limite di sforzo di pesca per i demersali, le specie che vivono nel fondale.

Si tratta di prodotti ittici molto richiesti dal mercato. Basti pensare che nasello, scampo e triglia costituiscono il trio simbolo della pesca di paranza. Secondo un’indagine di Fedagripesca, la frittura è un piatto evergreen apprezzato da tre italiani su quattro. Entrata di diritto nei regimi alimentari delle diete più avanzate.  Con i gamberi che sono riservati anche alle occasioni più importanti, spesso consumati al ristorante.

I nuovi paletti europei, frutto di un piano pluriennale di ricostituzione degli stock ittici demersali, secondo Fedagripesca, “avranno un impatto importante in un’area di mare dove la pesca a strascico conta il 29% del totale della flotta nazionale, il 25% degli occupati e il 26% della produzione.
Parliamo del futuro di 2 mila lavoratori, oltre 700 pescherecci, per una produzione che vale 120 milioni di euro l’anno”.

Addio frittura di paranza: la follia europea colpisce ancora.

 

di: Aldo Di Lello @ 12:04


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