Giu 15 2019

Arriva il lunedì nero delle tasse: una vera stangata si abbatte sulle famiglie italiane

Altro che “Blue monday”. Il lunedì più triste di tutti, per gli italiani, sarà il prossimo: lunedì 17 giugno. Almeno dal punto di vista delle finanze. L’inizio della prossima settimana, infatti, sarà una data da bollino nero nel calendario fiscale di imprese e famiglie. «È il primo tax day dell’anno, visto che saranno chiamate a versare all’Erario 32,6 miliardi di euro. Una vera e propria stangata», spiega la Cgia di Mestre. E, oltre al salasso economico, va considerato anche quello di energie, prosciugate da una burocrazia che, come il fisco, non fa sconti. «Oltre ad avere una pressione fiscale tra le più elevate d’Europa, in Italia è estremamente difficile anche pagare le tasse», prosegue il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo.

Il fisco più complicato d’Europa

L’associazione degli artigiani e delle piccole imprese, quindi, punta l’indice contro «la complessità e la farraginosità del nostro sistema tributario, che spesso mette in seria difficoltà perfino gli addetti ai lavori, come i commercialisti, le associazioni di categoria o i Caf». «Figuriamoci gli imprenditori, in particolar modo quelli di piccola dimensione, che – ricorda Zabeo – all’interno della propria attività, in moltissimi casi non dispongono nemmeno di un ufficio amministrativo minimamente strutturato».

Imprese e famiglie: tutti tartassati

Secondo la stima elaborata dall’Ufficio studi della Cgia, gli imprenditori dovranno pagare al fisco ritenute Irpef di dipendenti e  collaboratori per 12 miliardi di euro, mentre famiglie e imprese saranno chiamate a versare l’Imu-Tasi in capo alle seconde/terze case e agli immobili strumentali per 9,9 miliardi di euro. Industriali, commercianti, artigiani e lavoratori autonomi, inoltre, dovranno versare l’Iva allo Stato per 9,8 miliardi e, infine, si dovranno corrispondere le ritenute Irpef trattenute sui compensi dei lavoratori autonomi per 935 milioni di euro. «Con un tasse inferiori e più semplici – commenta il segretario della Cgia, Renato Mason – anche l’Amministrazione finanziaria potrebbe lavorare meglio ed essere più efficace. La selva di leggi, decreti e circolari esplicative presenti nel nostro ordinamento tributario, invece, complica la vita a tutti, relegandoci tra il gruppo di Paesi meno attrattivi per gli investitori stranieri anche per questo motivo».

E le banche non fanno la loro parte

Per lunedì, segnalano dalla Cgia, «non saranno pochi gli imprenditori che avranno difficoltà a recuperare le risorse economiche» per onorare la richiesta di tasse. Oltre alla congiuntura difficile, le banche continuano a erogare il credito con il contagocce». Sebbene la situazione dei crediti deteriorati sia scesa ai livelli pre-crisi, i prestiti bancari alle imprese di piccola dimensione (meno di 20 addetti) sono in costante calo dal 2012. Una contrazione che, secondo la Banca d’Italia, solo in parte è ascrivibile a una diminuzione della domanda di credito o a fattori di rischio. Questo trend, purtroppo, è proseguito anche nei primi mesi di quest’anno. Nello scorso mese di marzo, infatti, l’erogazione a queste piccole realtà produttive è scesa, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, di 2,3 punti percentuali.

di: Annamaria Gravino @ 10:34


Giu 14 2019

Mutui, è il momento giusto per ottenerli. Tutte le offerte per acquistare casa

È il momento buono. Lo provano i dati. Le famiglie italiane possono approfittarne per mettere le mani su mutui meno pesanti. E realizzare il sogno di comprare casa. I tassi sono infatti favorevoli, i prezzi ancora bassi e la voglia di essere proprietari costituiscono ottime motivazioni all’acquisto di una abitazione. I tassi, sia fissi che variabili, rimangono su livelli decisamente bassi grazie all’andamento di Eurirs e Euribor, sempre sui minimi.

La liquidità per fronteggiare l’operazione

Ottenere un mutuo è dunque una prospettiva accessibile. E se acquistare una casa è da sempre uno degli obiettivi degli italiani, anche delle giovani coppie, non è così semplice essere già in possesso della liquidità per fronteggiare l’operazione. Ed è per questo motivo che molto spesso si richiedono mutui per la prima casa. Molte famiglie ambiscono anche a poter cambiare casa, per migliorare la condizione abitativa, o puntano a realizzare un investimento.

Mutui, con l’estate arrivano tassi “stracciati”

L’estate porterà a sconti, promozioni, saldi a tassi “stracciati” per chi sceglie la strada dei mutui. Negli ultimi tempi, la concorrenza tra le banche ha introdotto un moltiplicarsi delle offerte sulla rata per la casa che hanno reso ancora più vantaggioso il finanziamento. Le banche sono ben predisposte a finanziare l’acquisto di un immobile. Anzi potrebbero, nei prossimi mesi, operare un nuovo taglio dei tassi offerti. Insomma, ci sarebbero tutte le premesse per cui il 2019 debba essere positivo per il mercato
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dei mutui.

I cambiamenti da fine maggio a giugno

Analizziamo i cambiamenti che si sono registrati da fine maggio a giugno: UBI ha aumentato gli spread di 10 punti base sia su fisso che variabile; BNL ha ridotto di 15 punti base il TAN sui tassi fissi e ridotto gli spread di 10 punti base sui tassi variabili; Intesa Sanpaolo ha ridotto fino a 30 punti base i TAN sui mutui a tasso fisso e ha ridotto fino a 10 punti base gli spread sui mutui a tasso variabile; CheBanca ha aumentato fino a 10 punti base gli spread a tasso fisso e variabile; Banca Sella ha aumentato fino a 15 punti base gli spread a tasso fisso e variabile.

Come orientarsi, la lista delle offerte

Ci sono mutui e mutui. Prima di scegliere è sempre meglio orientarsi. Per ogni finalità, il buon senso italico spinge ad orientarsi verso il pagamento di un mutuo, alla fine del quale la casa resta di proprietà. Ma la lista di offerte è lunga. Confrontarle aiuta a scoprire il mutuo più vicino alle proprie esigenze e anche a rendersi conto della reale convenienza. Non bisogna mai dimenticarsi di comparare i vari prodotti di mutuo. Ecco due simulazioni di acquisto realizzate per AdnKronos da MutuiSupermarket.it:

Simulazione per mutuo a tasso variabile – Mutuo acquisto, tasso variabile a 20 anni per un importo di 140.000 euro su un valore dell’immobile di 280.000 euro, richiesto da un 34enne residente a Roma.

I primi 5 istituti che offrono le condizioni più vantaggiose, sono Credem (istruttoria in filiale, indice Euribor 3 mesi, Spread 0,65%; TAN 0,33%; rata 602,7€, TAEG 0,64%); Hello Bank (istruttoria online; indice Euribor 1 mese; Spread 1,00%; TAN 0,62%; rata 620,34 €; TAEG 0,76%); Unicredit Banca (istruttoria in filiale; indice Euribor 3 mesi; Spread 0,95%; TAN 0,63%; rata 621,07€; TAEG 0,77); Monte dei Paschi di Siena (istruttoria in filiale; indice Euribor 6 mesi; Spread 0,60%; TAN 0,60%; rata 619,18 €; TAEG 0,79); BNL (istruttoria in filiale; Euribor 1 mese; Spread 1,00%; TAN 0,62%; rata 620,34 €; TAEG 0,81%).

Simulazione per mutuo a tasso fisso- Mutuo acquisto, tasso fisso a 20 anni per un importo di 140.000 euro su un valore dell’immobile di 280.000 euro, richiesto da un 34enne residente a Roma.

Fra le 5 proposte migliori, figurano quelle di Credem (istruttoria in filiale; TAN 1,00%; rata 643,85€; TAEG 1,29%); Intesa Sanpaolo (istruttoria in filiale; TAN 1,25%; rata 659,59€; TAEG 1,44%); Cariparma (istruttoria in filiale; TAN 1,33%; rata 664,67€; TAEG 1,44%); Banco BPM (istruttoria in filiale; TAN 1,27%; rata 660,86€; TAEG 1,47%); Banca Monte dei Paschi di Siena (istruttoria in filiale; TAN 1,28%; rata 661,49€; TAEG 1,48%).
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di: Girolamo Fragalà @ 10:02


Giu 13 2019

Domani il convegno di Confintesa con Bertinotti, Fassina e Rizzetto

Domani, venerdì 14 giugno, a Roma, presso la sede della Treccani, è in programma il convegno organizzato da Confintesa: “Dalla dittatura del capitalismo finanziario alla dittatura degli algoritmi”.

«Con lo sviluppo dell’economia – si legge nella nota stampa di Confintesa – aumenta la dipendenza dell’individuo. Tale dipendenza diviene soggezione al potere. Dopo l’esperienza storica dell’oppressione attraverso le armi e di quella prodotta da una economia finanziaria, l’umanità comincia a sperimentare una forma nuova di oppressione determinata dalla divisione del lavoro che costringe l’uomo a forme estreme di specializzazione.
Mai come in questo momento l’individuo è stato così completamente abbandonato ad una collettività cieca, mai gli uomini sono stati più incapaci di far derivare le azioni dai propri pensieri. L’uomo ha perso la sua umanità. E all’interno di questa società, l’uomo sperimenta impotenza e angoscia.
La ricostruzione sociale e politica della società deve poggiare su basi etiche, su una rigenerazione di individui e collettività, in cui si accompagni un nuovo radicamento in una società giusta e rispettosa delle persone.
Come affermato dal garante della Privacy, Antonello Soro, in ordine ad alcune funzioni che prima erano frutto di una scelta e di una valutazione umana, oggi quelle stesse scelte e quelle stesse valutazioni vengono fatte da “selezioni algoritmiche alle quali deleghiamo quasi fideisticamente il compito di decidere aspetti determinanti della vita delle persone”. Arriviamo così ai licenziamenti che vengono decisi da algoritmi che valutano la produttività solo in termini quantitativi e non qualitativi e che rischiano di “cristallizzare il futuro nel passato, leggendo il primo con gli schemi del secondo”.
Da qui la ricerca – conclude la nota stampa – di modifica di  un uno distorti del processo tecnologico rimettendo al centro della società l’Uomo e il suo lavoro. Vogliamo chiudere con una frase di Albert Einstein: “Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà porne uno”. Evidentemente anche Einstein si sbagliava».

Interverranno:
Francesco Prudenzano – Segretario Generale Confintesa

Fausto Bertinotti – Ex Presidente della Camera dei Deputati

Stefano Fassina – Deputato LEU – Commissione Bilancio

Sergio Cesaratto – Economista, Prof. Ordinario di Economia Università di Siena

Walter Rizzetto Deputato FdI – Commissione Lavoro

I lavori saranno coordinati da Fabrizio Frullani – Giornalista del “Tg2”

Il convegno ha inizio dalle 15,30 presso la Sala Igea dell’Istituto Italiano dell’Enciclopedia Treccani, Piazza dell’Enciclopedia Italiana 4,  Roma.

di: Valter Delle Donne @ 15:54


Giu 11 2019

Riaperti i termini per rottamazione, saldo e stralcio. Ecco come fare pace col fisco

La notizia era attesa da molti contribuenti e dai commercialisti italiani. Sono stati, infatti, riaperti i termini per la rottamazione delle cartelle inviate dal fisco e al saldo e stralcio, con nuova scadenza fissata al 31 luglio 2019, e del saldo e stralcio. Le commissioni Bilancio e Finanze della Camera hanno approvato un emendamento che riapre i termini della sanatoria che ha chiuso i battenti lo scorso 30 aprile.

Fisco, rata unica o dilazionabile in 17 rate

Le domande potranno essere presentate da chi ha ricevuto la lettera del fisco tra il 2000 e il 2017. Versando le imposte o contributi dovuti sarà possibile rimettersi in regola, senza dover pagare sanzioni e interessi. Il debito fiscale potrà essere saldato in un’unica soluzione (da versare entro il 30 novembre) o dilazionando il pagamento in 17 rate (con il versamento della prima entro novembre e pari ad almeno il 20% del totale). Con il saldo e stralcio, invece, sarà possibile fare pace con il fisco pagando solo una quota delle somme dovute; la misura potrà essere utilizzata solo da chi è in difficoltà economica (con un isee fino a 20.000 euro).

Chi ha aderito entro il 30 aprile

La legge prevede che Agenzia delle entrate-Riscossione invii al contribuente entro il 31 luglio 2019 una “Comunicazione”.

Può essere di accoglimento della domanda contenente l’ammontare complessivo delle somme dovute ai fini della Definizione agevolata per le risorse UE, la scadenza delle eventuali rate e i relativi bollettini di pagamento. Nella comunicazione saranno altresì contemplati anche le ulteriori cartelle che Agenzia delle Dogane e dei Monopoli individuerà come strettamente correlate a quelle richieste in definizione.

La comunicazione può essere di eventuale diniego con l’evidenza delle motivazioni per le quali non è stata accolta la richiesta di definizione agevolata.

A seconda della scelta effettuata dal contribuente, il debito sarà estinto in un’unica soluzione oppure fino a un massimo di 18 rate consecutive (5 anni). Di queste, le prime due (pari al 10%) nel 2019 e le restanti 16 in quattro rate annuali di pari importo. La prima rata è fissata per legge al 30 settembre 2019, la seconda scade il 30 novembre 2019 e le altre il 28 febbraio, 31 maggio, 31 luglio e 30 novembre di ciascun anno successivo.

di: Valter Delle Donne @ 14:31


Giu 09 2019

Ecco come torchiano il popolo delle partite Iva. Ricchiuti: “Ora basta”

“Un Paese civile  – dichiara Lino Ricchiuti presidente del movimento Popolo Partite Iva, federato con Fratelli d’Italia  – non fonda la pretesa tributaria su studi e parametri che portano alla determinazione del reddito d’impresa su base induttiva ancorché in un periodo di crisi di proporzioni bibliche. Vanno immediatamente rivisti tutti quegli strumenti che mortificano il sacro diritto costituzionale alla contribuzione secondo il reddito effettivamente conseguito da ognuno. In questi anni gli studi di settore hanno portato molte imprese ad adeguare il reddito mai effettivamente realizzato per non ritrovarsi perseguitati da un fisco che ha trovato sempre più alleate le commissioni tributarie”.

Soprusi fiscali

“Gli stessi studi adeguati alla crisi – prosegue Ricchiuti – non hanno migliorato la situazione sottoponendo i contribuenti a parametri non veritieri facendone fallire o chiudere a migliaia con debiti enormi diventati poi cartelle esattoriali che non potranno mai essere onorate ,perché provenienti da soprusi fiscali fuori ogni regola costituzionale(art.53) . Allora se il governo intende davvero cambiare passo ma poco ci credo, non faccia il gioco delle tre carte confermando l’istituzione degli indicatori sintetici di affidabilità (I.S.A)  che prendono il posto degli studi di settore , che ancora una volta ci diranno a tavolino se siamo affidabili o meno”.

Giornate senza clienti

“E chi lo decide se siamo affidabili? – si chiede ancora Ricchiuti – Gente che non ha mai alzato una serranda in vita sua?”. “Non è possibile determinare gli utili di una piccola azienda o negozio né sulla base della lunghezza di un bancone nè sul consumo della energia elettrica quando si è costretti a stare tutto il giorno in un negozio ad aspettare che qualche cliente ci caschi dentro. E’ normale che la corrente viene consumata senza avere alcun riscontro di incasso vero”, conclude. “Si continua nel godere nel vincere facile?”.

di: Antonio Pannullo @ 10:21


Giu 08 2019

I minibot fanno paura alle Banche d’affari. Ecco perché

Prima di entrare nel merito dell’argomento è necessaria una premessa, chi vi scrive non pensa che un’economia possa crescere aumentano a dismisura il debito. Chi vi scrive pensa che per far crescere un sistema economico serve investire in istruzione, formazione professionali, infrastrutture, connettività, cultura. Serve avere una burocrazia snella ed efficiente. Il debito dello Stato e dei privati ha una funzione positiva se resta all’interno di limiti fisiologici, se va oltre determinati limiti diventa una patologia che compromette lo sviluppo. Il livello del debito italiano è patologico e deve essere stabilizzato.

Dai Bot ai Btp

Chiarito questo punto di partenza occorre prendere atto della realtà. L’Italia, per una serie di ragioni, ha un debito pubblico che supera il 130% del prodotto interno lordo. È un problema serio, che deve essere gestito, e che non può essere gestito come è stato fatto fino a questo momento. Facciamo un passo indietro per cercare di comprendere come l’introduzione dei minibot ha una portata epocale. La globalizzazione non ha avuto effetti solo sull’economia ma anche sulla finanza pubblica. Nel corso degli anni il nostro debito si è progressivamente internazionalizzato, prima era detenuto prevalentemente da risparmiatori italiani, oggi è detenuto prevalentemente da investitori istituzionali. Questo processo è avvenuto sostituendo l’emissione di Bot con l’emissione di BTP, una differenza tecnica che va compresa perché è di importanza fondamentale.

Il Bot è uno strumento a breve termine che viene comprato da chi vuole gestire al meglio la liquidità. Se una famiglia italiana aveva un po’ di soldi da parte comprava Bot, teneva il proprio denaro fermo per 3 o 6 mesi ottenendo una valorizzazione dei propri risparmi. I Bot sono strumenti destinati al mercato “retail” ovvero ai risparmiatori, prevalentemente italiani. I Btp al contrario sono strumenti di investimento, chi compra Btp immobilizza capitali nel medio lungo periodo. I Btp sono strumenti riservati prevalentemente ad “investitori istituzionali” ovvero a grandi banche, in molti casi straniere.

L’impatto sulla vita economica

Come questi due strumenti impattano sulla vita economica di un Paese? Facile spiegarlo con un esempio. Immaginiamo uno Stato che ha debiti per 100 euro e paga ogni anno 10 euro di interessi. Prendiamo in considerazione due casi estremi. Vengono emessi 100 euro di BOT comprati da risparmiatori italiani. In questo caso i 10 euro di interesse resterebbero in Italia e contribuirebbero a “far girare l’economia”. Nel secondo caso vengono emessi 100 euro di Btp comprati esclusivamente da banche straniere. Dove vanno a finire gli interessi sul debito? A New York o a Londra, ovvero in qualche Banca d’Affari oltre confine. La ricchezza non resta nel sistema ma esce dal sistema, quegli interessi non fanno “girare l’economia” ma contribuiscono a creare “crisi di liquidità” perché sottraggono moneta all’economia reale.

I minibot, soluzione di buon senso

Basterebbe quest’esempio per comprendere come l’emissione dei BOT debba essere preferita a quella dei Btp e come, per le ragioni che avremo modo di vedere, i minibot dovrebbero essere preferiti ai Bot.  I minibot rappresentano uno strumento di assoluta valenza per le seguenti ragioni: in primo luogo verrebbero utilizzati per pagare i debiti che la Pa ha con le imprese; questo aiuterebbe le imprese a superare la crisi di liquidità che è la prima causa dei problemi economici italiani. In secondo luogo la loro emissione avrebbe un tasso di interesse nullo e questo consentirebbe allo Stato di risparmiare soldi e di destinare quei soldi alla riduzione delle tasse.

Lo spread sui minibot non c’è

I minibot sono, in altri termini, uno strumento di assoluto buon senso, risolvono problemi alle imprese, riducono gli oneri per lo Stato e non gravano sul contribuente. Certo, va detto, come in tutte le scelte c’è qualcuno che ci rimette. Chi? Le Banche d’Affari, quelle che fanno utile con i Btp italiani e perdite investendo denaro in modo sconsiderato. Solgenia vi dice qualcosa? Per chiudere il cerchio basti pensare che il famoso spread non è, come analfabeti di politica monetaria vogliono farci credere, il costo che lo Stato paga sul proprio debito. Lo spread è uno strumento che misura il rendimento dei Btp sul “mercato secondario” rapportandolo ai Bund tedeschi. Lo spread, in altri termini, è un valore che misura il rendimento dei Btp quando una banca vende i titoli pubblici italiani ad un’altra banca. Viene usato come uno strumento per controllare le scelte di governi democraticamente eletti ma è uno strumento che può esisitere nella misura in cui lo Stato continuerà ad indebitarsi prevalentemente con Btp. Lo spread sui minibot non c’è e forse per questa ragione fanno veramente paura a chi nelle Banche d’Affari ha fatto carriere ed ora si trova ai vertici delle istituzioni monetarie dell’Ue.

di: Antonella Ambrosioni @ 17:05


Giu 08 2019

Gabicce senza camerieri e bagnini: i giovani preferiscono il reddito di cittadinanza

«Molti giovani del Sud che l’anno scorso avevano fatto la stagione nei nostri alberghi quest’anno non sono voluti tornare a Gabicce perché stavano percependo il reddito di cittadinanza. E se accettassero di tornare perderebbero l’assegno da oltre 700 euro che a loro basta per vivere». La denuncia del sindaco Domenico Pascuzzi intervistato dal Resto del Carlino, agita il dibattito politico.

Una vera e propria emergenza per questa cittadina marchigiana al confine con la Romagna che conta 5.700 abitanti cui d’estate si sommano 89mila arrivi turistici per 578mila presenze complessive, tra comparto alberghiero ed extra-alberghiero.

A Gabicce Mare ci sono 85 alberghi, compresi i 4 stelle, oltre duemila seconde case, svariati b&b, ristoranti – chioschi bar e un grosso problema: non si trovano cuochi, aiuti, camerieri, baristi, lavapiatti, portieri di notte, donne dei piani, ma anche personale alla reception, inservienti e magazzinieri.

«Faccio un appello a chi cerca un lavoro – ha detto il primo cittadino – e soprattutto a coloro che hanno voglia di lavorare. A tutti loro dico di venire a Gabicce Mare all’associazione albergatori e ai vari hotel e rendersi disponibili a lavorare per l’imminente stagione».

Reddito di cittadinanza, il fallimento del governo

Fratelli d’Italia ha osteggiato il reddito di cittadinanza sia in parlamento che nelle piazze italiane. L’ultima protesta è stata inscenata la scorsa settimana a Roma, davanti alla sede Inps di via Amba Aradam. Alcuni ragazzi di Gioventù Nazionale, organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia, per protestare contro «una misura assistenzialistica, perché non garantisce un lavoro, che rimane l’unica strada per restituire dignità alle giovani generazioni».

Il reddito di cittadinanza «è un grande inganno – ha attaccato il presidente di Gioventù nazionale, Fabio Roscani – una marchetta elettorale del governo. I 22 miliardi stanziati in tre anni per finanziare questa misura sarebbero stati più utili se utilizzati per abbattere le tasse sul mondo del lavoro».

di: Valter Delle Donne @ 15:17


Giu 08 2019

Tria boccia i minibot proposti dalla Lega: «Ha ragione Draghi, non servono»

Sui minibot proposti dalla Lega per pagare i debiti arretrati della pubblica amministrazione arriva lo stop del ministro dell’Economia Giovanni Tria: «Non servono», ha detto in perfetto accordo con il presidente della Bce, Mario Draghi. La bocciatura del ministro è nel merito: «Questa  è una cosa che sta nel loro programma – ha spiegato a margine del G20 finanziario di Fukuoka -: il ministero dell’Economia ha girato un parere negativo. Penso che in un’interpretazione, quella del debito, non servono. Nell’altra (la valuta alternativa, ndr), ovviamente, si fanno i trattati e quindi non possono essere fatti».

«Minibot inutili nella interpretazione del debito»

D’accordo con Tria è anche il suo predecessore al ministero, Pier Carlo Padoan, del Pd, che definisce i minibot «illegali e dannosi». Più diretto il giudizio del suo leader Zingaretti che in un tweet scrive: «Li chiamano minibot ma sono una grande truffa. Fanno ancora debiti per pagare i debiti che hanno già fatto. Cosi l’Italia rischia. Rischiano le famiglie, le imprese e i giovani su cui scaricano i problemi non risolti». Conclusione: «Sono degli irresponsabili». Ma perplessità si registrano anche tra i berlusconiani, dove a parlare per tutti è il portavoce dei gruppi parlamentari di Camera e Senato, Giorgio Mulè, che chiede al governo «un po’ di serietà». «L’anno bellissimo con fuochi d’artificio si è spento e adesso dai botti promessi siamo degradati ai… miniato», ha scritto in un tweet.

Dal Carroccio reazioni prudenti

Reazioni improntate a prudenza in casa leghista.«Il parere del ministro Tria e del governatore Draghi vanno sicuramente presi in considerazione, valutati e approfonditi per cercare di capire se effettivamente ci sono ragioni ostative di carattere tecnico o se è soltanto una questione di carattere politico – avverte il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, interpellato sui minibot a margine del convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria -. Allora si potranno riprendere le discussioni».

 

di: Mario Landolfi @ 14:05


Giu 07 2019

“Il salvadanaio”: da Pedrizzi un manuale di “cristiana” sopravvivenza economica

“Il libro parla all’uomo, al cristiano, prima ancora che al politico, al banchiere, al finanziere, al legislatore, al controllore. Lo fa nel segno della Dottrina sociale della Chiesa che richiama il senso alto della solidarietà, della generosità, nell’utilizzo dei beni, del profitto stesso, indicando un legame invisibile e pur profondo fra guadagno e dono, che il peccato e l’egoismo spesso recidono, spazzano via.  Compito dei cristiani è guardarsi intorno, analizzare, concludere, ma prima ancora rendersi conto della realtà che li circonda, che cambia, che va compresa prima di essere giudicata”: lo scrive nella prefazione il Cardinale Gerhard Muller, che traccia il solco di un ragionamento sul denaro, il profitto, il risparmio, l’etica e la fede nel quale si sviluppa il flusso di idee articolate e sottili di Riccardo Pedrizzi, già parlamentare di An, autore del volume “Il salvadanaio, manuale di sopravvivenza economica” (Guida editori, pp.407, Euro 18), da qualche giorno in tutte le librerie italiane.

Tra gli inganni dei truffatori e l’illuminazione della Chiesa

Il solco è quello della fede, certo, ma anche della conoscenza: la “salvezza” del cittadino, alle prese con gli squali delle banche, della finanza, della politica, può arrivare attraverso la conoscenza delle regole e degli abusi, ma anche relazionandosi con approccio cristiano al “demone” del denaro, per tutelare se stessi e per provare a utilizzarlo proficuamente senza restarne ostaggio o diventarne strumento. “Questo libro parla prevalentemente di etica del risparmio, di buona economia, di semplici cittadini che ripongono fiducia nei politici, nei banchieri, nelle istituzioni, che sperano di essere protetti dallo Stato e che spesso, invece, scoprono di essere pedine di un gioco nel quale il trucco c’è ma non si vede…”, spiega Pedrizzi, che si lancia in una lunga cavalcata tra la storia recente degli scandali finanziari internazionali e nazionali, la degenerazione del sistema del credito, il ruolo della famiglia, la centralità dimenticata del Mezzogiorno, i valori di riferimento della dottrina sociale della Chiesa, per proporre modelli nuovi di “buona economia”, di un capitalismo responsabile, di ua  globalizzazione che non cannibalizza le persone ma che si ispira ai valori cristiani. Con un occhio alla tutela della identità nazionale, con spunti di sovranismo nella spietata denuncia della svendita dei gioielli italiani dell’industria finita nelle mani degli stranieri.

Il risparmio tradito da chi doveva custodirlo è lo spunto, le critiche al sistema bancario sono feroci, anche a chi non ha vigilato, di chi ha tradito la fiducia: “Il rapporto fiduciario – scrive Pedrizzi nel ‘Salvadanaio ‘ – che lega banca e cliente è stato violato dalla banca, che è la parte più forte e ciò che è emerso anche in queste brutte vicende delle banche italiane è una cattiva gestione, sono i notevoli ed evidenti conflitti di interesse, è la scarsa preparazione finanziaria dei risparmiatori, infine è l’insufficienza e l’inadeguatezza delle autorità di vigilanza”. I recenti scandali delle banche italiane sono ricostruiti anche con la pubblicazione degli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta che si riunì, e arrivò alle sue conclusioni, al termine della scorsa legislatura, non senza omissioni e ombre sottolineate nella post-fazione dall’economista di Forza Italia Renato Brunetta.

Il ruolo della banche del territorio per l’identità nazionale

“Ad una creazione di risparmio meno abbondante e più sofferta, si contrappone una richiesta di risparmio tendenzialmente senza limiti da parte della finanza internazionale speculativa, che fa intravedere rendimenti più alti per impieghi sempre più rischiosi. Da qui l’aggressione in corso alle Banche Popolari ed alle BCC, le antiche Casse Rurali ed Artigiane, da parte di governi più o meno asserviti alla grande finanza internazionale. Ma poiché il flusso di risparmio volontario è sempre inadeguato agli appetiti di una finanza autoreferente, si tende a dirottare verso l’intermediazione finanziaria quanto più possibile anche il risparmio obbligato, cioè quello destinato alle pensioni ed all’assistenza sanitaria”, denuncia Pedrizzi, che torna sul tema del sovranismo finanziario, spesso dimenticato dalla politica: “Il pericolo maggiore è che banche ed intermediali finanziari stranieri, appoggiandosi magari ad aziende di credito scalate o comunque acquisite, cui di italiano rimarrebbe solo il nome, rastrellino risparmio in Italia, utilizzandolo poi per finanziare imprese nei Paesi d’origine, magari concorrenti di analoghe imprese italiane, invece di facilitare la crescita e l’internazionalizzazione della nostra economia, ci farebbero concorrenza a spese della nostra economia reale”.

I valori contro gli sciacalli e la globalizzazione selvaggia

Conro il mercato senza etica, gli sciacalli della finanza, i predoni del risparmio, italiani e stranieri, “il recupero di una dimensione etica nella finanza e nel credito, sia a livello di problemi di finanza globale, sia a livello di correttezza e trasparenza dell’agire economico della singola impresa, costituisce parte rilevante delle sfide che siamo chiamati ad affrontare”. C’è poi il tema dei valori, l’architrave dei corpi sociali intermedi, la sussidiarietà, la partecipazione, tutti riferimenti di una destra antica ma attualissima, come sulla centralità della famiglia, “che resta ed è un attore economico importante in cui lo scambio e la solidarietà, la gratuità del sostegno si trasformano in risparmio economico e dunque in guadagno per tutti”. La buona economia, dunque, oggi, noi coincide con un capitalismo cinico ed egoista, che scavalca le persone, l’individuo, la solidarietà. Le riflessioni di Riccardo Pedrizzi, saggista, docente, ex parlamentare già ai vertici delle istituzioni italiane, ex presidente della Commissione Bilancio del Senato, suonano come una denuncia del vuoto etico che domina i mercati e che scarica a pioggia i suoi effetti sui soggetti più deboli, ma forniscono anche uno strumento costruttivo per cercare soluzioni ai grandi quesiti posti dall’economia. Dalla centralità della famiglia alla dottrina sociale della Chiesa, dai temi dello sviluppo solidale, alla necessità di ritrovare uno spirito identitario nazionale ed europeo fino ai richiami etici alla finanza che ci avvolge e spesso ci sfrutta, ecco un “manuale” di sopravvivenza civile per chi crede che il Pil non sia solo un numeretto con decimali ma il resoconto finale dell’eterna lotta tra la caccia spasmodica al profitto e la ricerca del benessere.

di: Luca Maurelli @ 15:37


Giu 07 2019

Mancata fusione Fca-Renault. Per il governo parlare di sviluppo è una noia

La tramontata ipotesi di fusione tra FCA e Renault può aiutarci a riflettere su temi che, al di là degli episodi di cronaca, resteranno per molto tempo di grande attualità. Non parlerò di piattaforme, di nuovi modelli, di ibrido o di guida autonoma, su questi argomenti si è scritto tanto in questi giorni; quanto accaduto, a mio modo di vedere, dà lo spunto per riflessioni più ampie che investono il senso del rapporto tra il capitale ed il lavoro oltre che le ragioni della presenza pubblica in economia.

Premetto che sarà un’analisi concreta, basta sul confronto di grandezze omogenee e non incentrata esclusivamente sul settore auto. Partiamo da FCA che per noi italiani rappresenta la grande impresa per definizione ma che a livello globale è un’azienda di medie dimensioni. Il fair value, ovvero la capitalizzazione del gruppo italo americano oscilla tra i 16 ed i 18 miliardi, un valore altissimo se pensiamo con il metro di misura delle persone normali, un valore relativo se lo confrontiamo con il “fair value” di Amazon, 855 miliardi di dollari, Google 740 miliardi, Apple 839 miliardi e Microsoft 924 miliardi.

In altri termini per avere un valore assimilabile ad Amazon servirebbero 40 agglomerati industriali come FCA; forse l’intero settore auto a livello mondiale non capitalizza quando un gestore di e-commerce. Passiamo al gruppo Renault, il cui valore ingloba una partecipazione del 45% di Nissan, capitalizza più o meno come FCA, 17 miliardi per la precisione. Dalla loro fusione sarebbe dovuto sarebbe dovuto nascere un gruppo da circa 30 miliardi di valore con un fatturato che sarebbe andato oltre i 200 miliardi di euro. Un agglomerato industriale che avrebbe avuto una capitalizzazione pari a 5% di Apple o di Microsoft.

C’è poi un altro elemento credo debba essere evidenziato per cercare di capire come sta evolvendo il rapporto tra capitale e lavoro ed è il confronto tra FCA e Ferrari. La Ferrari, che fino a qualche hanno fa era parte integrante del gruppo FCA, fu scorporata, ovvero quotata direttamente in borsa, da  Sergio Marchionne. Ferrari è uno dei brand più conosciuti del mondo ma ha un fatturato modesto, con i sui 3,4 miliardi è un’azienda di dimensioni ridotte che capitalizza in borsa 31 miliardi, vale in altri termini, più del gruppo che si sarebbe creato fondendo FCA e Renault.

Veniamo al dunque, se il parametro di valutazione di un’impresa fosse esclusivamente quello della capitalizzazione non avrebbe alcun senso immaginare la presenza dello Stato in aziende come Renault o FCA, sarebbe un’intrusione in un settore che opera in un regime di libero mercato e che non fa utili significati. Ma il caso Renault ci pone un interrogativo, perché lo Stato francese è socio di un’azienda automobilistica, perché a Parigi considerano l’impegno dei soldi dei contribuenti in un’impresa che fa pochi profitti un obiettivo di carattere generale?

La risposta sta in un altro aspetto che contraddistingue il settore automotive, un aspetto che in un’ottica pubblica è tutt’altro che secondario. Il settore in questione impiega un numero considerevole di lavoratori. Sono circa 200.000 per il gruppo Renault e 200.000 per il gruppo FCA, senza considerare l’indotto e la commercializzazione. In Google, una società che vale 40 volte FCA ne lavorano appena 80.000, in Ferrari che come abbiamo visto ha una capitalizzazione simile a quella che avrebbero avuto di due gruppi insieme ci sono circa 3.000 dipendenti.

Il settore dell’auto di massa è quindi un settore ad alta densità di lavoro, un settore dal quale dipende la vita di centinaia di miglia di lavoratori e di milioni di famiglie. La localizzazione dei siti produttivi rappresenta un interesse pubblico prioritario come ha giustamente evidenziato il governo francese. E’ la “old economy”, quella fatta di ingegneri ed operai, di uffici di progettazione e di tute blu, una “old economy” molto poco patinata ma che ha un ruolo determinante nel creare occupazione, ricchezza, sviluppo sociale. In questa “old economy”, con buona pace di tanti liberisti da avanspettacolo, lo Stato ha il dovere di esserci perché l’interesse occupazionale è un interesse pubblico e perché il valore di quell’interesse supera di gran lunga il “fair value”, una variabile che interessa esclusivamente gli investitori.

Se avessimo un Ministro dello Sviluppo Economico che comprendesse il senso della parola sviluppo assisteremmo a qualcosa di simile a quello che è accaduto in Francia, avremmo uno Stato che nel nome dell’interesse collettivo assumerebbe un ruolo attivo per tutelare Melfi, Cassino, Mirafiori, Pomigliano d’Arco. Ma a noi italiani queste ambizioni sono precluse, dalle nostre parti la “old economy” non va di moda, dalle nostre parti si parla solo di new economy e la si declina nel numero di like che si ottengono con un post. Da noi gli strumenti che creano ricchezza sono un dettaglio, per eliminare la povertà basta fare un decreto ed annunciarlo affacciandosi dal balcone di Palazzo Chigi. Che senso ha parlare di industria, di occupazione e di numeri? Sono argomenti noiosi e privi di interesse che non portano follower, argomenti per gente “old” che non comprende il “cambiamento”.

di: Francesco Storace @ 10:10


Giu 06 2019

Mancata fusione Fca-Renault. Meloni: “Per la Francia non vale il libero mercato”

Il mancato accordo Fca-Renault «è una dimostrazione di come per la Francia il libero mercato non valga in realtà e valga solo quando ci sono condizioni vantaggiose per lo stato francese. Le condizioni che la Francia ha posto sull’accordo erano evidentemente irricevibili e dimostrano che a noi si chiede di stare attenti alle regole del libero mercato ma per altri non valgono e valgono solo gli interessi dello Stato francese». Così la leader di FdI, Giorgia Meloni, a margine dell’Assemblea Generale di Confcommercio-Imprese per l’Italia.

Calenda dà ragione (di fatto) alla Meloni

«La Francia si conferma essere un Paese europeista solo quando gli fa comodo, esattamente come avvenuto in passato con la vicenda Fincantieri. La credibilità di Emmanuel Macron come paladino dell’Europa unita è pari a zero». A riconoscerlo persino l’esponente Pd Carlo Calenda. L’ex ministro dello Sviluppo economico, attacca la Francia e dà indirettamente ragione ai sovranisti italiani.

Parigi conferma: “Ci interessano solo gli interessi francesi”

Il ministro dei Conti pubblici francese, Gérald Darmanin dopo che Fca ha ritirato la sua offerta di fusione con Renault lo ha ammesso candidamente. «Difendiamo l’interesse francese. Vogliamo proteggere l’occupazione industriale in Francia. Lo Stato ha chiesto delle garanzie e, se queste non sono state soddisfatte, ce ne rammarichiamo. Era normale aspettare che queste garanzie venissero rispettate».

L’ammissione del ministro francese Darmanin

«Se domani Fca torna a ridiscutere, sono sicuro che continueremo a dialogare», aggiunge a France Info, Darmanin. Per il ministro, «se non lo avessimo fatto e se, tra qualche mese, avessimo assistito a delle ristrutturazioni e a un taglio dei posti di lavoro in Francia, ci sarebbe stato detto non avete protetto gli interessi dei francesi e dell’occupazione. La Francia difende gli interessi dei francesi».

La reazione della Borsa: su Fca, crolla Renault

Dopo la mancata fusione, la Borsa ha bocciato Renault e promosso Fca.  A Milano il titolo Fiat Chrysler risale da quota 11,25 toccata in apertura (con un calo superiore al 3% rispetto alla chiusura di ieri) e al momento si aggira in territorio positivo intorno a 11,80 euro, in crescita di oltre lo 0,90%. Tutt’altro discorso per Renault che non si è più ripresa dal crollo registrato in apertura e – dopo aver toccato quota 51,70 (con una perdita superiore al 10%) al momento si aggira intorno a 52,70 euro, con un calo del 6,20% che ne fa il titolo peggiore del Cac40.

di: Valter Delle Donne @ 14:28


Giu 05 2019

La crisi del mercato «è grave»: all’ex Ilva 1400 operai finiscono in cassa integrazione

A comunicarlo è direttamente il gruppo industriale in una nota: ArcelorMittal Italia ricorrerà alla Cassa integrazione guadagni ordinaria. La Cig interesserà lo stabilimento di Taranto per un numero massimo al giorno di circa 1.400 dipendenti per 13 settimane. La crisi del mercato «è grave», comunica il gruppo industriale in una nota sottolineando comunque che nonostante lo scenario sia «molto critico, ArcelorMittal Italia conferma il proprio impegno su tutti gli interventi previsti per rispettare il piano industriale e ambientale, al termine dei quali, con un investimento da più di 2,4 miliardi di euro, Taranto diventerà il polo siderurgico integrato più avanzato e sostenibile d’Europa».

Grave crisi di mercato: e a Taranto gli operai dell’ex Ilva finiscono in cig

Acelormittal ricorda che lo scorso messe è stata presa la decisione di ridurre la produzione primaria in Europa, «a causa delle critiche condizioni del mercato» e che riguardavano anche lo stabilimento di Taranto, dove era stata rallentata la produzione da 6 a 5 milioni di tonnellate. L’azienda ha già contattato le organizzazioni sindacali e le rappresentanze sindacali unitarie di Taranto, per informarle di questa operazione. Ulteriori dettagli saranno forniti nell’incontro già programmato per domani, 6 giugno. «È una decisione difficile ma le condizioni del mercato sono davvero critiche in tutta Europa», spiega l’amministratore delegato di Arcelormittal Italia, Matthieu Jehl. «Ci tengo a ribadire che sono misure temporanee, l’acciaio è un mercato ciclico», aggiunge. E del resto, un mix di fattori, si legge nella nota, «sta penalizzando l’intero settore dell’acciaio europeo, che soffre una situazione economica sempre più peggiorata negli ultimi mesi. Tutti gli indicatori evidenziano un forte rallentamento del mercato e non solo nel settore automotive, attualmente in calo del 10%». In particolare l’indice pmi è sceso a 47,4 nel marzo 2019, andando per il sesto mese consecutivo sotto quota 50 e raggiungendo il punto più basso dal maggio 2013.

Il comparto siderurgico ha registrato un progressivo rallentamento

Il comparto siderurgico ha registrato un progressivo rallentamento a partire dal primo trimestre di quest’anno, in particolare, in riferimento ai prodotti siderurgici da coils. A oggi si registra «un’importante riduzione del consumo di acciaio a livello europeo e, anche italiano, che ha determinato un progressivo minor carico di ordini e, quindi, di lavoro», si sottolinea sempre nella nota diramata oggi. e non solo: accanto alla riduzione della domanda di acciaio in Italia si è registrato un «aumento senza precedenti delle importazioni da paesi terzi»: nei primi quattro mesi del 2019 le importazioni di prodotti da coils e lamiere sono aumentate del 51% rispetto allo stesso periodo del 2018 (anno quest’ultimo già di per sé record per importazioni da paesi terzi)». Inoltre, tale contesto «sopravviene a un periodo in cui le scorte a magazzino sono aumentate ben oltre i livelli standard di giacenza». Ad aggravare la situazione, infine, intereverrebbero anche «le deboli misure di salvaguardia per le importazioni di acciaio adottate dalla commissione Ue, che ci rendono vulnerabili in un momento in cui i prezzi dell’acciaio sono bassi, i costi energetici elevati e i costi delle materie prime in continuo aumento». Nella nota, allora, si ricorda che ieri 45 amministratori delegati dei più importanti gruppi siderurgici europei hanno scritto una lettera aperta ai capi di Stato e di governo della Ue e alle istituzioni comunitarie, per chiedere un’azione urgente a sostegno del settore. E intanto, come al solito, chi ci rimette sono i lavoratori: per ora, ben 1400 operai.

di: Priscilla Del Ninno @ 18:52


Giu 04 2019

Lavoro, l’Istat: cresce la disoccupazione giovanile. Non cala il precariato

È un mercato del lavoro sostanzialmente in stallo quello “fotografato” dall’Istat nei suoi dati provvisori. Infatti, con riferimento al mese di aprile risultano, rispetto al mese precedente, stabili gli occupati ma senza alcun miglioramento della qualità del rapporto di lavoro visto che parliamo comunque di contratti a termine, cioè a tempo determinato. In effetti, la tanto strombazzata lotta al precariato che pure è sta una delle bandiere sventolate dal cosiddetto governo del cambiamento, non sta dando gli effetti sperati. Del resto, con un’economia sempre più frenata era praticamente impossibile attenersi un rilancio dl mercato del lavoro.

L’Istat fotografa un’economia in stallo

Nel dettaglio, l’Istat ha certificato che ad aprile il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 10,2 per cento, mentre è in calo di 0,7 punti percentuali se confrontato con lo stesso dato del 2018. Le note più dolenti riguardano però la disoccupazione giovanile, quella compresa tra i 15 e i 24 anni, il cui dato mostra una crescita rispetto a marzo di 0,8 punti percentuali attestandosi al 31,4 per cento. È in calo invece, di 1,6 punti percentuali, se confrontato con quello di aprile 2018.

Più 0,8% di giovani disoccupati rispetto a marzo

Su base mensile, invece, la sostanziale stabilità dell’occupazione è sintesi di un calo tra i 15-34enni (-52 mila) e un aumento nelle altre classi di età, concentrato prevalentemente tra gli ultracinquantenni (+46 mila). L’Istat registra nelle sue stime di aprile una lieve crescita dei dipendenti sia permanenti sia a termine (+11 mila per entrambe le componenti), compensata da una diminuzione degli indipendenti (-24 mila). Su base annua, invece, l’Istituto di statistica registra segnali positivi per le donne, i 15-24enni (+39 mila) e gli ultracinquantenni (+232 mila), compensati da un calo per gli uomini e le fasce di età centrali. Al netto della componente demografica la variazione è positiva per tutte le classi di età. In un anno crescono sia i dipendenti a termine (+50 mila) sia i permanenti (+42 mila), mentre risultano in calo gli indipendenti (-36 mila).

 

 

 

 

di: Mario Landolfi @ 13:32


Mag 31 2019

Trasporto aereo, rinnovato il contratto nazionale. Ugl: “Il governo lo faccia applicare”

«Rinnovata la parte generale del contratto nazionale del trasporto aereo, dopo 2 anni di ultrattività». Lo riferisce la Ugl Trasporto Aereo sottolineando che «la parte generale contiene gli articoli riguardanti in particolare i diritti e le tutele per tutti i lavoratori di volo e di terra del trasporto aereo, compresi i controllori di volo».

«È un passo importante quello fatto oggi – spiega la Ugl Trasporto Aereo – in quanto, in un settore purtroppo destrutturato, rinnoviamo regole certe che dovranno garantire stabilità al settore e un riferimento minimo normativo e salariale per tutti i lavoratori di terra e di volo».

La soddisfazione di Ugl trasporto aereo

«Il lavoro concluso dopo mesi di trattative, riconferma il valore del CCNL di settore quale strumento regolatorio, e proseguirà rapidamente per la definizione delle sezioni specifiche che completeranno il contratto, rendendolo esigibile e cogente. Pertanto, rinnoviamo la richiesta urgente al governo di una legislazione di sostegno per far sì che questo contratto sia applicato obbligatoriamente in tutto il settore per una corretta competizione sul mercato tra le imprese del Trasporto Aereo, che non potrà più avvenire a discapito dei lavoratori di terra e di volo».

di: Valter Delle Donne @ 18:56


Mag 31 2019

Di Maio fallisce ancora: Whirlpool chiude a Napoli. 430 famiglie per strada

Schiaffo della Whirlpool ai lavoratori e al governo italiano: l’azienda ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Napoli. Una comunicazione arrivata a sorpresa mentre era in corso l’incontro con i sindacati per fare il punto sull’accordo dello scorso ottobre, che prevedeva invece la garanzia di investimenti mirati per tutti i siti Whirlpool per tre anni fino al 2021. A rischio ci sono 430 famiglie, tante quanti i lavoratori il cui futuro ora diventa quanto mai incerto.

Sindacati sul piede di guerra

Dopo l’annuncio l’incontro è stato sospeso e i lavoratori dello stabilimento di Varese hanno immediatamente proclamato uno sciopero spontaneo in segno di solidarietà per i colleghi napoletani. Dopo oltre due ore, poi, è arrivata la convocazione di un tavolo di crisi da parte del ministero dello Sviluppo economico, al quale discutere la situazione occupazionale e produttiva dell’azienda. La data è stata fissata per il 4 giugno. I sindacati, Ugl in testa, avevano chiesto al ministero un incontro immediato, «per evitare il disimpegno della multinazionale degli elettrodomestici con la vendita il sito», ha spiegato il segretario generale Ugl-Metalmeccanici, Antonio Spera, proclamando «unitariamente alle altre sigle sindacali lo stato di agitazione dei lavoratori di in tutti gli stabilimenti del Gruppo».

Whirlpool ignora l’accordo con Di Maio

«All’incontro convocato per il giorno martedì 4 giugno presso il ministero dello Sviluppo economico, diamo per scontato che il governo chieda a Whirlpool di rispettare l’accordo sottoscritto il 25 ottobre 2018 in sede istituzionale, non solo per elementari esigenze di tutela dei lavoratori, ma anche perché di quell’accordo fu sottoscrittore anche lo stesso ministro», hanno spiegato i sindacati, aggiungendo poi che «subito dopo l’annuncio da parte di Whirlpool della decisione di chiudere Napoli, una delegazione sindacale si è recata al Mise, per chiarire la gravità della situazione e ottenere la convocazione del tavolo». «Assemblee e scioperi – hanno concluso i sindacati – sono stati indetti in tutti gli stabilimenti del gruppo. Qualsiasi ipotesi di modifica del piano e di chiusura di stabilimenti è per noi inaccettabile».

di: Annamaria Gravino @ 15:28


Mag 31 2019

Lo spread torna ad impennarsi. Visco: «Meno male che l’Europa c’è»

«Italia più povera senza Unione europea» e ok al taglio delle tasse purché «non pesi sul deficit». Quanto poi a Quota 100 e Reddito di cittadinanza,  è vero che sono «condivisibili» le previsioni del governo circa lo 0,6 per cento in più di Pil nel triennio 2019-21, ma in ogni caso «aumenti della spesa pubblica o riduzioni di entrate vanno inseriti in un quadro che ne garantisca la sostenibilità finanziaria e ne precisi intenti, priorità e fonti di finanziamento». Questi, grosso modo, i punti più salienti delle “Considerazioni finali” illustrate in mattinata dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco.

Il differenziale con i Bund tedeschi è salito a 290

Non solo, ovviamente, dal momento che proprio in queste ore lo spread a ripreso ad impennarsi toccando quota 290 a conferma di quanto l’instabilità politica possa condizionare i flussi finanziari. E sullo spread Visco ha lanciato segnali di preoccupazione: «Se finora – ha spiegato – la trasmissione del maggiore costo dei titoli pubblici a quello dei prestiti delle banche a imprese e famiglie è stata limitata, grazie all’ampia liquidità e alle migliori condizioni dei bilanci degli intermediari, oggi  cominciano tuttavia a emergere segnali di tensione con un graduale irrigidimento delle politiche di offerta dei prestiti, soprattutto per le piccole imprese». In più, l’Italia, a giudizio del Governatore, «ancora fatica a riprendersi dalla doppia recessione perché paga il prezzo di un contesto che, per qualità dei servizi pubblici e rispetto delle regole, è poco favorevole all’attività imprenditoriale».

Visco: «Segnali di tensione per famiglie e imprese»

Ritardo tecnologico, nanismo imprenditoriale, evasione fiscale sono altrettante diseconomie esterne che – è l’analisi di Visco – finiscono per rendere ancor più onerose per famiglie, imprese e per lo Stato le «distorsioni del debito pubblico». Visco ha auspicato il varo di «un’ampia riforma fiscale» perché, ha ricordato, negli ultimi decenni «sono state introdotte nuove forme di tassazione ed è stato progressivamente definito un complesso insieme di agevolazioni e di esenzioni, nell’assenza di un disegno organico e con indirizzi non sempre coerenti». Passando a temi più contingenti come il possibile aumento dell’Iva, il Governatore ha diffidato il governo dalla tentazione di disinnescare «senza compensazione» le clausole di salvaguardia. Se accadesse, ha avvertito, si avrebbe un avanzo primario inferiore a mezzo punto di Pil che «non sarebbe compatibile con la riduzione dell’incidenza del debito sul prodotto». Lo spettro di una nuova crisi è tutt’altro che scongiurato. Ove ritornasse, ha detto ancora Visco, inciderebbe «inevitabilmente sui bilanci delle banche», le cui prospettive, ha concluso il Governatore, «rimangono strettamente legate all’andamento dell’economia e alla percezioni del “rischio Paese“, che si riverberano sulla qualità degli attivi e sul costo da sostenere per reperire risorse sui mercati».

 

 

di: Mario Landolfi @ 14:43


Mag 29 2019

Mattarella: “Il welfare non può limitarsi ai sussidi”

«Il dialogo tra welfare pubblico e welfare occupazionale, su cui si concentra il rapporto sullo stato sociale del 2019 va nella direzione di preservare la dimensione relazionale degli interventi assistenziali, che non possono limitarsi a mere erogazioni di sussidi, ma devono tendere all’obiettivo di arginare l’emarginazione sociale ed è per questo che rappresenta una componente importante delle politiche di welfare». Così Sergio Mattarella, in un messaggio per la presentazione della XIII edizione del rapporto sullo stato Sociale.

Intervenendo alla presentazione del rapporto, il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha fatto il punto sul reddito di cittadinanza. «Ad oggi le domande per il reddito di cittadinanza sono arrivati a 1,2 milioni, di queste il tasso di rifiuto si è mantenuto stabile al 25, 26 per cento, sono stati 3 milioni gli individui raggiunti».  «Il reddito di cittadinanza è uno strumento fondamentale per la coesione e lo stato sociale – ha aggiunto Tridico – l’Inps fa welfare da anni, ma la nostra utenza comincia a cambiare. Iniziamo a ricevere in istituto persone che non avevamo mai ricevuto, i poveri assoluti».

«Oggi è fondamentale investire sullo stato sociale, lo Stato deve riuscire a gestire e tenere nelle proprie mani i servizi essenziali, dall’acqua ai trasporti, alla sanità». Lo ha detto nel suo intervento, il presidente della Camera, Roberto Fico. «Quanto è importante avere una università pubblica? Il diritto allo studio per tutti? – ha aggiunto Fico – oggi in un mondo globalizzato di speculazione si crea una quantità di precarietà e povertà che lo Stato deve combattere, cose che non possono finire nei vincoli del bilancio europeo. Tutti dobbiamo avere le stesse opportunità e lo Stato pubblico deve gestire la cosa pubblica, aiutare le persone, a partire da chi e’ in difficoltà». Per il presidente della Camera si deve «investire nello stato sociale. Oggi nel nostro paese ci sono 5 milioni di persone sotto la soglia di povertà, queste persone dobbiamo poterle aiutare».

di: Valter Delle Donne @ 15:54


Mag 29 2019

Confintesa: su Mercatone Uno hanno sbagliato tutti, da Gentiloni a Calenda

«La grave situazione in cui versano sia i 1800 dipendenti, sia clienti di Mercatone Uno che hanno già pagato la merce ma non riceveranno nulla che i fornitori che non sono stati pagati, si sarebbe potuta evitare se i governanti dell’epoca avessero seriamente vigilato su chi stava acquisendo la società». Lo dichiara il Segretario Generale di Confintesa Francesco Prudenzano in ordine alla bancarotta del Mercatone Uno. «Non si capisce come a due politici navigati come Gentiloni e Calenda non sia sembrato sospetto che la Shernon Holding, che si era proposta come acquirente, avesse la sede legale a Malta potendo così sottrarsi a più stretti controlli italiani. Inoltre, a fronte della crisi che ha poi colpito i 1800 dipendenti, danneggiato i fornitori e penalizzato i clienti, se fosse stato applicato l’articolo 46 della Costituzione, che prevede la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili dell’azienda, oggi migliaia di famiglie non sarebbero in angoscia. Questo ulteriore grave fatto – conclude Prudenzano – faccia riflettere il Governo che, invece di litigare sul chi deve contare di più al suo interno, si preoccupi dei problemi del lavoro e attui il dettato Costituzionale per quanto attiene la Partecipazione. Ormai non è più tempo di tergiversare, sia dia seguito a ciò che i nostri Padri Costituenti avevano pensato per proteggere i lavoratori e rendere sempre più competitive le nostre imprese».

di: Girolamo Fragalà @ 15:05


Mag 29 2019

Istat, fiducia consumatori e imprese: gli italiani vedono la luce in fondo al tunnel

A maggio 2019 l’indice del clima di fiducia dei consumatori torna ad aumentare dopo tre mesi consecutivi di calo, passando da 110,6 a 111,8; un’evoluzione positiva si rileva anche per l’indice composito del clima di fiducia delle imprese, che aumenta da 98,8 a 100,2. Lo rileva l’Istat.

I dati Istat sono in netto miglioramento

Tutte le componenti dell’indice di fiducia dei consumatori sono in miglioramento: il clima economico e quello corrente registrano gli incrementi più marcati mentre un aumento più contenuto si registra per il clima personale e, soprattutto, per quello futuro. Più in dettaglio, il clima economico sale da 122,8 a 125,9, il clima corrente aumenta da 106,9 a 109,6 il clima personale cresce da 105,9 a 107,4, e il clima futuro passa da 115,6 a 115,8.

Anche le imprese credono nella ripresa

Con riferimento alle imprese, l’indice di fiducia registra un aumento diffuso a tutti i settori coperti dalle indagini sulla fiducia: nel settore manifatturiero l’indice passa da 100,8 a 102,0, nelle costruzioni aumenta da 141,2 a 144,3, nei servizi va da 99,1 a 99,3 e nel commercio al dettaglio sale da 101,3 a 102,6. Per quanto riguarda le componenti dei climi di fiducia delle imprese, nella manifattura si rileva un miglioramento sia dei giudizi sugli ordini sia delle attese sulla produzione unitamente a una diminuzione del saldo relativo alle scorte di magazzino.

Per l’Istat da 3 mesi non si nutriva questa fiducia

Nelle costruzioni la dinamica positiva dell’indice riflette il miglioramento sia dei giudizi sul livello degli ordini sia delle aspettative sull’occupazione presso l’azienda. Nei servizi e nel commercio al dettaglio la dinamica positiva dell’indice riflette andamenti eterogenei delle rispettive componenti: il miglioramento dell’indice è trainato dalle attese sugli ordini nei servizi e dai giudizi sulle vendite nel commercio. Tutte le altre componenti risultano in calo.

di: Valter Delle Donne @ 13:57


Mag 29 2019

Quota 100 e Reddito, i dubbi della Corte dei Conti: «Prioritario ridurre il debito»

Quota 100 e reddito di cittadinanza al setaccio della Corte dei Conti, che oggi ha illustrato il Rapporto 2019 sulla finanza pubblica. Chi si attendeva una dura reprimenda sulle due misure più controverse del governo giallo-verde è stato accontentato solo in parte. Su Quota 100, infatti, i magistrati contabili hanno spiegato che serve una soluzione «più neutra» da un punto di vista, si legge nel rapporto, «dell’equità tra coorti di pensionati e tale da preservare gli equilibri e la sostenibilità di lungo termine del sistema». Una soluzione che sia anche «strutturale e permanente».

Presentato il Rapporto 2019 sulla finanza pubblica

Sul secondo punto, cioè la misura cara a Luigi Di Maio, la Corte dei Conti rileva che «nonostante l’attenzione posta nel disegnare l’impianto del reddito di cittadinanza resta la preoccupazione che possa scoraggiare e spiazzare l’offerta di lavoro legale». Una preoccupazione, spiega la Corte, legata al particolare contesto italiano, «in cui è elevata la quota di economia sommersa e sono bassi i livelli salariali effettivi». Ma dove è altissimo anche il debito pubblico, che andrebbe invece ridotto. «Il permanere di condizioni di incertezza sulla possibilità che, nel medio termine, si possa imboccare un sentiero decrescente – avverte la magistratura contabile – rischia di incidere negativamente sulle stesse prospettive di crescita del Paese». Da qui l’appello a utilizzare il minor esborso, rispetto alle stime originarie di spesa per il reddito, a tutela «della sostenibilità dei conti pubblici» e quindi «per ridurre il disavanzo e rientrare dal debito».

La Corte dei Conti: «Senza investimenti crescita bassa»

Tanto più che, sottolinea la Corte dei Conti, «le previsioni di crescita di medio termine dell’economia italiana non prospettano per ora spazi di accelerazione significativa delle entrate». Il pericolo è che tutto questo possa «innestare un circolo vizioso» per cui, «a fronte di una scarsità di risorse indotta (anche) dalla bassa crescita e di spese percepite nell’immediato come non comprimibili, la continua riduzione degli investimenti pone a sua volta le basi per una minore crescita in futuro». E qui la rampogna della Corte è tutta per il governo, tuttora incapace di decidere sulle grandi opere, Tav in testa. Invece, spiega il Rapporto, «le difficili condizioni economiche richiedono una rapida definizione di chiare linee di intervento, che consentano di dissipare le incertezze che incidono sulle scelte degli operatori e sulla stessa realizzabilità degli interventi che si presentano, in ogni caso, onerosi». Infine, la Ue e le tensioni che riaffiorano tra governo italiano e Commissione europea. Per la Corte dei Conti va prodotto ogni sforzo per evitare «l’apertura di una procedura d’infrazione», al momento solo «rinviata». Ma incombono – ricorda la magistratura contabile – «i vincoli posti rispetto al bilancio del prossimo triennio disegnato nel Def 2019, in un quadro economico che si conferma non favorevole».

 

di: Mario Landolfi @ 13:38


Mag 28 2019

Chiuso il capitolo delle elezioni, apriamo quello debito pubblico. Con idee chiare

Finita la sbornia elettorale si dovrà tornare ad affrontare le questioni del Paese e, tra queste, il primo posto spetta, da anni a questa parte, al debito pubblico. ll debito delle amministrazioni pubbliche (più semplicemente debito pubblico) è rappresentato dall’esposizione di uno Stato (e di altri enti pubblici) nei confronti di soggetti economici nazionali o esteri che possono essere individui, imprese, banche o stati esteri, ecc.

I dati sul debito pubblico

Dal Bollettino Statistico mensile elaborato da Bankitalia, pubblicato i primi giorni di maggio, si apprende che a marzo 2019 il debito pubblico si è ridotto a poco meno di 2.359 miliardi di euro, in miglioramento rispetto ai 2.363 miliardi del mese precedente, ma comunque, un ennesimo dato negativo rispetto al 2018; nella sostanza può dirsi che il debito, anziché ridursi, aumenta. Ciò premesso, vediamo di rispondere a una semplice, ma a nostro modo di vedere fondamentale, domanda che riassumerei in: “perché, da anni e nonostante le tante politiche economiche messe in campo, il debito pubblico continua ad aumentare?“ Bene, prima di indagare sulle ragioni della crescita del debito, vediamo un attimo di verificare gli strumenti che lo Stato può mettere in campo per far fronte al deficit pubblico, ovvero, a spese pubbliche superiori alle entrate pubbliche. Nella sostanza, possiamo distinguere: Stati con moneta non sovrana (come il nostro Paese che aderisce alla Unione Monetaria) che per finanziare il deficit emettono titoli di stato su cui pagano interessi e, stati con sovranità monetaria, che hanno (sostanzialmente) un’arma in più, ovvero, possono “battere” moneta, utilizzando anche la leva inflazionistica.

Il deficit annuale e le nuove emissioni

Tralasciamo ad un’altra successiva analisi le problematiche connesse al finanziamento con base monetaria, per limitarci al caso, ove, l’eventuale deficit annuale (ovvero quota d’interessi sui debiti in corso e spesa pubblica per l’acquisto di beni e servizi al netto delle tasse) sarà pagato con nuove emissioni. Nella sostanza, ipotizziamo che per pagare i debiti aggiungiamo ai titoli vecchi non ancora scaduti, titoli nuovi. Questi, direi naturalmente, caricheranno sulle uscite dell’anno successivo nuovi costi per interessi passivi. Per inciso, il costo del finanziamento di questi nuovi titoli dipenderà evidentemente dalle condizioni di mercato, per cui se, ad esempio, i tassi sono in crescita, indebitarsi costerà di più; viceversa, nel caso in cui tassi sono in discesa, il nuovo debito costerà di meno. L’osservazione fatta ci riporta all’influenza sul costo dell’indebitamento di uno spread in aumento. Infatti, lo spread ci dice, nel caso dei titoli di Stato, la differenza di rendimento con i Bund emessi dalla Germania (Bundesanleihe) che vista la solidità e la forza dell’economia tedesca sono presi ad esempio di investimento sicuro (praticamente a zero rischio). Se questo aumenta, vuol dire che si sta pagando di più per una “percezione” di rischio maggiore.

L’equazione dinamica del debito pubblico

Seguendo le indicazioni date, ora è possibile costruire una formula complessiva che metta in relazione il debito residuo con le varie componenti della spesa pubblica e della tassazione. In economia, si parla di “equazione dinamica del debito pubblico”, che altro non è che un modo per misurare il debito pubblico e, quindi, il suo esatto costo ad un dato momento. Nella sostanza, la formula ci dice una cosa intuitivamente abbastanza ovvia e cioè che se contraiamo un debito pluriennale ogni anno e fino alla scadenza occorrerà pagare gli interessi e rimborsare (quota parte) il debito contratto. Insomma, una situazione non molto diversa da quella che sperimentano migliaia di cittadini quando si indebitano con una banca. Semplificando, si può anche immaginare che il debito pubblico possa essere rinnovato in modo indefinito tutto alla scadenza dei 10 anni, ed in tal modo, a pesare sul bilancio non c’è la quota di capitale da restituire ma solo l’interesse; ma noi non consideriamo tale ipotesi che, se pur suggestiva, non cambia in definitiva di molto i termini della questione.

Quota di interessi e quota capitale

Per comprenderci meglio facciamo, come mia abitudine, un esempio che, mi auguro abbastanza semplice. Supponiamo di avere avuto nel 2017 una calamità che ha colpito il Paese causando gravi perdite ed a cui lo Stato ha inteso rispondere senza aumentare il prelievo fiscale. Supponiamo che tale spesa straordinaria ammonti a 10 euro e che, per trovare i fondi necessari, venga contratto un debito di pari importo. Si preveda un rimborso del prestito in 10 anni (a partire dal 2018) e a rate costanti di 1 euro l’anno e si, infine, supponga che gli interessi siano a tasso fisso, poniamo del 10% annuo. Ciò significa che a carico dei bilanci pubblici dal 2018 (e per tutti gli anni successivi fino alla restituzione del prestito) andranno stanziati in bilancio 1 euro, oltre gli interessi sul residuo, pari ad 1 euro nel 2018, 0,9 euro nel 2019, 0,8 euro nel 2020 e cosi via. Dunque, seguendo l’ipotesi fatta sopra, supponendo invariata rispetto al 2017 la spesa pubblica ed il prelievo fiscale, ci troveremo ciascun anno da affrontare un deficit pari proprio alla quota d’interessi, oltre che la quota di capitale. Come lo finanziamo? Come dicevamo prima, se non interveniamo dirottando parte della spesa pubblica per beni e servizi, ovvero, aumentiamo le tasse destinandole al pagamento dei debiti (interessi e capitale) non resta che fare nuovo debito, attraverso una nuova emissione di importo pari a coprire il deficit. Ma allora, già dal primo anno, in definitiva, al debito in circolo (nel 2018 ricordiamolo di 9 euro) si dovrà aggiungere altro debito per 2 euro (e successivi relativi interessi).

Quella terribile zavorra…

Una ulteriore considerazione. Evidentemente questo nuovo debito sarà offerto al prezzo di mercato. Se, per esempio, il debitore percepisse che anche per il 2019 il paese in questione ricorrerà a nuovi prestiti per finanziarsi, è lecito attendersi un aumento del prezzo (tasso d’interesse); sembrerebbe evidente, infatti, che il sentiero verso cui si è incamminato lo Stato indebitato sia quello della crescita continua del proprio debito. Insomma, penso sia definitivamente chiaro come ogni politica economica finanziata col debito non sia gratuita, ma abbia l’effetto di appesantire i bilanci pubblici futuri con maggiori interessi e che l’unico modo sano di affrontare il debito stia nella riduzione degli acquisti della pubblica amministrazione, ovvero, nell’incremento del prelievo fiscale. Ecco, spero, almeno in parte di aver spiegato come il debito accumulato rappresenti di per se stesso una zavorra terribile e del perché lo spread sia cosi importante. Se non si interviene, infatti, come visto ad ogni nuovo finanziamento si aggiunge un ulteriore costo che sarà pagato sempre più profumatamente. In effetti domandiamoci, e conclusivamente, dareste il vostro denaro ad un paese indebitato e, se si, non chiedereste per caso più garanzie, ovvero, pretendereste di essere pagati di più per il rischio che vi state accollando? Certamente l’analisi proposta potrebbe essere condita da tantissime osservazioni sulle conseguenze/inutilità di una politica economica che contrae il reddito, con una miope e continua riduzione della spesa pubblica o un aumento della pressione fiscale; ma lo scopo delle riflessioni fatte è un altro. Più semplice: far comprendere come nulla in economia sia gratuito e di come politici e cittadini devono essere, in primo luogo, educati agli elementi dell’economia. Leggi, oserei dire, alle quali nessuno potrà sottrarsi.

di: Girolamo Fragalà @ 11:27


Mag 28 2019

La Ue minaccia sanzioni, lo spread s’impenna. Salvini: «Basta con le letterine…»

All’indomani delle elezioni Europee, con la clamorosa affermazione della Lega, lo spread s’impenna improvvisamente e si pone in forte rialzo rispetto ai 280 punti della chiusura di ieri: il differenziale tra Btp e Bund tedeschi vola verso quota 290, attestandosi al momento a 288,5, con un rendimento dei decennali al 2,72%. Si tratta di un dato ai massimi da febbraio scorso, spinto dai risultati elettorali della Lega alle europee, partito che mette in discussione i vincoli dei parametri stabiliti da Bruxelles. Non hanno giovato di certo le notizie sul possibile arrivo di una lettera della Ue all’Italia nella quale si minacciano sanzioni per 3,5 miliardi di euro, come inizio di una procedura di infrazione sul debito.

La replica di Salvini

«Mi auguro che non ci sia nessuno che mandi le letterine… Il debito sta aumentando da sempre, da decenni, siamo arrivati al record storico. Negli ultimi dieci anni seguendo le letterine, i vincoli, Monti, la Fornero, l’austerità, i tagli, i regolamenti,il debito è aumentato di 655 miliardi», ha detto di prima mattina Salvini  ai microfoni di Rtl102.05. «Penso che il voto di domenica – spiega il leader della Lega – abbia fatto capire a tutti che bisogna rimettere al centro il lavoro, l’uomo, la donna, la famiglia e l’economia reale. Quindi, penso che dalla Merkel a Macron, dagli sconfitti ai vittoriosi, tutti abbiamo capito che bisogna cambiare questi parametri. Mi auguro che non ci sia nessuno che manda letterine, che richiama all’ordine. C’è da ricostruire un sogno e sono orgogliosamente parte -grazie agli italiani- di questo sogno. Penso che tutti abbiano chiaro, al di là delle etichette, che bisogna rimettere al centro la vita vera altrimenti l’Europa viene schiacciata tra Stati Uniti, Cina e continente africano». Quanto alle tasse, “al Paese – ha detto – serve uno choc fiscale. Dobbiamo abbassare le tasse, non tutto a tutti, però l’obiettivo c’è nel contratto di governo, il 15%. Serve una cura Trump, una cura Orban, uno choc fiscale positivo per far ripartire il Paese”.

di: Luca Maurelli @ 11:18


Mag 27 2019

Attenzione, da Bruxelles sta per partire la procedura d’infrazione contro l’Italia

In via ufficiale non dice nulla nessuno, ma in via ufficiosa ai piani alti sta trapelando la notizia. Off the record ormai al Berlaymont, il palazzo di vetro che ospita i vertici della Commissione Europea di Bruxelles, confidano che sta partendo la procedura d’infrazione contro l’Italia per lo sforamento del deficit del 2018.

La potente macchina della Commissione Europea si è messa in moto, e l’Italia sarà presto chiamata a rispondere degli sforoni contenuti nella manovra economica del 2018.

Gli alti funzionari sono pronti, i calcoli sono stati fatti e rifatti e ai piani alti hanno già sfoderato la penna. La lettera che comunica all’Italia la presentazione del rapporto che chiede l’apertura della procedura per deficit eccessivo è quasi pronta, arriverà a Roma entro questa settimana, probabilmente mercoledì. .

Con la richiesta di apertura della procedura d’infrazione, la Commissione può’ chiedere un deposito che arriva fino al 0,2% del pil (ma che può essere ridotto o cancellato con adeguata motivazione).

Il rapporto sarà adottato il 5 giugno, ormai danno la notizia per sicura.

Una procedura che vale il 0,2 % del Pil del 2018, quindi di circa 3,5 miliardi di Euro.

 

di: Aldo Di Lello @ 20:23


Mag 27 2019

Fusione Fca Renault, Roma avverte Parigi: “Macron non faccia scherzi”

“L’importante è che la presenza dello Stato francese in Renault non venga preso come una scusa per fare scherzi”. Lo ha detto il presidente della commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi a La7 commentando la proposta di Fca per la fusione con Renault. “Abbiamo già visto Macron che, con i cantieri Saint Nazaire, non ha avuto problemi a un utilizzo piuttosto sregolato dello Stato -ha spiegato l’esponente leghista – Staremo molto attenti che un patrimonio storico dell’Italia sarà valorizzato e che non ci sarà nessun problema, se no interverremo”. Borghi ha sottolineato ancora: “Staremo molto attenti. Chiedere una simmetria? Potrebbe essere una idea. Tutto dovrà essere guardato con attenzione.

Fca e Renault, la Borsa ci crede

Anche la Borsa sembra crederci. L’idea di fusione tra Fca e Renault con una società detenuta al 50% dagli azionisti di Fca e al 50% dagli azionisti di Renault piace. Piace la struttura di governance paritetica e una maggioranza di consiglieri indipendenti. Piacciono gli oltre 5 miliardi di sinergie annuali. A due ore dall’apertura degli scambi Renault ha guadagnato l’11,91%, Fca l’8,64% dopo aver aperto con il botto (+18,02%). Premiata anche la controllante Exor che segna +5,51%.

Renault: “Guardiamo con interesse alla fusione con Fca”

Sulla possibile fusione paritaria “amichevole” proposta da FCA per il momento il Cda di Renault annuncia, dopo la riunione odierna, di avere deciso “dopo un attento esame, di valutare con interesse le opportunità di una simile combinazione di business” con una attenzione particolare alla situazione produttiva del gruppo Renault e alla “creazione di valore aggiuntivo per l’Alleanza”. Lo comunica il gruppo francese in una nota.

Confindustria: “Un colosso che sarebbe un orgoglio italiano”

Con la fusione tra Fca e Renault si potrà creare «un grande gruppo, che ha una visione europea e mondiale. Faccio un grande in bocca al lupo a Fca e a John Elkann per questa bellissima operazione dal punto di vista strategico». Lo dice il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, a margine dell’assemblea degli industriali di Varese.  «Da tempo – aggiunge – stiamo dicendo che abbiamo bisogno che nascano giganti europei, in questo caso si è andati molto oltre, non sarebbe solo un gigante europeo. Detto questo – spiega – noi non entriamo nel merito delle strategie delle singole imprese, ma mi sembra che la direzione di marcia sia un orgoglio italiano».  A chi gli chiedeva se la presenza dello Stato francese in Renault, che ha il 15% circa del capitale della casa automobilistica, non sia un po’ distorsiva, «sì – ammette -, è un po’ distorsiva ma all’interno di un percorso complessivo in cui si crea un colosso europeo e americano che accetti la sfida mondiale. E un elemento che dobbiamo tenere presente in chiave positiva».

 

di: Valter Delle Donne @ 13:56


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