Lug 03 2020

Rapporto Istat: meno lavoro, meno figli. Il Covid aumenta le diseguaglianze sociali

Cattive notizie dal rapporto annuale dell’Istat illustrato dal presidente Gian Carlo Blangiardo. “Disuguaglianze significative” attraversano il Paese accentuate dall’emergenza sanitaria. Con effetti negativi sulla società e sull’economia italiana. Più disoccupazione, sofferenza negli strati più deboli della popolazione, denatalità in crescita.

Istat, 12 per cento di imprese a rischio

Il mercato del lavoro si restringe: il 12% delle imprese pensa di tagliare. Colpendo maggiormente giovani e donne. La didattica a distanza svantaggia bambini e ragazzi del Mezzogiorno. Che già vivono in famiglie con un basso livello di istruzione. La natalità potrebbe scendere ancora. Anche se gli italiani hanno voglia di figli.

Uno dei maggiori problemi per gli italiani riguarda la liquidità. I contraccolpi sugli investimenti, si legge nel 28esimo rapporto dell’Istat, “rischiano di costituire un ulteriore freno. Preoccupante che il 12% delle imprese sia propensa a ridurre l’input di lavoro”. Dai dati provvisori  emerge inoltre che i lavoratori in Cig ad aprile – sono stati quasi 3,5 milioni. E, sempre ad aprile, quasi un terzo degli occupati (7,9 milioni) non ha lavorato. Cresciuti anche i lavoratori in ferie.  “L’epidemia ha colpito maggiormente le persone più vulnerabili”. Lo testimoniano i differenziali sociali riscontrabili nell’eccesso di mortalità causato dal Covid. Secondo l’istituto “l’incremento di mortalità ha penalizzato di più la popolazione meno istruita”.

Tra i giovani mobilità sociale in giù

Tra i dati preoccupanti la mobilità sociale verso il basso. Per l’ultima generazione (1972-1986), la probabilità di accedere a posizioni più vantaggiose invece che salire è scesa. Il 26,6% dei figli rischia un ‘downgrading’ rispetto ai genitori. Una percentuale, praticamente più di 1 su 4, Superiore rispetto alle generazioni precedenti. E anche più alta di quella in salita (24,9%). Cosa che non era mai accaduta prima.

Scolarizzazione, l’Italia fanalino di coda nell’Ue

L’Italia presenta, inoltre, livelli di scolarizzazione tra i più bassi dell’Unione europea. Nel 2019, nell’Ue27 (senza il Regno Unito), il 78,4% degli adulti tra i 25 e i 64 anni possedeva almeno un diploma secondario superiore. In Italia, l’incidenza è del 62,1%, di oltre 16 punti inferiore. In Italia hanno almeno un diploma quasi i tre quarti dei giovani tra i 30 e i 34 anni. Ma nell’Ue27 la media è dell’84%. Il divario è maggiore, e crescente, se si considerano i 30-34enni con titoli universitari, pari al 27,6% nel nostro paese (ultimo nell’Unione insieme alla Bulgaria), contro il 40,3% per l’Ue.

“La rapida caduta della natalità potrebbe subire un’ulteriore accelerazione nel periodo post-Covid”. Le simulazioni mettono in luce un suo primo effetto nell’immediato futuro. Un calo che dovrebbe mantenersi nell’ordine di poco meno di 10mila nati. Ripartiti per un terzo nel 2020 e per due terzi nel 2021″. E La prospettiva peggiora se si tiene conto dello shock sull’occupazione. I nati scenderebbero a circa 426mila nel bilancio finale del corrente anno. Per poi ridursi a 396mila, nel caso più sfavorevole, in quello del 2021″.

L’Istat registra una “bassa fecondità, “in costante calo dal 2010”. Ma, al contempo, un “diffuso” ed “ancora elevato” desiderio di maternità e paternità. Il modello ideale di famiglia contempla infatti due figli. È così per il 46% delle persone. Il 21,9% ne indica tre o più. Solo per 500mila (tra i 18 e i 49 anni) fare figli non rientra nel proprio progetto di vita. Ma l’Istat sottolinea anche come il Paese abbia reagito positivamente all’emergenza covid. “Il segno distintivo” nel lockdown è stato di “forte coesione”. Le criticità strutturali del Paese, quindi, possono costituire  “leve della ripresa”.

 

di: Gloria Sabatini @ 13:44


Lug 02 2020

Effetto lockdown: bar e ristoranti -2 miliardi. Abbigliamento -80%

Il lockdown imposto al fuori casa (bar, ristoranti, alberghi e agriturismi) ha avuto ricadute negative anche sull’agroalimentare nazionale con perdite di almeno 2 miliardi. In più, la chiusura del canale Horeca, in Italia e nel mondo, ha giocato sicuramente un ruolo di primo piano nel determinare il calo dell’export (-1% ad aprile) e della produzione industriale nel settore alimentare (-8,1%). In Italia, circa un terzo dei consumi alimentari viene realizzato fuori casa, in media con i valori dell’Ue (34%), ma inferiore a quelli di alcuni importanti mercati come Spagna (49%), Stati Uniti (45%), Regno Unito (45%) e Cina (40%).

Federabbigliamento: crollo fino all’80% del fatturato

“Abbattere del 30% il costo dell’invenduto, delle giacenze in magazzino è una buona notizia, ma siamo ancora molto, troppo distanti da quanto servirebbe per poter coprire le perdite per mancate vendite di abbigliamento e calzature, che a livello nazionale ammontano a circa un miliardo di euro”. Ad affermarlo è Giannino Gabriel, presidente metropolitano e regionale di Confcommercio Federazione Moda Italia del Veneto che precisa: “Abbiamo chiesto il 60% del credito imposta sulle rimanenze di magazzino autunno 2019 e primavera 2020: l’emendamento approvato in Commissione bilancio della Camera è un primo passo, ma ancora insufficiente”.  A un mese dalla riaperture, nel veneziano si registrano cali pesanti delle vendite: dal 50 fino all’80% del fatturato rispetto allo stesso periodo del 2019.

I dati allarmanti dal Veneto

“In particolare nel litorale veneziano, a forte vocazione turistica – spiega allarmato Gabriel – la mancanza di flussi dall’estero sulle nostre spiagge si sta facendo sentire molto, comportando danni gravi all’indotto costituito dai negozi legati al fashion, con un calo dell’occupazione che, tra minori assunzioni e licenziamenti, si stima a fine stagione almeno del 60%. E’ indispensabile quindi che i nostri parlamentari continuino a lavorare per migliorare il decreto Rilancio e per questo va dato atto dell’impegno dei deputati e senatori del territorio che si stanno interessando alle nostre necessità, così come la Regione”.  “Le prospettive impongono grande cautela – conclude Gabriel – Purtroppo crescono le imprese che ritengono di non aprire questa stagione, mentre non poche stanno seriamente valutando di chiudere per sempre, persino nelle piazze più forti come Venezia e i capoluoghi di provincia: l’emergenza non è finita”. E’ uno dei dati che emerge da un report ad hoc elaborato da Nomisma per la Cia.

Lockdown: vincono le vendite on line

Le vendite online hanno invece visto una crescita senza precedenti: +120% da gennaio al 21 giugno e +160% solo nel post lockdown (dal 4 maggio al 21 giugno). Ma il boom dell’e-commerce non è riuscito a compensare la chiusura dell’Horeca. In un contesto in cui l’e-commerce dei prodotti alimentari è destinato a crescere (il 95% degli italiani crede che l’acquisto web di prodotti alimentari aumenterà nei prossimi anni), si rileva nel rapporto, il canale online avrà un ruolo centrale nello sviluppo del mercato tipico/locale: il 92% degli italiani crede che questa sia, infatti, la modalità più utile per poter acquistare i prodotti alimentari dei piccoli produttori, specie quando si parla di piccole realtà situate in zone interne e difficili da raggiungere, come le aree appenniniche.

 

di: Valter Delle Donne @ 18:15


Giu 30 2020

Da domani scatta l’obbligo del Pos? “Ennesima fake news del governo”

La fabbrica delle fake news del governo Conte è sempre attiva. L’ultima riguarda la rivoluzione annunciata da domani sul fronte del Pos e dei pagamenti elettronici in Italia. Ancora una volta i cittadini vengono gabbati dalle decisioni di governo e Parlamento. È quanto denuncia il Codacons. «Come noto dall’1 luglio scattano le misure del decreto Fiscale che introducono novità sul fronte dei limiti al contante e uso del Pos -spiega il Codacons- una norma pensata per incentivare l’uso di strumenti di pagamento elettronici e contrastare l’evasione, che inizialmente prevedeva sanzioni nei confronti di esercenti e professionisti che rifiutavano i pagamenti con Pos.

Carlo Rienzi spiega come funziona la bufala del Pos

Tuttavia, in fase di conversione in legge, l’art. 23 del decreto legge 26 ottobre 2019, n. 124 che prevedeva multe in caso di mancata accettazione di carte di credito e bancomat, è stato modificato. La conseguenza? Da domani dotarsi di Pos e accettare o meno pagamenti elettronici sarà ancora a discrezione dell’esercente, e nulla cambierà rispetto al passato, considerato che l’obbligo del Pos esiste in Italia già dal 2014», spiega l’associazione dei consumatori. «Ancora una volta governo e Parlamento cedono alla lobby dei commercianti, che ha fatto pressioni per eliminare le sanzioni a carico degli esercenti», afferma il presidente Carlo Rienzi. «Questo significa che da domani sul fronte Pos non cambierà nulla, i negozianti potranno continuare a rifiutarlo e i consumatori non potranno né protestare né denunciare, in quanto a fronte di un obbligo lo Stato ha pensato bene di non prevedere alcuna sanzione per i trasgressori», conclude Rienzi.

La Uil sforna uno slogan filogovernativo

Decisamente filogovernativa, invece la posizione della Uil. “Limitare l’uso dei contanti è una misura importante per contrastare l’evasione fiscale e altre attività illecite quali il riciclaggio. Imprenditori, professionisti e artigiani onesti non possono temere il tetto ai contanti”. Così Domenico Proietti, segretario confederale Uil in una nota.”Per la Uil è doveroso incentivare i pagamenti elettronici e ridurre l’uso dei contanti. Questo per proiettare finalmente il Paese verso regole e principi di correttezza ed equità”. Slogan vuoti, se non sostenuti da azioni concrete.

di: Valter Delle Donne @ 17:55


Giu 30 2020

Tra crisi occupazionale e crisi etica, l’Italia sta perdendo la centralità del lavoro

L’allarme arriva da Giovanni Belardelli, docente di Storia delle Dottrine politiche ed editorialista del “Corriere della sera”: l’Italia sta perdendo la centralità del lavoro. Non è una denuncia da poco per un Paese che si dice “fondato sul lavoro”, idea mitica a misura della fase della ricostruzione postbellica, tanto indeterminata – come notò subito Piero Calamandrei – da potere abbracciare le aspettative di un popolo, che si rimboccò le maniche, realizzando il boom economico e facendo dell’Italia una potenza industriale di prima grandezza.

Centralità del lavoro, qualcosa si è inceppato

“Ma da allora – scrive Belardelli sul “Corriere della sera” – qualcosa sembra essersi inceppato, perché la centralità del lavoro, se è rimasta inalterata nel primo articolo della nostra Carta, si è appannata nella concreta realtà del Paese”.
Dati alla mano si può dire che c’è una tendenza generale ad una contrazione della durata della vita lavorativa (32 anni contro una media europea di quasi 36) e ad un aumento, anche a causa del lockdown, dei cosiddetti “inattivi” (oltre che dei disoccupati) cioè di quanti rinunciano a cercare un’occupazione. Lo smottamento in corso ha però anche ragioni di fondo, che riguardano un cambiamento di mentalità, rispetto al consolidato orientamento della centralità del lavoro, e ad un’idea del reddito scisso dal lavoro, fatto questo che inverte l’ordine sociale e produttivo, spogliando – aggiungiamo noi – il lavoro di quella componente etica e partecipativa, che ne ha connotato l’essenza.
Da lì bisogna partire per ritrovare la centralità del lavoro e quindi la necessità di ridare valore e senso ad un’idea del fare che va ben oltre le ragioni della produzione e dell’economia. E che deve essere dunque ritrovato nella sua essenza spirituale e culturale.

La rivoluzione industriale e borghese

C’è stato un tempo in cui – nota Charles Péguy, nella sua opera Il denaro (1913) – per i lavoratori “nel lavoro stava la loro gioia, e la radice profonda del loro essere. E la ragione stessa della loro vita. Vi era un onore incredibile del lavoro, il più bello di tutti gli onori, il più cristiano, il solo forse che possa rimanere in piedi”. Certamente non è sempre stato così.
Con la rivoluzione industriale e borghese il lavoro perde di senso, è scisso dalla vita e dalla comunità, riducendosi a semplice mezzo di sostentamento. Ma è proprio dalla “presa di coscienza” rispetto a questa condizione sociale ed esistenziale che nasce la volontà da parte del lavoratore di andare oltre la realtà del lavoro-merce e del suo sfruttamento.
Tra Ottocento e Novecento si può dire che la concezione del lavoro trasmuta, assumendo, a livello filosofico, un valore superiore e sul piano politico diventando un elemento essenziale della mobilitazione-nazionalizzazione delle masse.

Il concetto di lavoro nella civiltà occidentale

Tra i filosofi che hanno posto al centro della loro riflessione il tema del lavoro, un nome di grande rilievo è quello di Adriano Tilgher che, nel 1929, scrive Homo faber, una storia del concetto di lavoro nella civiltà occidentale, attraverso la quale il lavoro diventa il centro di una nuova visione del mondo e della vita, capace di estendere all’universo e proiettare nel cosmo l’attività delle officine.
Per Ernst Jünger (L’Operaio, 1932) il lavoro non è un mezzo per acquisire vantaggi economici, ma l’espressione della vita: “Il lavoro non è, puramente e semplicemente, attività, ma l’espressione di un’essenza particolare che cerca di riempire il suo spazio, il suo tempo e di adempiere alle sue leggi”.

Corridoni, il sindacalista rivoluzionario

Sul piano politico, il lavoro incontra, nella campagna interventista del 1915, la Nazione. Il sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni, passato dall’antimilitarismo militante alla mobilitazione bellicista (fino a morire all’assalto di una trincea) diventa il simbolo di un percorso ideale e politico che sposta la prospettiva sindacale dall’utopia internazionalista (“lavoratori di tutto il mondo unitevi”) alla visione patriottica (“la Patria non si nega si conquista”), inverando quanto apparteneva storicamente all’originaria esperienza di classe.
Durante gli Anni Venti e Trenta del ‘900, il lavoro diventa un valore sociale, di “partecipazione alla vita comune per l’affermazione di una realtà che deve essere, che dobbiamo costruire, perché viene imposta dalla nostra coscienza. La solidarietà con quelli dei quali sentiamo l’identità di origine; il nostro sacrificio in vista della fortuna dei nostri figli e della Patria” – scrive Giuseppe Bottai (Esperienza corporativa, 1929).

Una nuova centralità del lavoro

È anche partendo da questa storia, complessa ed articolata, che si può trovare una nuova centralità del lavoro. Per farlo però occorre ritrovare quell’idea di partecipazione alla vita comune, d’identità d’origine, di Nazione, di espressione della vita e della creatività dell’Uomo, di universalità, che ne hanno, per secoli, costituito l’essenza.
Meno retorica perciò sulla Repubblica “fondata sul lavoro” e più volontà di costruire proprio intorno al lavoro e grazie ai lavoratori una stagione partecipativa e di rinascita nazionale. Il rischio, al contrario, è il tramonto dell’idea stessa di coesione sociale e di benessere collettivo. Con buona pace per l’auspicata “centralità del lavoro”.

di: Girolamo Fragalà @ 17:49


Giu 28 2020

L’esperto di cyberguerra demolisce Tridico: “L’attacco hacker all’Inps è inverosimile”

“Chi ha buona memoria ricorda nitidamente che quell’indimenticabile primo di aprile. Oltre al blackout, l’Inps riuscì a regalare la diffusione di dati personali appartenenti a soggetti diversi da quelli che cercavano di consultare le proprie informazioni”. Così il generale Umberto Rapetto, uno dei massimi esperti di sicurezza informatica italiani, che sul sito specializzato Infosec.news parla espressamente di “fantasmagorico flop del sistema informatico dell’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale”.

Chi è il generale Rapetto

“Tutti gli esperti di cyber security che non riescono a nascondere una profonda devozione per San Tommaso credo abbiano serie difficoltà ad accettare la versione dei fatti” di Tridico e soci. Per il generale Rapetto quindi l’attacco hacker al sito dell’Inps è una balla per coprire le deficienze del sistema informatico Inps.

Il sistema informatico Inps non ha retto, altro che pirati

Insomma, niente pirateria. La spiegazione sarebbe molto più elementare. “Fatale, nel giorno tragicomico del click-day per ottenere il bonus per i lavoratori autonomi, una delle misure-cardine del Welfare in pieno lockdown. Un semplice sovraccarico del sistema dovuto all’incapacità di reggere il traffico di richieste. La conseguenza? Disastrosa. Milioni di dati personali di italiani diventati di dominio pubblico in un secondo”.

Quindi, prosegue Rapetto nel suo intervento, le cose sono andate diversamente.  “Spiace spegnere l’entusiasmo di chi assolve tout court il Presidente dell’Istituto Previdenziale e i suoi pretoriani. E poi, diciamocela tutta, entusiasmo per cosa? Per non essere (se mai fosse) stati capaci di difendere archivi elettronici e procedure dal rischio (certo non nuovo) di attacchi informatici? Entusiasmo per aver finalmente scoperto che il crimine organizzato si avvale di hacker per influenzare la vita di un Paese, per destabilizzare e per esercitare potere?

“Tutta colpa degli hacker? È un’invenzione”

“Se chi ha titolato “tutta colpa degli hacker” pensa – con spirito patriottico –  di aver contribuito a frenarel’erosione della credibilità delle Istituzioni, probabilmente sbaglia. Le termiti che stanno divorando l’architettura di questa Nazione continuano a muovere le loro affilate mascelle, incuranti della stampa compiacente e delle promesse che i politici ogni giorno elargiscono a piene mani nella consapevolezza di non poter mantenere.

di: Valter Delle Donne @ 09:47


Giu 27 2020

Buste paga più pesanti dal 1° luglio ma col bluff nascosto: ecco chi ci guadagna davvero

Taglio del cuneo fiscale in arrivo, ma con bluff incorporato.   Archiviato dal 1° luglio il cosiddetto ‘bonus Renzi’ – la misura di 80 euro per i lavoratori dipendenti voluta dall’allora presidente del Consiglio – ecco che al suo posto arriva la nuova misura per il ‘trattamento integrativo dei redditi’. Ai 10 miliardi di risorse previste messe in campo per il vecchio bonus, se ne aggiungono altri 3 miliardi per quest’anno, che diventeranno circa 6 miliardi il prossimo anno, grazie al decreto legge cura Italia. Ma quale sarà il risultato del taglio in busta paga, e a chi spetta lo sconto? A pochi e non a tutti. E al massimo 20 euro, la differenza tra il bonus Renzi e l’aumentino concesso dal governo…

Lo sconto per i redditi bassi

Il nuovo sistema ‘misto’ prevede per i redditi fino a 28.000 euro, già interessati dal taglio delle tasse pari a 80 euro, un incremento fino a 100 euro mensili. Mentre per i redditi da 28.000 a 39.999 euro è previsto un intervento progressivo (all’aumentare del reddito diminuisce il taglio delle tasse). La misura non interessa, invece, i lavoratori dipendenti incapienti, cioè coloro che hanno un reddito inferiore a 8.145 euro, soglia al di sotto della quale non si applica l’Irpef.

Busta paga, le promesse di Gualtieri

Per ottenere lo sconto in busta paga non sarà necessario effettuare una richiesta, lo sconto sarà effettuato direttamente dal datore di lavoro, che svolge il ruolo di sostituto d’imposta. “Abbiamo ridotto le tasse a 16 milioni di lavoratori e dal primo luglio gli stipendi aumenteranno per 16 milioni di persone, per 4,5 milioni aumenteranno di 100-80 euro netti al mese, per 11 milioni i vecchi 80 euro arriveranno a 100 euro, un aumento significativo”, ha quindi spiegato ieri il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri.

di: Luca Maurelli @ 10:49


Giu 26 2020

La sceneggiata degli Stati generali, i canoni di locazione e le misure beffarde del governo

Dopo dieci giorni di Stati Generali, fitti e serrati, anche agli occhi indiscreti della stampa malevola, si attendevano misure volte a favorire l’economia italiana. Il contributo delle parti sociali (quelle che hanno avuto il privilegio di essere state invitate) avrebbe dovuto offrire una visione d’insieme, un contributo da una prospettiva differente rispetto a quella spesso iperuranica del Governo. Il condizionale è d’obbligo, perché nonostante la più volte dichiarata “potenza di fuoco”, gli indicatori economici sono ancora tutti negativi e la percezione di chi ha il rischio dell’impresa sulle proprie spalle è quella di un paese in caduta libera. La chiusura forzata delle attività produttive e, ancora oggi, delle scuole oltre che di gran parte degli uffici pubblici (tra cui quelli giudiziari) ha interrotto, per molti il flusso finanziario di sopravvivenza; quello che avrebbe consentito di coprire le spese correnti, quelle pregresse e le imposte.

In una fugace apparizione del Presidente del Consiglio, sapidamente orchestrata dal suo Ufficio Stampa e ripresa dal Tg1 delle 13, alle timide esortazioni di alcune commercianti del centro di Roma, è stato risposto che (forse) le imposte verranno ridotte, affinché vengano pagate da tutti, sottintendendo l’attitudine dei molti ad evadere; quanto ai canoni di locazione ad uso commerciale, divenuti insostenibili – per come il commentatore del servizio ha lasciato intendere – è stato fatto un accenno confuso alla “cedolare secca”, accompagnato un gesto della mano dal quale si è (solo) intuita la volontà applicare una più bassa aliquota.

Questo, dunque, è il risultato degli Stati Generali.

La chiusura, per legge, di quasi tutte le attività imprenditoriali, artigiane e professionali (con un calo di introiti pari al 50% rispetto al trimestre Marzo-Maggio dell’anno precedente) ha indotto il legislatore a concepire quale sostegno il credito d’imposta.  La misura prevista dall’art. 28 D.L. 19 maggio 2020 n. 34 (il cd. Decreto Rilancio) – che ha previsto di  trasformare in credito d’imposta il 60% del canone versato nei mesi da Marzo a Maggio dai conduttori o meglio ha consentito di cedere quel credito ai locatori, come precisato anche nella circolare n. 14 dell’Agenzia delle Entrate – è evidentemente insufficiente.

In attesa che vengano offerte le indicazioni operative, perché i conduttori di immobili commerciali possano cedere il credito d’imposta pari al 60% del canone agli stessi locatori, solo il buon senso dei privati può giungere in soccorso.

Ecco, dunque, che i locatori lungimiranti, comprendendo le difficoltà in cui versano i conduttori (includendo anche i lavoratori delle libere professioni), hanno concesso autonomamente una riduzione del canone del 30, 40 e talvolta anche del 50%. Per legge e non per la benevolenza privata dovrebbe essere ripristinato l’equilibrio che la pandemia ha alterato.

Le drastiche e talvolta incomprensibili misure adottate per contenere la diffusione dell’epidemia avrebbero dovuto essere accompagnate da eguali iniziative, volte a sostenere l’economia, in modo mirato e non con l’usuale modalità assistenziale, tipica delle legislature vacillanti, in cerca di consenso. Il Legislatore ha il compito di prevedere in anticipo e dunque regolare i rapporti giuridici dei consociati.

Il Covid-19, come s’è detto in numerose altre occasioni, per pochi ha rappresentato la tempesta perfetta, per molti, oltre ai numerosi italiani colpiti direttamente o indirettamente dal morbo, un catalizzatore di sventura.

di: Girolamo Fragalà @ 17:43


Giu 26 2020

Confindustria, Riccardo Di Stefano è il nuovo presidente dei giovani industriali

Riccardo Di Stefano è il nuovo presidente dei giovani imprenditori di Confindustria. Ad eleggerlo, con voto on line, il Consiglio nazionale dei giovani under 40 di viale dell’Astronomia riunitosi oggi in call conference. Di Stefano ha avuto la meglio sullo sfidante Eugenio Calearo Ciman. In un certo senso, una sfida Sud contro Nord. Infatti, Di Stefano è espressione dell’imprenditoria siciliana mentre Ciman è erede di una famiglia vicentina.

La squadra di Riccardo Di Stefano

Palermitano, classe 1986, è stato eletto oggi con 143 voti favorevoli su un totale di 209 votanti. Inoltre, Riccardo Di Stefano entra di diritto nella squadra senior come vicepresidente di Confindustria. A completare la squadra che lo assisterà nei quattro anni di mandato 2020 – 2023, 8 vicepresidenti. Licia Angeli (Confindustria Romagna), Maria Anghileri (Confindustria Lecco Sondrio), Eleonora Anselmi (Confindustria Toscana Sud – Arezzo), Mario Aprile (Confindustria Bari B.A.T.), Francesco Fumagalli (Confindustria Toscana Sud – Arezzo), Andrea Marangione (Unione Industriale Torino), Pasquale Sessa (Confindustria Salerno), Alessandro Somaschini (Confindustria Bergamo).

Il curriculum del giovane imprenditore palermitano

”Il Movimento dei Giovani Imprenditori di Confindustria si fonda sull’idea di promuovere un’Italia visionaria e internazionale, come le sue imprese. Ora come non mai, noi imprenditori dobbiamo essere collettore delle migliori energie del Paese, interpreti del cambiamento per rendere l’Italia moderna, innovativa, sostenibile e inclusiva”, ha detto nel corso del discorso di insediamento. Laurea in Giurisprudenza di Palermo e Dottorato di Ricerca in Economia civile presso l’Università Lumsa, Riccardo Di Stefano è stato vice Presidente nazionale nella squadra del Presidente Alessio Rossi dal 2017 ad oggi. Si è occupato di Education, Capitale Umano, e Formazione Interna, sviluppando progetti di formazione come Gi Academy, una vera e propria scuola di managerialità, e AltaScuola per Giovani Imprenditori, dedicata alla valorizzazione dei giovani talenti imprenditoriali.

Succede ad Alessio Rossi

Riccardo Di Stefano diventa membro del Consiglio di Amministrazione dell’azienda Officina Lodato S.r.l., nata nel 1957, con sede a Palermo e a Roma, nel settore dell’impiantistica civile ed industriale e fonda Meditermica srl, impresa attiva nel settore delle forniture all’ingrosso di materiale termoidraulico per aziende e operatori del settore. Gli incarichi nel Sistema Confindustria iniziano nel Gruppo Giovani della Territoriale di Palermo. A livello nazionale, si appassiona alla rivista del Movimento Quale Impresa, entrando a far parte del Comitato di Redazione. Nel 2017 diventa vice Presidente nazionale del Movimento, guidato da Alessio Rossi dal quale ha ricevuto oggi il testimone al vertice. ”Giovani imprenditori si resta tutta la vita, come il nostro attuale presidente Bonomi, che viene proprio da questo percorso. A Riccardo lascio il timone di un Movimento pronto ad affrontare tutte le sfide che i prossimi anni ci metteranno davanti’.

di: Valter Delle Donne @ 16:57


Giu 24 2020

Una strada ad Almirante a Vibo Valentia: approvata la proposta di Riva Destra

Vibo Valentia avrà presto una via dedicata a Giorgio Almirante. “In Italia ci sono più di 200 strade oramai intitolate al defunto leader del Movimento Sociale Italiano. Intitolarne una anche a Vibo Valentia rafforza la necessità di una pacificazione nazionale. E rende onore a un uomo che, come ha ben detto Giorgia Meloni, ha avuto un merito storico:  avere accompagnato un’intera comunità politica, che nel dopoguerra aveva legame con l’esperienza fascista,  nell’alveo del dibattito democratico della Nazione. Un merito che è stato riconosciuto a Giorgio Almirante da tutto l’arco costituzionale: sia nel dopoguerra che nei difficili anni di piombo, anche dai suoi avversari politici”. Con queste parole gli esponenti di Riva Destra Francesco Stinà, Francesco D’Agostino e Alessandro Ferrara,  hanno esultato per l’esito dell’iniziativa.

Almirante, grande uomo

E, in una nota congiunta con il segretario nazionale Fabio Sabbatani Schiuma, gli esponenti di Riva Destra hanno ringraziato il capogruppo di FdI.Esprimiamo grande soddisfazione -continua la nota- per l’approvazione della nostra proposta. E ringraziamo il capogruppo di Fratelli d’Italia Antonio Schiavello per averla portata anche in seno al consiglio comunale; e tutti i consiglieri di maggioranza che in commissione Urbanistica hanno dato parere positivo: sono per la precisione,  Corrado, Ursida, Colloca, Russo, Lo Schiavo, Cutrullà, Cataudella, Schiavello.Ma ringraziamo  anche l’opposizione (Comito e Lombardo): ora attendiamo la conseguente delibera di Giunta”. Finalmente un atto di civiltà.

di: Antonella Ambrosioni @ 13:02


Giu 21 2020

Tra Gualtieri e Cinquestelle al governo, ecco l’Italia giudicata inaffidabile

Ci diranno che dobbiamo ringraziare il Padreterno per Gualtieri al governo. Ma continuiamo a credere che le allucinazioni le abbiano loro e non noi. Perché sarà da loro che dipenderà il cosiddetto rilancio dell’Italia e per questo ne abbiamo timore.

Tra Pd e Cinquestelle fanno danni e propaganda. Una miscela terribile. Una massa di miliardi per indebitarci con un po’ di castronerie niente male e illudere ancora di più il nostro popolo.

Fantasie di Gualtieri, governo e alleati

Una deputata di Fratelli d’Italia, Ylenja Lucaselli, si è messa a scartabellare i fascicoloni degli emendamenti di maggioranza al decreto rilancio e c’è da rimanere attoniti. Già l’Europa non vuole mollare quattrini, se poi dovessero passare le proposte di certi pentastellati ci chiederebbero se siamo diventati scemi.

di: Francesco Storace @ 06:00


Giu 20 2020

Lo “scredito d’imposta”, il canone e il pagamento dell’Imu: è andata in scena l’ennesima beffa

Tutti sanno che i conduttori di immobili ad uso non abitativo non hanno potuto pagare il canone di locazione da marzo a maggio; ma non tutti sanno che alcuni di loro continuano a non pagare il canone perché non autorizzati (ad esempio, scuole o asili) o semplicemente perché non conviene loro riprendere la propria attività (alberghi, hotel, b&b, case vacanze, affittacamere, ecc.). Di conseguenza tantissimi proprietari degli immobili concessi in locazione non incassano gli affitti da marzo. Eppure, gli stessi proprietari sono stati chiamati lo scorso 16 giugno a pagare la nuova IMU, come se nulla fosse avvenuto.

Il credito d’imposta promesso

Sembrava che il decreto rilancio (D.L. 19 maggio 2020 n. 34) avesse acceso un faro su questa enorme problematica, concedendo la possibilità ai conduttori di immobili ad uso non abitativo, a determinate condizioni, di godere di un credito d’imposta del 60% dei canoni pagati per i mesi di marzo, aprile e maggio 2020 (di fatto al contribuente è riconosciuto a credito un importo pari al 60% del canone, da compensare con le imposte future).

L’accesso ai conduttori degli immobili

In un primo momento questo provvedimento sembrava del tutto vano: è abbastanza ovvio che attività rimaste chiuse per circa tre mesi avrebbero difficilmente versato imposte in tempi brevi (senza incassi non c’è i.v.a. da versare e senza incassi le attività vanno in perdita, altro che imposte!). Tuttavia già la legge, ma soprattutto la circolare dell’Agenzia delle Entrate 14 E del 6 giugno 2020, hanno aperto la possibilità ai conduttori degli immobili di cedere il credito d’imposta del 60% del canone direttamente ai proprietari delle mura a condizione che avvenga contestualmente il pagamento al locatore del rimanente 40 % del canone di locazione. Si direbbe (una volta tanto) un ottimo intervento normativo: in questo modo, il conduttore sarebbe in grado di monetizzare all’istante il credito d’imposta ed il proprietario dell’immobile locato potrebbe utilizzarlo per compensare l’IMU (in scadenza proprio in quei giorni)! E invece la circolare 14 E dell’Agenzia delle Entrate del 6 giugno rimanda la regolamentazione della cessione del credito d’imposta ad una ulteriore circolare, che non è ancora stata emessa.

Il pagamento dell’Imu

Il risultato è che il termine per pagare l’Imu scade senza che il conduttore possa cedere il credito d’imposta al proprietario dell’immobile locato e di conseguenza senza che quest’ultimo possa utilizzarlo per compensare l’Imu. A questo punto molti proprietari di immobili si sono trovati nella impossibilità di pagare l’Imu, rinviando il pagamento a quando sarà possibile ottenere quel credito d’imposta che una legge dello stato vigente gli permette di avere. In poche parole, lo Stato promette una cessione del credito con una legge vigente, ma al contempo una sua Agenzia non emette le regole per disciplinare tale cessione, costringendo così i contribuenti a pagare l’Imu con soldi che non hanno incassato. Peggio di così non si poteva fare.

Una presa in giro

Ora tutti questi proprietari si sono assunti l’onere delle sanzioni per il ritardato pagamento dell’Imu in attesa di una circolare che l’Agenzia dello Stato non ha emesso, nonostante una legge vigente conceda già tale diritto. Speriamo quantomeno che l’Agenzia delle Entrate abbia il buonsenso di emettere celermente questa circolare esplicativa e che si provveda a produrre un provvedimento di moratoria per chi ha dovuto ritardare il pagamento dell’Imu per motivi dipesi proprio da chi pretende il pagamento stesso. In una parola: vergogna.

di: Girolamo Fragalà @ 17:42


Giu 19 2020

È follia, dalla gestione del reddito di cittadinanza all’incapacità dimostrata dal governo

Il capitalismo e uno ma le forme con cui si manifesta possono essere varie. Se il commercio invece che nella bottega, si svolge per mezzo informatico, ecco una variante; se uso nelle fabbriche i robot a posto dell’uomo , ecco un’altra variazione; se  conferenze ,incontri avvengono con mezzi visivi invece della presenza diretta, ecco una divaricazione rilevante, scemano i viaggi, non si impegnano  aerei, treni, automobili, alberghi, ristoranti,e tutto il resto che vi era legato; se il docente usa il mezzo telematico può avere centinaia di studenti con effetti dissolutivi sui docenti impiegati.

Tra incapacità e disinvoltura

Nel presente italiano e non soltanto italiano, abbiamo questa problematica alternativa, la duplicazione delle forme di gestione dell’economia. Con troppa disinvoltura  si programmano la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, robotica, opposti ovviamente al lavoro umano, e attività telematiche (il lavoro da casa, vantatissimo!) invece della fabbrica, del negozio… E tutto ciò senza la minima preoccupazione della preoccupazione che dovrebbe essere basilare: che fine faranno il lavoro, il lavoratore, il negozio, la fabbrica? Si proclama che tutto cambierà, che siamo nell’Era Digitale, si nominano robot, intelligenza artificiale, ma che sorte avranno lavoro, lavoratori, negozi, fabbriche? Non è che i robot vogliono accanto uomini! Sono esclusivi, e congiunti all’intelligenza artificiale  indipendentissimi, fanno tutto da loro, basta programmarli! E allora?  Se ci trovassimo con milioni di disoccupati? Che dite? Il modello nuovo di sistema produttivo, digitalizzato, per sintetizzare, se non si osservano le conseguenze sull’occupazione è desolante, una società con pochi occupati, moltissimi disoccupati a cui bisogna  provvedere.

Follia, la logica aperta dal reddito di cittadinanza

In Italia si embrioneggia una teoria:  ai disoccupati si darà qualcosa, uno pseudo salario  caritatevole. Follia, del resto in parte attuata, il reddito di cittadinanza apre questa “logica”, come il reddito universale vociferato o la cassa integrazione perenne. Follia. Per i grandi numeri  e per il lungo periodo sarebbero accorgimenti insostenibili, economicamente e psicologicamente, persone senza lavoro  per anni sostenuti caritatevolmente sono dinamite sociale e personale. Ma se lo scopo è la digitalizzazione, semplifico, al di là di ogni valutazione sui posti di lavoro, peggio ancora è la fase intermedia, la fase di passaggio, perché non è che la digitalizzazione avverrà domani. Il periodo intermedio del passaggio sta diventando un incubo per le piccole e medie imprese, obiettivo fondamentale della dissoluzione. Si formulano regole restrittive, ostacolative, insostenibili per le piccole e medie imprese ma per le imprese in generale.

Le alternative alla follia ci sono

Se i bar, i ristoranti. i negozi, gli stabilimenti balneari, le sale di danza, i cinema, i teatri e quant’altro sono paralizzati o contenuti nella loro possibilità di agire chiusura e disoccupazione monteranno enormemente e il disastro economico sarà certo. Oltre ad avere uno scopo probletmatico di lungo periodo, abbiamo una fase di periodo intemedio problematicissimo.  Per giungere alla Digitalizzazione, uso il temine comprensivo di tutta la fenomenologia, si vuole e bisogna distruggere la piccola e media impresa ma in genere le imprese , l’imprenditorialità della “vecchia” fabbrica, del “vecchio negozio? Ma i costi sociali?. Si considera talmente inevitabile questo passaggio da correre ogni rischio? Nessuno può negare che le nuove tecnologie premono. Robot, Intelligenza Artificiale, Digitalizzazione incombono, esistono, ma devono affermarsi distruggendo l’occupazione di intere fascie sociali (proletariato, ceto medio imprenditoriale)? No, vi sono alternative che conciliano le nuove tecnologie con la difesa dell’impreditorialità e deiolavoratori.

Varie le ipotesi in campo

Innanzitutto compiere l’operazione “nuove tecnologie” con gradualità, saggiandone gli effetti, poi verificare alcune ipotesi: se si diminuisce l’orario di lavoro i problemi della disoccupazione svanirebbero? Robotica, informatica, intelligenza artificiale coprirebbero una larga parte nel sistema produttivo ma abbassando l’orario di lavoro non sostituirebbero del tutto o massimamente le persone. Oppure, si potrebbe diminuire il profitto a vantaggio dell’occupazione,il profitto dell’impresa ,dell’imprenditore. Oppure , si potrebbe creare un patto tra salariati , impiegati, e capitale e rimodulare la situazione in maniera che si mantenga l’occupazione ,vale a dire se bisogna aumentare gli orari o diminuire gli orari , dimunuire  o aumentare i salari, le retribuzioni , diminuire o aumentare il profitto , si faccia di accordo (Impresa Pattizia, in uso in Germania all’ingrosso). Oppure, impresa di lavoratori per l’autoccupazione: i lavoratori rilevino imprese fallite o le fondino, lavoro come capitale, e si modulino in maniera da reggere mercato e concorrenza usando tutte le variazioni che servono all’autoccupazione, se non sono imprenditori assumano un imprenditore.

Il ruolo di magistratura e burocrazia

Ovviamente lo Stato faccia la sua parte, i cantieri si attivino, magistratura e burocrazia non dominino. Infine, per sopravvivere, il Baratto Sociale, scambio di prestazioni senza uso di denaro. Insomma , l’esatto contrario del Principio Nirvanico che imperversa da noi. Il Principio Nirvanico( Non ti muovere, non fare), a breve e la Meta Aria Pulita, a lungo termine, generano l’Economia dell’Eclissi e della Defabbricazione. Questo  sta avvennendo, progetti di cambiamenti messianico(verde, non contaminazione ambientali), il Paradiso Terrestre, di fatto disoccupazione,strangolamento dell’ imprenditorialità. Le nuove tecnologie vanno impiegate, ma purchè sia a vantaggio “sociale”. Ma questo esige altra mentalità che la sola digitalizzazione. Occorre un sistema produttivo che spingendo al massimo la produzione abbia un surplus da distribuire socialmente, non come carità, come ampiezza produttiva. Intanto occorre impedire che si distrugga l’imprenditorialità ed imporre che si riformulino le regole antimpresa. La Cina,  sta compiendo una immane modificazione del suo sistema produttivo, ha bisogno di piazzare capitali, ne ha trppi, ed abitanti, ne ha in eccesso. Sta attuando estremi sforzi per invadere l’Europa, tra poco vi saranno incontri con l’Unione Europea. Cerca di staccare l’Europa dagli Stati Uniti. Ho l’impressione che l’Italia sia troppo vicina…alla Cina. La quale sta iniziando un diverbio con l’India. Ancora qualcuno non si è accorto che la Cina deve espandersi, ed  è “oggettivamente” imperialista. Addirittura per aggirare i dazi produce in paesi che commerciano con noi. La questione cinese è il problema del nostro futuro.

di: Girolamo Fragalà @ 17:48


Giu 19 2020

Bonus baby sitter: cambiano di nuove le regole. Ecco tutte le novità

Da 24 ore è disponibile la procedura aggiornata per richiedere il Bonus baby sitter. il contributo per centri estivi e servizi integrativi per l’infanzia (misure del Decreto Rilancio).
Misure che sono diventate più flessibili per i genitori che vogliono usufruire del bonus baby sitter, come previsto dal Decreto Rilancio. La nuova Circolare INPS (n. 73/2020) dispone, infatti, la compatibilità del bonus baby-sitting con il congedo covid-19 entro determinati limiti.

Finora infatti sembrava chiaro che le due misure fossero incompatibili fra di loro, anche retroattivamente. L’INPS invece afferma un principio diverso, ovvero che bonus e congedo sono compatibili, ma ad alcune condizioni.

 

Il testo della circolare Inps 

 

Le differenza tra Decreto CuraItalia e Decreto Rilancio

C’è un altro aspetto da sottolineare. Chi ancora non avesse richiesto il bonus secondo quanto prescritto dal decreto CuraItalia, potrà farlo grazie al decreto Rilancio. Potrà inoltre farlo accedendo al contributi previsti per i servizi di baby sitting. Il tutto per un importo che va da un minimo di 1.200 ed un massimo di 2.000 euro. Importo da spendere entro il prossimo 31 luglio del 2020.

Inoltre, possono presentare la domanda per i nuovi bonus anche coloro che abbiano già fruito della prestazione di bonus per servizi di baby-sitting per un importo massimo di 600 euro ovvero di 1.000 euro, a seconda del settore di appartenenza, nella prima fase dell’emergenza.

Tali ultimi soggetti possono effettuare una nuova richiesta di bonus finalizzata ad ottenere l’importo integrativo del precedente. Tuttociò senza superare gli importi massimi previsti. Per somme pari a 1.200 euro o 2.000 euro. In tal caso, verrà erogato l’importo residuo tenendo in considerazione quanto già percepito, con possibilità di continuare a fruire del bonus per servizi di baby-sitting mediante il Libretto Famiglia, oppure scegliendo i centri estivi e i servizi integrativi per l’infanzia.

Bonus baby sitter o per i centri estivi

Altra importante novità è che, rispetto alla prima tranche del bonus baby sitter, questo secondo contributo potrà essere utilizzato anche per pagare i servizi ricreativi offerti dai centri estivi per i minori.

In questo caso il genitore dovrà allegare alla domanda della prestazione la documentazione comprovante l’iscrizione ai suddetti centri e/o strutture che offrono servizi integrativi per l’infanzia (ad esempio, ricevuta di iscrizione, fattura, altra documentazione che attesti l’iscrizione), indicando anche i periodi di iscrizione del minore al centro o alla struttura (minimo una settimana o multipli di settimana), che non potranno andare oltre la data del 31 luglio 2020. Inoltre, dovrà essere indicato anche l’importo della spesa sostenuta o ancora da sostenere.

di: Valter Delle Donne @ 14:10


Giu 17 2020

Il crollo è alle porte, le prospettive per l’economia sono un’incognita. Sistema fuori controllo

Secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), è possibile che il Pil del nostro paese registri a fine 2020 un crollo del 14% rispetto al dato dello scorso anno. Si tratta, evidentemente, dello scenario peggiore prefigurato partendo dall’ipotesi di una nuova ondata di contagi a partire dal prossimo autunno, ma altri analisti ipotizzano che anche in uno scenario Covid-free, l’andamento dell’economia italiana non andrà molto meglio.
La premessa è che il settore finanziario non ha ancora compreso l’esatta portata dello shock e delle sue implicazioni di lungo termine, soprattutto sull’economia reale.
Gli effetti negativi delle politiche monetarie espansive, ha avuto l’inevitabile conseguenza, già prima della pandemia, di aumentare in modo esponenziale sia il debito che la leva finanziaria speculativa. Da questo punto di vista, lo shock da Covid-19 ha soltanto messo in luce problemi già evidenti dei pochi investimenti nell’economia reale.

È palmare come un modello che punti alla quantità del debito e non alla sua qualità, e dal modo in cui esso viene utilizzato per favorire un miglioramento dei redditi reali, non è sostenibile. Il vero problema, dunque, e che le politiche messe in atto alla fine aumentano i rischi di implosione e instabilità di lungo termine. La tanto evocata liquidità, infatti, non è la soluzione a tutto, come leggiamo ogni giorno sulla stampa e, questo, per due evidenti ragioni. Primo: non è detto che chi ne dispone la indirizzerà verso chi ne ha bisogno e, soprattutto, che chi ne ha bisogno sia in grado di restituirla. In effetti, molta liquidità, nella sostanza aumenta esponenzialmente la propensione al rischio del sistema creditizio (banche, investitori, ecc …).

Ora se la liquidità generata dal quantitative easing della BCE non si trasformerà in credito produttivo, il sistema dovrà fare i conti (presto) con un credit crunch.
Su questo ci allarma la lettura dei dati dell’economia americana che evidenzia come, negli ultimi due mesi (nonostante il ruolo della Federal Reserve) siano fallite in USA oltre 1.600 aziende al giorno e, parallelamente, come il credito al consumo per consumatore sia crollato. In altri termini, la liquidità immessa nel sistema dalle banche centrali non riesce a prevenire i fallimenti, ma svolge la funzione per mantenere il denaro investito, cosi che non è la liquidità delle banche centrali che sostiene il sistema ma quella dei cittadini.
In conclusione il sistema è oramai fuori controllo, ed il mercato investe su asset ad elevati yield, sicuri della protezione degli istituti d’emissione.

Detti titoli sono emessi da emittenti che, con i loro ricavi, non riescono neppure a pagare gli interessi passivi sul debito emesso in una fase di espansione dell’economia, figuriamoci, quindi, con le prospettive attuali. Il default è quindi nel sistema ed alle porte e la politica delle banche centrali, che acquistano titoli spazzatura, moltiplica le posizioni di moral hazard. Conclusivamente, siamo in una situazione in cui il modello di crescita non produce più ricchezza, ma moltiplica e distribuisce il debito su sempre maggiori soggetti. Ha dunque ancora senso proseguire su tale strada o forse è più prudente fermarsi e pensare a come porre rimedio?

di: Girolamo Fragalà @ 16:10


Giu 17 2020

A Villa Pamphili comanda Dracula. Le mani del fisco sul collo degli italiani

Il convitato di pietra a Villa Pamphili si chiama Dracula, la musica non cambia mai: una gragnuola di tasse si abbatte sull’Italia e non c’è mai nessuno che dice fermiamoci.

Scadenze fiscali in agguato persino al tempo del coronavirus. Il governo Conte asserragliato nel bunker in villa non ha tempo di preoccuparsi dei comuni mortali, delle imprese chiamate a creare lavoro e di chi maledice la casa che possiede per le imposte che deve pagare.

A Villa Pamphili il solito Dracula

E così arriviamo alla solita fine di giugno con l’acqua alla gola nonostante la grave crisi economica che attraversiamo. E mai come ora dobbiamo apprezzare l’iniziativa assunta da varie sigle che hanno segnalato al governo la gravità della situazione. Il grido d’allarme lanciato dall’associazione italiana dottori commercialisti assieme ad altre organizzazioni è di quelli che scuotono.

”Si rischia il collasso”, è la loro denuncia. Ma un governo senza alcun rispetto per chi crea il Pil dell’Italia, ovviamente se ne frega e magari toccherà addirittura aspettare l’ultimo minuto dell’ultima ora dell’ultimo giorno del mese di giugno per vedere la magia del premier con la fatidica proroga.

Ma intanto, le imprese impazziscono. E anche chi ha su di sé la responsabilità di mettere in ordine le scadenze fiscali per non far incorrere i contribuenti nei fulmini della legge. Ci sarà “una massa ingestibile di dati da elaborare”. Il timore paventato è rappresentato dalle solite “dispettose ed irrispettose proroghe dell’ultimo minuto”.

Conoscendo i metodi di Conte e compagnia è il minimo che ci si possa attendere. E per questo l’allarme andava lanciato.

Basti pensare, come esempio, dopo tutto quello che si è ereditato con lo spaventoso e cosiddetto decreto rilancio con le troppe misure messe in scadenza per fine mese, alla tragedia dell’Imu che bisognava pagare ieri.

E ieri pure la scadenza dell’Imu

Quanti sono riusciti a rispettare la scadenza della tassa sulla casa? Parliamo di 11 miliardi di euro proprio per l’Imu sborsati da piccoli proprietari, imprenditori, artigiani, partite Iva.

L’opposizione aveva sollecitato il governo quantomeno a rinviare a fine anno tutto gli adempimenti relativi. 2020 come anno bianco dal punto di vista fiscale. Ma il Dracula rinchiuso a Villa Pamphili non ne ha voluto sapere. La persistenza della tassazione ha colto in difficoltà molte famiglie in crisi di reddito e liquidità. Un dato che pure si conosceva per via dell’emergenza Covid-19. Eppure adesso c’è pure il rischio della beffa con sanzioni e interessi di mora per chi non è riuscito a rispettare la scadenza.

Il tutto va aggiunto ai danni provocati dall’esecutivo con l’illusione dei 600 euro che quando sono arrivati non hanno prodotto alcun effetto positivo; e i ritardi inenarrabili con la cassa integrazione. In proposito fa davvero rabbia vedere il governo che si pavoneggia per le proroghe: in realtà stanno solo prorogando le anticipazioni che i datori di lavoro versano ai propri dipendenti in attesa dell’Inps per non costringere le famiglie alla fame.

Eppure il governo sapeva tutto. Ma ha evitato di assumere provvedimenti che mostrassero la capacità di comprendere la situazione del Paese reale. Preferisce sollazzarsi nella sua bolla di sapone. Che prima o poi esploderà.

di: Francesco Storace @ 06:00


Giu 16 2020

L’allarme dei commercialisti: «Scadenze fiscali da riordinare. A fine giugno si rischia il collasso»

«Come abbiamo già segnalato oltre un mese fa, è ormai determinato un preoccupante affollamento di scadenze tributarie che rischiano di avere ripercussioni gravi su professionisti ed imprese». A lanciare l’allarme all’Agenzia delle Entrate e al Mef sono tutte le associazioni dei commercialisti Adc-Aidc-Anc-Andoc-Fiddoc-Sic-Unagraco-Ungdcec-Unico.

L’allarme dei commercialisti

«Oltre alle scadenze di imposte annuali – scrivono in una lettera congiunta – oltre a quanto è stato rinviato nei mesi di lockdown, in cui comunque gli studi sono stati impegnati nella gestione degli adempimenti connessi alle misure di cassa integrazione e di richiesta di finanziamenti del cosiddetto decreto liquidità, vengono ora anche a scadenza le misure previste dal cosiddetto decreto rilancio». E poi ancora. «Il rischio è che studi professionali ed uffici amministrativi si ritrovino di fronte ad una massa ingestibile di dati da elaborare. L’invito – concludono – è a prendere atto della grave situazione, già da tempo segnalata e prevedibile, ed intervenire tempestivamente, evitando le dispettose ed irrispettose proroghe dell’ultimo minuto».

di: Desiree Ragazzi @ 17:27


Giu 16 2020

Istat, quattro milioni e mezzo di italiani in povertà assoluta. Ecco l’Italia di Conte

Nell’Italia di Conte le famiglie e il Sud sono sempre più poveri. Come rileva l’Istat nelle sue statistiche sulla povertà nel 2019, ci sono quasi 1,7 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta. Con una incidenza pari al 6,4% (7,0% nel 2018), per un numero complessivo di quasi 4,6 milioni di individui (7,7% del totale, 8,4% nel 2018).

Dal 2008 i poveri sono aumenti del 64%

La quota di famiglie in povertà assoluta, quindi, si riduce leggermente rispetto all’anno precedente. Ma rimane su livelli molto superiori a quelli precedenti la crisi del 2008-2009. Guardando i numeri e le precedenti statistiche emerge infatti che nel 2008 gli italiani poveri erano 2,8 milioni. Ciò significa nel periodo 2008-2019 i poveri sono aumentati quasi del 64%.

Istat, il Sud sempre più povero

L’Istat osserva che rimane stabile il numero di famiglie in condizioni di povertà relativa: nel 2019 sono poco meno di 3 milioni (11,4%) cui corrispondono 8,8 milioni di persone (14,7% del totale). È al Sud Italia che si contano più famiglie in povertà assoluta, pari all’8,6% mentre al Nord la percentuale scende al 5,8% e al Centro è il 4,5%. L’Istat riferisce che l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma più alta nel Mezzogiorno (8,5% nel Sud e 8,7% nelle Isole) rispetto alle altre ripartizioni (5,8% nel Nord-ovest, 6,0% nel Nord-est e 4,5% nel Centro).

Istat, confronto con le famiglie del Nord

Per questa ragione, anche se le famiglie del Nord sono di più rispetto a quelle del Mezzogiorno (rispettivamente 47,8% e 31,7% del totale), il numero di famiglie povere nelle due ripartizioni, spiega l’Istituto, è sostanzialmente uguale: 43,4% al Nord e 42,2% nel Mezzogiorno. Nel Centro si trova il restante 14,4% (rispetto al 20,5% delle famiglie residenti in questa ripartizione).

Istat, 2 milioni di poveri assoluti nel Sud

Le differenze territoriali rilevate per le famiglie si confermano per gli individui. Sono oltre due milioni i poveri assoluti residenti nel Mezzogiorno (45,1% del totale, di cui il 70% al Sud e il 30% nelle Isole), contro 1 milione e 860mila nelle regioni del Nord (40,5%, di cui il 58,7% nel Nord-ovest e il 41,3% nel Nord-est).   Ciò si deve, spiega ancora l’Istat, anche alla maggior presenza nel Mezzogiorno di famiglie numerose tra le famiglie in povertà assoluta rispetto al Nord. L’incidenza di povertà individuale è pari a 10,5% nel Sud e a 9,4% nelle Isole mentre nel Nord e nel Centro è molto più bassa, rispettivamente 6,8% e 5,6%.

La povertà cresce nelle famiglie numerose

In particolare, l’Istat sottolinea che la povertà assoluta cresce dal 5,0% del 2018 al 6,6% del 2019 l’incidenza nei comuni più piccoli (fino a 50mila abitanti) e diversi dai comuni periferia di area metropolitana nel Nord-est.

Comuni e aree metropolitane

Per i comuni centro delle aree metropolitane del Nord si confermano incidenze di povertà (7,1%) maggiori rispetto ai comuni periferici delle aree metropolitane e comuni sopra i 50mila abitanti (4,8%) e ai restanti comuni più piccoli (6,1%). La povertà assoluta coinvolge inoltre maggiormente le famiglie numerose e con figli minori, L’Istituto rileva infatti che nel 2019 si conferma un’incidenza di povertà assoluta più elevata tra le famiglie con un maggior numero di componenti: 9,6% tra quelle con quattro componenti e 16,2% tra quelle con cinque e più. Si attesta invece attorno al 6% tra le famiglie di tre componenti, sostanzialmente in linea con il dato medio.

Figli conviventi e minori

La povertà, inoltre, aumenta in presenza di figli conviventi, soprattutto se minori, passando dal 6,5% delle famiglie con un figlio minore al 20,2% di quelle con tre o più figli minori. Anche tra le famiglie monogenitore la povertà è più diffusa rispetto alla media, con un’incidenza dell’8,9%, ma in attenuazione rispetto all’anno precedente, quando era pari a 11,4%.

Istat, famiglie con anziani

Nelle famiglie con almeno un anziano, continua l’Istat, l’incidenza di povertà è pari al 5,1%, più bassa, quindi, della media nazionale; scende al 3,1% se si considerano le coppie in cui l’età della persona di riferimento della famiglia è superiore a 64 anni (tra le famiglie composte da persone sole con più di 64 anni l’incidenza sale al 5,7%).

Famiglie giovani più in difficoltà

L’Istituto evidenzia che in generale, la povertà familiare presenta un andamento decrescente all’aumentare dell’età della persona di riferimento: le famiglie di giovani hanno più frequentemente minori capacità di spesa poiché dispongono di redditi mediamente più bassi e hanno minori risparmi accumulati nel corso della vita o beni ereditati. La povertà assoluta riguarda l’8,9% delle famiglie in cui la persona di riferimento ha tra i 18 e i 34 anni e il 5,1% di quelle con persona di riferimento oltre i 64 anni. Rispetto al 2018 l’incidenza di povertà scende dall’8,3% al 6,9% per le famiglie con persona di riferimento fra i 45 e 54 anni, aggiunge ancora l’Istat.

 

di: Desiree Ragazzi @ 11:57


Giu 15 2020

Virus, Istat certifica il salasso delle imprese italiane: fatturato dimezzato per oltre il 40%

Eccolo il bagno di sangue del lavoro italiano. Registrato e certificato dall’Istat attraverso numeri e percentuali da brivido. Un salasso di fatturato, nel bimestre marzo-aprile, che riguarda oltre il 70 per cento delle imprese rispetto allo stesso periodo del 2019. Secondo il nostro Istituto di statistica, nel 41,4 per cento il fatturato risulta più che dimezzato, ridotto tra il dieci e la metà, nel 27,1 e solo in tre casi su cento la riduzione è stata inferiore al dieci. Fatturato stabile, infine, solo per l’8,9 per cento delle imprese.

L’Istat: il bimestre marzo-aprile è stato un bagno di sangue

Nel burrone del “fatturato zero” sono precipitate poco meno di 15 imprese su cento (il 14,6). Tra queste, fa sapere l’Istat, a guidare la classifica sono le quelle attive nell’ambito delle attività sportive, di intrattenimento e divertimento. A seguire, agenzie di viaggio e tour operator e i servizi di alloggio. I servizi di ristorazione hanno perso il 35,4 per cento. Il fatturato del bimestre marzo-aprile 2020 è aumentato soltanto per il cinque per cento delle imprese, di cui l’1,4 per meno del dieci per cento e il 3,6 per oltre quella percentuale. Si tratta, in totale, di circa 50mila imprese. La riduzione del fatturato – si legge in una nota – è una condizione diffusa in tutti i settori, con quote più elevate nell’industria dei beni di consumo. In particolare in quella del mobile, del tessile e degli articoli in pelle, dei beni investimento, tra cui spicca il dato dell’automotive e del commercio.

Val d’Aosta e Trentino le zone con più imprese a “fatturato zero”

Differenze significative si rilevano osservando la dimensione aziendale. Il 58,5 per cento delle micro imprese dichiara una perdita superiore alla metà o addirittura nessun fatturato, il 48,5 delle piccole, il 33,4 delle medie. Tra le grandi aziende la percentuale scende al 27,4, con una riduzione oscillante tra il dieci e il 50 per cento. Sotto il profilo territoriale, informa ancora l’Istat, sono la Valle d’Aosta (64,1 per cento) e la Provincia autonoma di Trento (60,2) i territori dove insiste il maggior numero di imprese senza fatturato o con fatturato ridotto di più della metà. Significativo il dato anche di Marche (59,4 per cento), Abruzzo (58,9), Sardegna (58,8), Toscana (58,5) e Calabria (58,4).

 

di: Mario Landolfi @ 13:51


Giu 14 2020

Stati Generali? L’unico progetto di questo governo è l’economia della povertà

“Stati Generali” è una formulazione pre-rivoluzionaria, il Sovrano convocava a sua volontà i rappresentanti delle varie componenti sociali, il popolo era escluso: Aristocrazia, Alto e Basso Clero, Borghesia. E davano solo parere. Niente a che vedere con i Parlamenti che nacquero contro gli Stati Generali con la Rivoluzione Francese, in Europa continentale. Quindi convocare Stati Generali in epoca parlamentare è incongruente, un passo indietro.

Ammettiamo che siano forme di ascolto, discussione , elaborazione di proposte.Si parlerà di informatizzazione, di Intelligenza artificiale, di Green Economy, di Smart Economy, di Alta Velocità, di Cantieri Aperti, snellimento, semplificazione, sburocratizzazione, Sostenibilità Ambientale, Riforma della Giustizia, e quant’altro di risaputo. Era preferibile agire, ma oggi, in Italia, l’annuncio vale un fatto, non si agisce, si dice che cosa verrà fatto. E si dice senza fare.

L’Economia Verde, la purificazione dell’ambiente, quale contributo possono ricevere da un Convegno se ne discutiamo da anni? L’ apertura dei cantieri? Da anni in sospeso, per timore di danni ambientali, per sospetti sulla corruzione infiltrata. C’era occorrenza di un Convegno? Informatizzazione, Intelligenza Artificiale, Smart Economy… Sono curiosissimo di conoscere se vi sarà qualcuno che indagherà sulla rovina di posti di lavoro che ne verrà. Avrei indicato altri temi: sull’opportunità di rivedere le misure che regolano l’apertura dei bar ,ristoranti, alberghi, spiagge, sale da ballo, negozi,assembramenti, mascherine, guanti, misure assolutamente punitive dell’imprenditorialità . Inutile proporre se abbiamo regole paralizzanti! Che rinascita? Spero esista una ridiscussione delle misure regolative. Qualsiasi progetto, qualsiasi “apertura” di attività con queste regole finisce.

Ci si rende conto che l’informatizzazione, l’intelligenza artificiale colpiscono migliaia e migliaia di posti di lavoro? Che la caduta demografica ci rende un Paese con popolazione sostituita, in balia degli stranieri? Si parlerà di questo? Dei cinesi che continuano a divorare animali selvaggi? Che occorre concepire imprese di lavoratori-imprenditori che spartiscono tra loro il profitto, e lavorano quanto occorre per sostenersi, proprietari dell’impresa, autoccupati? Si proporrà il Baratto Sociale, ossia lo scambio di prestazioni, il professore dà una lezione, il muratore-studente aggiusta la casa, e tutto il resto per ogni attività scambiabile! O l’Impresa Pattizia, un accordo tra capitalista e lavoratori per salvare l’impresa e l’occupazione, agendo su orari, salari, profitto, produttività.C’è qualcuno che ne parlerà?

Il vero tema è: quale modalità economica genera maggiore e più sana occupazione.Variare le componenti: produttività,orari, salari, salute, profitto, e cercare la combinazione con il maggiore vantaggio relativo rispetto al valore assoluto della massima occupazione sana. Agendo senza categorie prestabilite, senza certezze non verificate. Per dire: se l’economia verde è un disastro la si attenui o freni, se l’informatizzazione disumanizza(il lavoro da casa) e rende pazzi alla lunga, la si attenui o la si coniughi con il lavoro sociale. Insomma, avere libera mentalità combinatoria delle variabili. Invece si discute su scelte già decise anche se non attuate. Ma per ribadire: il lavoro da casa può sconvolgere la mente, dare per certo che sia la via del futuro è una ipotesi da valutare nella realizzazione. Invece non ci sarà una problematica ma una direzione già presa. In ogni caso: attenti all’occupazione , è la questione non una questione.

Temo che saranno capaci di un capolavoro: disoccupazione da regole antivirali, disoccupazione da modificazione del tipo di economia (verde, informatizzazione, intelligenza artificiale), progetti inconsistenti che l’Unione Europea non approverà, o compromessi ,denaro come sussidio senza un piano di produzione e riforme. Sapete perché? Perché questo Governo non vuole l’imprenditorialità, non vuole l’uomo che lavora, l’uomo che fa impresa ,entrambi autonomi, liberi. Questo Governo vuole degli impoveriti che hanno bisogno dello Stato (Governo) per ricevere soccorso e fare gli obbedienti. Si rivolge alla parte pigra, delusa, inattiva della società o al velleitarismo ambientalista. L’Unico Progetto di questo Governo è l’Economia della Povertà Soccorsa purché resti Povertà. Ma questo scopo lo attua già, non occorreva un convegno.

di: Annalisa Terranova @ 12:37


Giu 13 2020

Pensioni, ufficiale il taglio del 2021-2022: ecco chi sarà penalizzato

Non ci sono buone notizie sul fronte pensionistico. L’assegno sarà più basso per chi uscirà dal lavoro dal 2021; con una riduzione rispetto a quello attuale per via dell’abbassamento della quota contributiva. Lo ha stabilito il decreto del 1° giugno scorso relativo alla revisione triennale dei coefficienti di trasformazione di tale quota. Lo leggiamo su  laleggepertutti.it  Il decreto è stato pubblicato giovedì scorso sulla Gazzetta Ufficiale. Fino ad ora i coefficienti di trasformazione del montante contributivo erano compresi tra il 4,20% per chi lasciava il lavoro a 57 anni di età; ed il 6,513% per chi andava in pensione a 71 anni. Tali percentuali ora si riducono, rispettivamente, al 4,186% e al 6,466%. I valori dei coefficienti sono stati di nuovo trasformati in negativo: un trend negativo iniziato più di 10 anni fa e che non accenna a fermarsi. Tale doccia fredda su chi ha lavorato un vita avrebbe potuto essere risparmiata. Per chiarezza, i coefficienti di trasformazione sono quei valori utilizzati nel  calcolo contributivo della pensione: ovvero per quella quota di contributi maturata dopo il 1° gennaio 1996; o il 1° gennaio 2012 per coloro che entro il 31 dicembre 1995 hanno maturato 18 anni di contribuzione. Grazie ai coefficienti di trasformazione il montante contributivo accumulato dal lavoratore si traduce in pensione. Più il coefficiente è elevato e maggiore sarà l’importo della pensione. A tal proposito, la famigerata Legge Fornero ha introdotto un meccanismo che premia i lavoratori che escono più tardi dal mercato del lavoro: più è alta l’età del lavoratore, infatti, e maggiore sarà il coefficiente di trasformazione applicato. Un capestro, naturalmente. Un esempio: un’impiegata statale che va in pensione a 67 anni, con meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 ;e con una quota contributiva dal 1° gennaio 1996 e un montante contributivo di 681mila euro. Il suo assegno complessivo passerà da 64.000 euro a 63.700 euro: cioè prenderà 300 euro in meno di pensione.

A chi va un po’ meglio

Va leggermente meglio a chi ha accumulato nell’arco della sua vita lavorativa almeno 18 anni di contributi entro la fine del 1995.  La quota contributiva si calcola dal 1° gennaio 2012;  e, pertanto, a fronte di un montante contributivo di 100mila euro; derivante da uno stipendio annuo di 30mila, la quota C di pensione scenderà da 5.604 euro a 5.575 euro; con un taglio non doloroso di 29 euro lordi annuali. Anzi: per loro l’impatto potrebbe essere nullo. Per effetto del doppio calcolo previsto dalla legge n. 190/2014, dove non è prevista la quota contributiva. I nuovi coefficienti non interesseranno dal 1° gennaio 2021 le pensioni attualmente in vigore o quelle a cui si accederà fino alla fine di quest’anno.

Trend negativo

Siamo alla quinta revisione dei coefficienti di trasformazione – leggiamo su Money. it – dal 2019; da allora ogni modifica è stata in negativo; e lo stesso vale per quella valida per il biennio 2021/2022 annunciata nei giorni scorsi. Lo svantaggio è, quindi, saranno coloro che andranno in pensione nei prossimi due anni, i quali riceveranno un assegno inferiore a chi invece ci andrà entro la fine del 2020. La differenza sulla pensione annua in realtà non è enorme;, ma se guardiamo il trend iniziato nel 2009 ne risulta che da allora l’assegno annuo di pensione ha subito un taglio del 12%. Va da sé che l’unica soluzione per è quella di restare al lavoro più anni, così che sul montante contributivo venga applicato un coefficiente di trasformazione più favorevole. Il coefficiente massimo, come si può vedere dalla tabella precedente, si applica infatti per coloro che restano a lavoro fino ai 71 anni. Non è uno scenario roseo.

di: Antonella Ambrosioni @ 13:41


Giu 12 2020

Regeni, svelato il bluff di Di Maio: il governo autorizza l’affare delle navi con l’Egitto

In un illuminante pezzo di Repubblica questa mattina si racconta la cruda verità che non piacerà ai familiari di Giulio Regeni: la vendita delle navi all’Egitto andrà in porto, senza dubbio, nonostante i presunti dubbi di Di Maio e le finte costernazioni di Conte e di qualche ministro. Ieri, informa il quotidiano romano, nessuno dei ministi che ha partecipato a una riunione sul tema, si è opposto all’affare, già definito peraltro, con Fincantieri. Solo Leu avrebbe espresso la propria contrarietà col ministro Speranza, mentre i Pd avrebbero solo chiesto parole di condanna del premier sul silenzio dell’Egitto sulla morte di Giulio Regeni.
“A Conte – dice Speranza a Repubblica – ho sempre detto che noi eravamo contrari, abbiamo anche fatto una riunione di gruppo dove il no è stato ribadito, non è vero che tutti i capi delegazione erano d’accordo. Abbiamo anche presentato un’interrogazione parlamentare, ma non è bastato”. 

Il governo delude i familiari di Giulio Regeni

Tutti gli altri hanno detto sì all’operazione Egitto-Fincantieri, per non danneggiare l’economia nazionale in questa fase di crisi. Pure i renziani, anche se oggi l’ex premier fa finta di avere una posizione dura. “Mi permetto di dirle e scandisco ciò che sto dicendo, che è arrivato il momento che gli inglesi dicano la verità su questa storia, l’atteggiamento di apparati istituzionali inglesi non è più accettabile”, dice Matteo Renzi, intervistato a Circo Massimo, su Radio Capital, parlando del caso Regeni. Per il leader di Italia Viva “è arrivato il momento che tutti tirino fuori le carte sulla vicenda”. Ma in Cdm ha detto sì anche lui…

di: Luca Maurelli @ 12:52


Giu 11 2020

Panico da Covid nelle Borse di tutto il mondo. Milano “maglia nera” in Europa (-4,55%)

Un giovedì decisamente negativo quello vissuto oggi dalle Borse di tutto il mondo. Titoli ovunque in territorio negativo sin dalle prime battute: da quelle asiatiche a Wall Street, passando per i mercati azionari europei. Del resto, era ampiamente prevedibile dopo le analisi di Ocse e Federal Reserve sui tempi lunghi della ripresa economica e la preoccupazione per una seconda ondata di contagi da Covid-19 negli Stati Uniti, dove i casi hanno superato quota due milioni. Ad aggravare la percezione di rischio, anche la situazione della pandemia in Sudamerica. Scontate, quindi, le vendite in avvio, sui mercati azionari europei.

Tonfi anche nelle Borse di Francoforte, Londra e Parigi

Alcuni indici come l’Eurostoxx 50 e il Dax 30 venivano da ben tre cali consecutivi e Piazza Affari da due giorni di acuta flessione. Al mento in ci scriviamo, l’indice Mib perde 4,55 punti. La Borsa di Milano è “maglia nera“, trascinata al ribasso dall’apertura negativa di Wall Street. Appena meglio Francoforte, che segna un meno 3,30 per cento. Perdite oltre il tre anche nelle Borse di Londra (-3,09) e di Parigi (-3,57). Il nervosismo che serpeggia sui mercati è legato soprattutto ai rischi di nuove ondate di contagi, con indicazioni di aumenti in alcuni Stati Usa.

Pesano le analisi della Federal Reserve sui costi e sui tempi della pandemia

In più, molti analisti avevano espresso scetticismi per la disinvoltura con cui erano state appena cancellate le perdite innescate dalla pandemia, con alcuni indici perfino tornati ai record precedenti. Il timori della Federal Reserve hanno innescato anche il calo del petrolio. Il prezzo dell'”oro nero” è sceso di oltre tre punti percentuali. Come sempre, a fare da cartina di tornasole della paura che pervade i mercati di fronte all’incognita del rischio, è il prezzo dell’oro. Il più nobile dei metalli, bene rifugio per eccellenza, è ora a 1732 dollari, lo 0,7 per cento in più rispetto alla giornata di ieri.

di: Mario Landolfi @ 18:07


Giu 11 2020

Stop allo strapotere della tecno-scienza, ripartire? Servono altri approcci: l’Ucid scrive a Conte

Stop alla tecno-scienza, per ripartire serve un altro approccio. È questa, in grande sintesi, la tesi del Comitato Tecnico Scientifico dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (Ucid) su come rilanciare i settori sociali, politici ed economici dopo la crisi del coronavirus. Vediamola nel dettaglio delle sue proposte enucleate in una lettera aperta indirizzata al premier Conte.

Il Cts dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti scrive a Conte

Il Cts dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti, presieduto da Riccardo Pedrizzi, in una lettera aperta al premier Conte, ha analizzato debolezze e possibilità di rilancio dei vari settori della vita pubblica dopo la crisi del coronavirus. In relazione all’annuncio di convocazione degli “Stati generali dell’economia” e con l’auspicio di poter partecipare all’incontro con una propria rappresentanza. Sempre in un’ottica solidaristica, cattolica e riformista. Il riferimento di fondo delle tesi resta la dottrina sociale della Chiesa. Non casuale nel documento firmato dal CTS dell’Ucid, è la “profezia” di Benedetto XVI contenuta nell’Enciclicla “Caritas in Veritate” sul supporto fondamentale della Fede. Imprescindibile nel «riprogettare il cammino. Per darci nuove regole. Trovare nuove forme di impegno. Per puntare sulle esperienze positive e rigettare quelle negative».

La crisi post coronavirus, occasione di discernimento e nuova progettualità

«La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente», è il richiamo che l’organismo presieduto da Pedrizzi fa all’attuale necessità di rimboccarsi le maniche. Con nuove consapevolezze, però. Come quella della non onnipotenza della tecnocrazia e della tecnoscienza. Sulla necessità di bloccare la loro supremazia sulla vita e sulla coscienza dell’uomo. Come ci ha svelato la crisi della pandemia da coronavirus, che ha evidenziato tutti i limiti sociali, politici, economici e sociali di un approccio esclusivamente “scientista” ai problemi del mondo. C’è poi il tema politico dell’Europa, dei limiti che ha mostrato, nella forma e nella sostanza. Anche qui l’Ucid richiama le parole rivolte da Papa Francesco all’Europa. Parole che pesano, che rendono, senza mezzi termini e senza possibili equivoci, con grande chiarezza e anche con una forte determinazione la dimensione della posta in gioco: «L’Unione Europea ha davanti a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero».

Economia, la strada indicata dagli imprenditori cattolici

Infine, l’economia. La strada che indicano gli imprenditori cattolici è quella di lavorare per un «mercato libero perché praticato in regime di concorrenza, ma vincolato nella qualità delle prestazioni e garantito nell’accessibilità ai servizi». Un mercato in cui la concorrenza è leale e reale e l’apparato delle Pmi italiane sia messo in condizione di competere con l’estero, contro il dumping mondiale e per arginare il gap tra le diverse condizioni burocratiche e fiscali di altri Paesi. Nel segno del made in Italy, ma anche dell’etica del lavoro e della valorizzazione dell’uomo, del lavoro e della produzione.

di: Priscilla Del Ninno @ 13:00


Giu 10 2020

Basta soldi buttati per Alitalia, serve un piano intermodale per rilanciarla

Riceviamo e pubblichiamo.

Inquadrare la soluzione della crisi di Alitalia in un piano della mobilità intermodale che, favorisca anche lo sviluppo industriale di un vettore di sistema, mi pare un’ambizione purtroppo non alla portata di questa Italia. Tuttavia se vogliamo evitare che, i soldi dei cittadini finiscano nel pozzo senza fondo della nostra compagnia di bandiera, proprio da qui bisognerebbe partire. Nel mondo connesso dei cieli, dove le infrastrutture sono sempre più spesso dominate dai vettori è fondamentale per una compagnia avere la forza di imporre gli scali che le sono utili.

Oggi in Italia il trasporto aereo continua ad essere considerato un modo di mobilità che non necessariamente deve essere in rete con il resto della rete di trasporto. In tutto il mondo gli scali aerei delle principali città possono disporre di connessioni attraverso metropolitane, strade e superstrade, ferrovie, in Italia queste infrastrutture o mancano, o sono incomplete o sono obsolete. Le due città più importanti Roma e Milano sono ancora oggi in affanno nei collegamenti con gli scali aerei cittadini. Il Trasporto aereo perciò soffre prima di tutto per la difficoltà di poter disporre di infrastrutture adeguate. Una delle ragioni profonde di questa difficoltà è che gli scali sono tutti privati in Italia o peggio appartengono a società private con azionisti pubblici che spesso si disinteressano del conto economico delle stesse.

Per capire bene di cosa stiamo parlando, si faccia riferimento alla Alta Velocità. Essa dispone di un’infrastruttura che è stata costruita, sia nella linea che per le stazioni, direttamente dallo Stato che poi la affitta ai vettori. In questo caso, con grande fatica, però si sono fatti, importanti investimenti. Gli stessi investimenti non sono considerati nel trasporto aereo, anche se poi in realtà vengono consumate risorse finanziarie paragonabili. Nel caso di AV il denaro è utilizzato per le infrastrutture, viceversa per Alitalia esso è finito nella spesa corrente.

In sostanza l’asimmetria del trasporto aereo, rispetto alle altre modalità di trasporto, risiede nel fatto che, per tutti i trasporti terrestri, compresi quelli marittimi, le infrastrutture, di rete e di accesso, sono direttamente nella disponibilità del regolatore pubblico, per il trasporto aereo viceversa il regolatore è terzo rispetto ai soggetti interessati al trasporto.

E’ evidente che se si vuole fare volare la Compagnia di Bandiera bisognerà definire un progetto di sviluppo e di utilizzo dei vari sistemi di mobilità che inducano gli utenti a servirsi del mezzo più conveniente per le proprie esigenze. Lo Stato da parte sua dovrà incrementare l’offerta per indurre l’utilizzo alla mobilità meno costosa per gli interessi generali in termini di spesa, ma anche in ragione dei vantaggi complessivi compresi quelli di natura ambientale oltre chè per gli interessi economici.

Il piano della mobilità intermodale è perciò il primo passo che il Governo dovrebbe fare se vuole cominciare a chiudere il pozzo senza fondo che è diventata Alitalia, accompagnando questo progetto con una serie di interventi che garantiscano gli investimenti senza pesare sulle tariffe, eliminando di appesantire i costi dei biglietti con balzelli a difesa della fiscalità di territorio. Il piano dovrebbe darci un sistema di mobilità che riservi a ciascun cittadino un unico modo di trasporto per raggiungere la propria destinazione. Ovviamente questo obiettivo è ideale e irrealizzabile, ma la costruzione del progetto dovrebbe avere proprio questo indirizzo, per andare in un determinato luogo si può utilizzare solo l’auto, o il treno, l’aereo o la nave, e tutto dovrebbe concorrere per dare all’utente quella modalità di trasporto che sia la più confortevole al prezzo più basso possibile.

di: Luca Maurelli @ 11:58


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