Nov 15 2019

Commercio, Pavoncello (Ana): “Incontro produttivo al Mise”

Oggi una delegazione composta dai dirigenti dell’Ana (Associazione nazionale ambulanti) Marrigo Rosato, Alessandro Musolino e Angelo Pavoncello sono stati ricevuti da Daniel De Vito, capo della segreteria tecnica del ministero dello Sviluppo Economico. Lo fa sapere, in una nota, il vicepresidente e portavoce Pavoncello.

«Nell’incontro, in particolare si sono affrontati i temi del rinnovo automatico delle concessioni, del riconoscimento storico culturale dei mercati e delle fiere come patrimonio italiano da tutelare – continua Pavoncello – e le tematiche e problematiche locali quali, la salvaguardia delle oltre 200 concessioni in discussione degli operatori dell’Emilia Romagna,della soppressione estiva dei mercati della costiera amalfitana, e dei mercati di Lentini in Sicilia e Praia a Mare in Calabria,  che i sindaci arbitrariamente e senza alternative,sospendono creando un grave danno economico agli operatori ambulanti del posto».

Inoltre, «si è approfondito il tema sui problemi che ingiustamente sta creando l’amministrazione capitolina alle Rotazioni e agli operatori storici dei cosiddetti Urtisti, dove abbiamo sottolineato che, il comune di Roma sta applicando la normativa per le delocalizzazioni in modo del tutto errato, così come specificato  in più sentenze emesse sia dal T.A.R. del Lazio, che dal Consiglio di Stato – prosegue Pavoncello – addirittura nel caso degli Urtisti e delle attività su area pubblica che hanno oltre 50 anni , disapplicando la legge regionale, che specifica in modo inequivocabile che vanno tutelate e valorizzate, le localizzazioni dei posteggi degli stessi».

Pavoncello: “Un lungo e cordiale incontro al Mise”

«Pertanto sul problema del mancato rispetto della legge da parte di Roma Capitale, abbiamo chiesto un intervento forte del Ministero, con una determinata ministeriale o una nota ufficiale, che imponga al comune di rispettare la legge regionale come previsto dal T.U.E.L. (Testo unico degli enti locali), ovvero che un organo amministrativo inferiore non può deliberare, non rispettando o disapplicando, le normative e le leggi dell’organo superiore».

L’Ana è pronta per la manifestazione del 27 novembre

«Il lungo e cordiale incontro, si è svolto per affrontare anche alcune problematiche degli ambulanti, anche in vista della Manifestazione Nazionale del 27 novembre a piazza Montecitorio». Infine, «è stato concordato di inviare nei prossimi giorni le proposte ufficiali che saranno valutate dai ministeri competenti». «Ana– conclude Pavoncello – ringrazia il dottor De Vito per la disponibilità dimostrata a superare le difficoltà della categoria».

di: Valter Delle Donne @ 17:21


Nov 15 2019

Pensioni di vecchiaia, il requisito sarà di 67 anni anche nel 2021. La speranza di vita non cresce

Non si muove il requisito anagrafico per andare in pensione di vecchiaia. È  una buona notizia per alcuni. Anche se riflette il fatto che la speranza di vita non cresce. E così il requisito per l’accesso alla pensione di vecchiaia resta fissato a 67 anni anche nel biennio 2021-2022. Come è adesso.

Il passaggio, necessario da quando il nostro sistema pensionistico si è adattato alla speranza di vita, è stato messo nero su bianco dal decreto del ministero dell’Economia. Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale: “Dal 1° gennaio 2021 i requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici non sono ulteriormente incrementati”.

L’aumento della speranza di vita a 65 anni infatti, è di 0,021 decimi di anno. “Trasformato in dodicesimi di anno equivale ad una variazione di 0,025.  Che, a sua volta arrotondato in mesi, corrisponde ad una variazione pari a 0”.

Essendo gli adeguamenti biennali, il livello fissato resterà tale anche per tutto il 2022. Solo dopo potrà scattare un nuovo adeguamento, che in ogni caso non può superare i 3 mesi alla volta (quindi si potrà salire nel 2023 al massimo a 67 anni e 3 mesi).

Per la pensione di vecchiaia è necessario che siano stati versati almeno 20 anni di contributi. Chi è in regime contributivo (carriera lavorativa avviata dopo il 1996), per andare in pensione di vecchiaia è necessario avere un trattamento pari a una volta e mezzo il minimo.

di: Aldo Di Lello @ 16:40


Nov 14 2019

Macrì (Estra Spa) avverte sui rischi del “turismo energetico”: «I clienti così diventano prede»

«Il mercato dell’energia rischia di trasformarsi in un terreno di caccia. Le “prede” sono i clienti». Si avvicina la liberalizzazione del mercato dell’energia e Francesco Macrì, presidente di Estra Spa spiega quali sono le mosse dei venditori.  «Le più facili sono quelle che praticano, con l’illusione del risparmio, il “turismo energetico”. Passando rapidamente e frequentemente da un’azienda all’altra. Un fenomeno  – dice Macrì – in crescita e sintomo di un malessere più ampio legato alla crisi economica. Ma anche ad atteggiamenti commerciali aggressivi e violenti che in altre parti d’Europa vengono contrastati».

Che cosa accade all’estero?

Un esempio ci viene dall’Inghilterra dove è stato imposto il vincolo per i clienti di avere un periodo minimo iniziale di fornitura di energia. Tutto ciò per disincentivare gli switch disonesti e gli ammanchi nei pagamenti. L’aggressività utilizza anche ciò che di meglio offrono le nuove tecnologie. Dai big data analysis sempre più raffinati ai casi di vera e propria compravendita delle liste di marketing per l’ampliamento della base clienti. E il potenziamento ad ogni costo dei risultati di vendita. Se il cliente è una preda, allora si allarga sempre di più la forbice tra persone e imprese energetiche che, per di più, affidano le loro relazioni con i clienti ad operatori di call center stranieri. Con pochi scrupoli e lontani dai cittadini e dai loro territori».

Quali sono le conseguenze di questo tipo di commercializzazione?

L’esito è un vero e proprio scollamento tra clienti e società erogatrici di servizi, tra esigenze dei cittadini e quelle di un mercato via via più concorrenziale. Questo scollamento è oggi un forte limite per il corretto funzionamento del mercato energetico italiano.

Come si pone l’azienda che lei presiede?

Estra ha invece fatto delle corrette relazioni con i clienti e della prossimità ad essi, il suo elemento caratterizzante, la sua identità imprenditoriale. E questo nella convinzione che occorra restituire vero valore al rapporto con i cittadini e ristabilire un nuovo patto di fiducia nell’erogazione dei servizi energetici. Per farlo è necessario sviluppare un nuovo modello commerciale. Incentrato sul servizio di prossimità, sul rapporto con i territori per cui si opera, basato su una visione dell’azienda efficiente e vicina al cittadino, in grado di competere sul mercato. Ma mantenendo radici salde con le aree di propria pertinenza. Bisogna parlare la lingua dei territori per rispondere in modo efficace alle richieste di clienti sempre più esigenti e interconnessi. Da qui l’urgenza di assicurare l’italianità dei servizi di contatto. Tutto ciò per essere più vicini ai territori ma anche per una più immediata comprensione dei contenuti.

Ci faccia un esempio

Il Gruppo che presiedo ha interrotto a partire dal 2016 tutti i rapporti con i call center stranieri anticipando l’azione governativa finalizzata a riportare l’attività in Italia. Allo stesso modo, abbiamo anche approvato di recente un protocollo volontario di autoregolamentazione con misure di tutela per il cliente superiori a quelle minime previste dalle norme. Il protocollo statuisce un organismo di controllo a cui prendono parte anche le associazioni dei consumatori. In definitiva le aziende di fornitura, spesso a loro volta vittime di truffe e raggiri, sono comunque chiamate ad autoregolamentarsi per ristabilire una pax con i clienti. E nel caso anche supplendo al ruolo delle istituzioni normatrici e colmandone il vuoto regolamentare.

di: Desiree Ragazzi @ 17:50


Nov 13 2019

Tutte le fregature della moneta elettronica tanto cara al governo: vale meno, ci costa di più

Sulla “sfida” tra moneta cartacea e moneta elettronica, riceviamo da Andrea Migliavacca e volentieri pubblichiamo:

Nel 1975, citando un anno a caso, per un bambino di 5 anni avere una banconota da 500 lire significava disporre di un patrimonio inestimabile. Una banconota di carta verdognola (da conservare religiosamente), che dava l’idea del valore del denaro. Oggi la banconota di più piccolo taglio è quella di 5 euro, con analogo colore e forse minor potere d’acquisto. Per l’odierno bambino di 5 anni, però, la moneta di 5 euro non ha lo stesso valore, neppure didattico rispetto alla svalutata lira. Soprattutto perché dovrà imparare ad attribuire un valore nominale facendo riferimento al display del proprio “conticino” corrente elettronico. Non più col fruscio della carta, né col tintinnio delle monete.

Il costo della moneta elettronica

Abitudine a cui dovranno piegarsi anche quei bambini degli anni Settanta ed i loro anziani genitori. Perché la moneta cartacea è diventata sinonimo di malaffare, di evasione e dunque da ripudiare. Tutte le transazioni dovranno avvenire con moneta elettronica, oggi in prevalenza affidate a carte di debito (bancomat) e/o di credito. Ogni transazione comporta (e ciò avverrà verosimilmente anche per il futuro) una “commissione” in uscita ed una in entrata. Così quei 5 euro dell’esempio, dopo anche un solo passaggio e senza produrre più di uno scambio di beni e/o servizi, verrebbero azzerati dalle commissioni. Ciò non accadrebbe con la moneta cartacea.

Quando il sistema non funziona

Il 9 novembre, sabato scorso, quel bambino del 1975 (frattanto cresciuto), come molti italiani sparsi per tutto il territorio nazionale, ha cercato di affrontare un pagamento, tramite bancomat, presso un negozio della grande distribuzione. Invano, però, perché la rete del servizio interbancario non funzionava e ciò senza una plausibile ragione: solo contanti o carta di credito. Qualche giorno più tardi, la banca Unicredit iniziava a recapitare a tutti i suoi correntisti (circa 3 milioni) una comunicazione (cartacea, quindi più attendibile di una mail).

Una preoccupante comunicazione della banca

“Gentile Cliente, ci preme comunicarLe – era l’incipit – che abbiamo individuato un accesso non autorizzato ad alcuni dati relativi ai nostri clienti, tra cui i Suoi”. I dati in questione, che risalgono al 2015, sono esclusivamente di carattere anagrafico ed in particolare riguardano nome, cognome, comune e provincia di riferimento, numero di telefono cellulare, indirizzo e-mail. Poi la lettera prosegue: “Ci teniamo a precisare che non sono stati compromessi altri dati personali, né coordinate bancarie in grado ci consentire l’accesso ai conti dei clienti o l’effettuazione di transazioni non autorizzate”. La parte seguente invita ad una corretta conservazione delle credenziali, per evitare eventuali violazioni.

Tanti interrogativi tra privacy e diritto

Non si comprende se la banca abbia inviato la comunicazione indistintamente a tutti i correntisti, solo per scrupolo, o perché ciò sia imposto dal vigente regolamento europeo per il trattamento dei dati personali. Resta il fatto che l’informazione, resa nota a quattro anni di distanza, ci consegna una circostanza che dovrebbe destare più di qualche riflessione, in particolare nel legislatore, che vuole affidare agli istituti di credito ogni transazione, con moneta elettronica, per limitare – così ci dice – il fenomeno dell’evasione. Le perplessità sono tante, soprattutto da parte di chi si è trovato bruscamente catapultato nel mondo digitale, dopo una vita analogica. Sono tanti anche gli interrogativi, da rivolgere non solo al Garante per il trattamento dei dati personali, ma anche al legislatore, sempre più miope e strabico. Quello strabismo divaricato che allontana il concetto di Diritto da quello di Giustizia.

di: Annamaria Gravino @ 12:17


Nov 12 2019

È l’agriturismo il vero tesoro verde dell’Italia: il settore in crescita ininterrotta da venti anni

L’agriturismo in Italia, secondo gli ultimi dati disponibili di Istat e Ismea, ha registrato una crescita ininterrotta negli ultimi venti anni. Raggiungendo nel 2017 i 12,7 milioni di presenze. A sostenere la domanda sono soprattutto i turisti stranieri. Accanto ai tradizionali Paesi di provenienza (Germania, Paesi Bassi, Francia e Stati Uniti) si evidenziano incrementi a doppia cifra di ospiti da altri Paesi. Brasile, Russia, Cina, Croazia e Danimarca. Il fatturato del settore, in aumento del 6,7% rispetto all’anno precedente, raggiunge la quota di 1,36 miliardi di euro. L’offerta consta di 23.406 aziende attive (+3,3% rispetto al 2016). L’agriturismo è una delle componenti delle attività di supporto e secondarie che nel 2017 rappresentano il 22,4% del valore della produzione agricola.

A livello europeo il nostro Paese da solo detiene il 27,4% del valore delle attività secondarie complessivamente prodotto nella Ue. Per macroaree, gli agriturismi sono concentrati prevalentemente al Nord, 45%, al Centro, 35% e al Sud, 20%. A livello regionale per numero di aziende spiccano su tutte la Toscana e la Provincia Autonoma di Bolzano con 4.568 e 3.187 (insieme il 33,1% dell’offerta nazionale). Segue la Lombardia con 1.637 aziende. Anche in termini di pernottamenti, 31,1%, a farla da padrone è la Toscana seguita da Provincia di Bolzano, 21,5%, Veneto 7,3% e Umbria 6,5%.

La Toscana è la terra dell’agriturismo

La Toscana è la terra di agriturismi. In Toscana il saldo delle aziende agrituristiche continua a essere attivo. Nel 2018 sono nate 218 nuove attività a fronte di 115 chiusure. La differenza ha portato a 4.622 (+1,2% sul 2017) il numero delle imprese attive e a quasi 64mila posti letto. A guidare la classifica sono Siena con 1.146 aziende e 16.648 posti letto. Poi segue Grosseto con 1.030 agriturismi per 12.594 posti letto. Firenze è terza con 633 strutture e 10.333 posti letto. Seguono Arezzo, 572 strutture, Pisa 459, Livorno 287, Lucca 198, Pistoia 175, Massa Carrara 95, Prato 27. Del totale delle aziende agrituristiche toscane, 1.268 propongono soltanto alloggio, 1.329 alloggio e ristorazione, mentre sono 2.779 quelle con alloggio e altre attività. Complessivamente sono  quasi 43mila posti letto.

L’offerta è molto varia, ma la maggioranza delle strutture toscane offre attività sportiva. Ancora poche le possibilità di osservazione naturalistica, 1,4% e la fattoria didattica 1,4%. Quello dell’agriturismo è un settore dominato dai maschi, il 59,9% delle strutture è condotto da un uomo, contro il 40.1% delle donne. Massa Carrara è la provincia che va controtendenza dal momento che le donne alla guida di un agriturismo sono il 50,5%. Mentre Firenze è quella più maschilista in assoluto con il 62,9% degli uomini. Seguono Arezzo 61,5%, Siena 61,4%, Livorno 60,2%, Grosseto 59,7%, Pisa 59,1%, Prato 56%, Pistoia 53,9% e Lucca 51,3%. In Toscana risulta più diffusa a livello regionale la formula alloggio e ristorazione.

di: Antonio Pannullo @ 16:19


Nov 11 2019

Nuovo digitale, incombe la “mazzata” televisore sulle famiglie: l’80% dovrà cambiarlo presto

Non bastavano le tasse del governo giallorosso. Le famiglie dovranno prepararsi a sborsare centinaia di euro tra breve. Sono infatti obbligate a cambiare televisore. E questo per non perdere il segnale digitale terrestre, che sta per rinnovarsi.

«I televisori degli italiani – si legge su la Repubblica– vanno incontro a una lunga fase di transizione»  E ciò a partire dal 2020 e per chiudersi ufficialmente il 1° luglio del 2022.  Cambierà la modalità tecnica con la quale viene inviato e ricevuto il segnale di film, programmi e via dicendo. Caro televisiore addio. È un po’ come accaduto nel passaggio dall’analogico al digitale. Bisognerà metter mano al televisore. Sostituendolo oppure dotandosi di un decoder.  Per i menno abbienti è previsto un bonus. Ma la mazzata per la gran parte delle famiglie rimane.

«Non è affatto un passaggio banale. Anche se si parla di qualche anno di tempo (inizialmente si pensava addirittura di fare il cambio entro il prossimo giugno. Si calcola che , se le frequenze passate alle Telco nella famosa asta da 6,5 miliardi, dovessero esser spente oggi quasi 18 milioni di famiglie italiane – più di otto su dieci – non vedrebbero più i programmi dei canali terrestri. Pochissimi sono dunque i “televisori principali” delle famiglie già pronti al cambio: è dal primo gennaio 2017 che le reti di distribuzione dell’elettronica hanno l’obbligo di vendere tv già Dbt2 Ready, per chi ha in casa apparecchi antecedenti è probabile che ci sia bisogno di una spesa supplementare».

«Già il governo Gentiloni aveva istituito un fondo triennale da 151 milioni di risorse per erogare un bonus per l’acquisto dei nuovi televisori. Dopo una consultazione pubblica, alla fine della scorsa settimana al Ministero per lo Sviluppo economico si è riunito il Tavolo TV 4.0 che ha fatto il punto sulla transizione del sistema radiotelevisivo. La sottosegretaria Mirella Liuzzi ha invitato gli operatori innanzitutto a predisporre un piano di comunicazione che renda il passaggio più trasparente possibile per i consmatori».

di: Aldo Di Lello @ 19:15


Nov 11 2019

Tasse, Gabanelli svela il pasticcio dell’Isa. Meloni: “Un flagello che abbiamo già denunciato”

«I nuovi Isa (Indici sintetici di Affidabilità) dell’Agenzia delle Entrate sono addirittura peggio dei vecchi Studi di settore. Inutili a combattere l’evasione fiscale, sono solo un altro strumento per torchiare i contribuenti. Fratelli d’Italia lo ha sempre denunciato, ora lo dice anche Milena Gabanelli su Dataroom. Basta con oppressione fiscale! No agli studi di settore, no ai nuovi Isa!».

Meloni e la posizione di FdI

Fratelli d’Italia aveva infatti chiesto di esentare dall’ISA tutte le attività professionali, commerciali ed artigiane con fatturato pari o inferiore a 250 mila euro. La Meloni ha definito gli Isa «un vero flagello burocratico che ci ha fatto rimpiangere addirittura gli studi di settore. Era difficile fare qualcosa di peggio degli studi di settore ma ci sono riusciti e questa maggioranza intende andare avanti».

Dataroom, Gabanelli sull’Isa

Oggi è arrivata la conferma ufficiale. Come si legge sul Corriere.it «da quest’anno la nostra affidabilità fiscale è decisa da un algoritmo, che ci dà un voto. Dall’8 in su possiamo stare tranquilli: niente accertamenti e in più benefici premiali, come la possibilità di compensare i crediti di imposta fino a 20 mila euro di Irpef e Ires, e il rimborso Iva fino a 50 mila euro senza visto di conformità. Se invece il voto è inferiore al 6 entri nella lista dei controlli presuntivi. Questa pagella fiscale si chiama Isa – che sta per Indici sintetici di affidabilità fiscale – ed è stata introdotta dall’Agenzia delle Entrate per «favorire l’assolvimento degli obblighi tributari e incentivare l’emersione spontanea di redditi imponibili».

Come funziona l’Isa

Qualche esempio? «Una libera professionista che ogni anno ha dichiarato 50 mila euro e nel 2018 ne ha dichiarati 30 mila perché è andata in maternità diventa anomala, così come la società che ha fatturato meno perché ha un immobile sfitto, oppure l’azienda che ha dovuto pagare 100 mila euro di spese legali straordinarie. Anche un professionista con un contratto part-time risulta anomalo, perché non raggiunge il reddito previsto dall’Agenzia delle Entrate calcolato sull’andamento degli otto anni precedenti. E pazienza se un contribuente nel 2018 ha cambiato datore di lavoro e incassa la metà rispetto al 2017».

 

di: Valter Delle Donne @ 17:59


Nov 11 2019

Nuove tasse, è stangata per le famiglie: il Codacons ha fatto i conti…

È salato il conto che l’esecutivo giallorosso presenterà agli italiani. La manovra del governo e tutti gli interventi finora inseriti al suo interno costeranno nel 2020 la bellezza di 234 euro a famiglia. E questo a causa delle nuove tasse previste dalla Legge di bilancio. Lo afferma il Codacons. Che ha analizzato quanto emerso dalla relazione del Servizio studi del Parlamento.

Il Codacons  ha fatto la somma delle nuove tasse e dei balzelli inseriti dalla manovra.  E che sono stati passati al setaccio dal Servizio Studi del Parlamento. Le casse statali potranno contare nel 2020 su entrate aggiuntive pari a 6,1 miliardi di euro. La  voce di spesa che avrà un impatto maggiore è la ”plastic tax”. Che vale 1,1 miliardi di euro. Mentre più contenuto il gettito che dovrebbe garantire la ”sugar tax”, pari a 233 milioni di euro.

Costeranno di più tabacchi e cartine, con le accise che verranno ritoccate per quasi 119 milioni di euro, e anche la fortuna verrà tassata, con un balzello ad hoc che vale 296,1 milioni di euro nel 2020. 51 milioni di euro sarà invece il guadagno dello Stato grazie alla stretta fiscale sui buoni pasto cartacei. Non tutte le tasse inserite nella manovra si applicheranno in modo diretto ai cittadini, ma il rischio concreto è che, come nel caso di plastic e sugar tax, le imprese scarichino i nuovi balzelli sui consumatori finali.

“Il conto finale è così presto fatto: 6,1 miliardi di nuove tasse che equivalgono solo nel 2020 ad un aggravio di spesa pari a 234 euro a famiglia, ossia 101 euro di tasse e balzelli a cittadino, neonati compresi. Con la possibilità, inoltre, che le famiglie reagiscano alle nuove misure del Governo riducendo ulteriormente i consumi, con enorme danno per l’economia italiana”, conclude il Codacons.

 

di: Aldo Di Lello @ 16:55


Nov 11 2019

Lucaselli (FdI): “Per il bene del Paese la manovra va stravolta”

«Il ministro Gualtieri auspica che la manovra non sia “snaturata” nel passaggio parlamentare. Per il bene delle imprese e delle famiglie, invece, c’è da sperare sia stravolta. Plastic tax, sugar tax sono i simboli di un approccio vessatorio verso il tessuto produttivo». Lo dichiara in una nota la deputata di Fratelli d’Italia Ylenja Lucaselli.  «A cui si aggiunge l’unificazione delle tasse locali che, secondo Confesercenti, potrà portare un aggravio del 25% per le Pmi. Si prepara un nuovo colpo durissimo all’economia reale del nostro Paese, che occorre contrastare in Parlamento», conclude.

La nota di Confesercenti: “Aumento del 25% per le Pmi”

«La norma prevede che il gettito fiscale del nuovo canone non possa essere inferiore alle imposte che sostituisce, ma non pone alcun limite agli aumenti”. Che possono arrivare, come nel caso del canone pagato dalle imprese ambulanti, anche al 25%.

In attesa che i comuni deliberino il peso effettivo del nuovo canone, inoltre, tutti pagheranno 120 euro al metro quadrato all’anno, una cifra di molto superiore a quella pagata attualmente in buona parte dei casi, sottolinea Confesercenti. Il Canone unico rischia dunque di «configurarsi come un’ulteriore spinta alla pressione fiscale locale, già alta». Dopo la profonda crisi economica che ha coinvolto il paese tra il 2008 e il 2013, gli enti locali hanno infatti utilizzato la loro autonomia per contrastare le riduzioni delle basi imponibili. Le imposte dirette locali sono aumentate nel periodo 2010-18 del 43,6% (+7 miliardi), passando dal 7,2 al 9,4% delle imposte dirette totali. La tendenza alla crescita del fisco locale era stata interrotta nel 2016 con il limite posto sull’agibilità delle imposte locali.

Una manovra devastante

Il blocco dei tributi, ricorda l’associazione, è però terminato nel 2019, «scatenando una nuova ondata di incrementi di imposta: solo nei primi cinque mesi di quest’anno, rileva la Corte dei conti, sono stati 469 i comuni che hanno già deliberato un aumento dell’addizionale comunale, cui vanno aggiunti 3.173 enti che già applicano l’aliquota massima”. ”Una valanga di aumenti d’imposta da fermare subito», sottolinea Confesercenti. «È necessario evitare di peggiorare la situazione: per questo chiediamo al governo di ripristinare il blocco dei tributi locali già attuato nel 2016, che ha dato un po’ di respiro a famiglie ed imprese».

 

di: Valter Delle Donne @ 14:14


Nov 11 2019

Rampelli: “Per lo sviluppo servono investimenti pubblici e il taglio delle tasse”

“Qualunque governo dovrebbe preoccuparsi oggi di creare ricchezza per redistribuirla”. Lo ha detto Fabio Rampelli, intervenendo al convegno “Un fisco da rottamare”. Il vicepresidente della Camera ha citato alcuni dati. “Per sostenere un debito pubblico, pari a 2360 miliardi con interessi passivi di 70 milardi di euro l’anno, l’Italia dovrebbe crescere del 2% l’anno. Solo per azzerare il deficit, senza intaccare di un centesimo il debito. Invece stiamo allo 0,1% con la tassazione su famiglie e Pmi proporzionalmente più alta in Europa. Si attribuisce questa paralisi alla Pubblica Amministrazione, ma in realtà l’Italia è lo Stato nell’Eurozona al penultimo posto con numero di dipendenti pubblici. I costi bestiali da eliminare sono quelli di una legislazione mostruosa e di pratiche amministrative e burocratiche che ci mettono fuori dalla competizione in un sistema economico che vive di competizione.

Rampelli: “Non si crea ricchezza con il rdc”

Al convegno, organizzato da Valore Impresa presso la sala dei gruppi della Camera dei deputati, Rampelli ha ricordato gli errori dei precedenti esecutivi.  “Qualunque governo dovrebbe preoccuparsi oggi di creare ricchezza per redistribuirla e dovrebbe essere consapevole che questa misura oggi è insufficiente per potersi permettere regalie di vario genere, dagli 80 euro al mese di Renzi al reddito di cittadinanza”.

Le due strade per creare ricchezza

L’esponente di Fratelli d’Italia ha indicato anche le vie per il rilancio. “Per creare ricchezza ci sono due strade. Mettere giù una scorta importante di investimenti pubblici e abbattere la pressione fiscale. Nel primo caso si prevede che lo Stato faccia da locomotiva per creare lo sviluppo, nel secondo si investe sulle imprese e le si stimola a crescere per aumentare la produzione. Se non si fa né l’uno né l’altro o si è degli incapaci o si è in malafede. La pressione fiscale in Italia è di 33,4 miliardi in più all’anno rispetto agli altri Stati Ue, pari a 552 euro in più pro capite, mentre sugli investimenti pubblici siamo senza ambizioni e prospettive, abbarbicati a vecchi progetti senza visione. In questo quadro fare manovre redistributive, come si vanta il presidente del Consiglio Conte, con il Pil fermo e quindi senza nuova ricchezza, è un delitto”.

 

di: Valter Delle Donne @ 13:09


Nov 10 2019

Rivolta per il latte: indagati 150 pastori sardi

Sono circa 150 gli avvisi di garanzia arrivati ad altrettanti pastori sardi per il blocco della strada statale 131 “Carlo Felice” all’altezza di Abbasanta (Oristano) del febbraio scorso, nei primi giorni della protesta. Lo fa sapere il quotidiano la Nuova Sardegna.

Gianuario Falchi, uno degli allevatori che è stato delegato al tavolo ministeriale delle trattative, conferma la notizia all’Ansa. Falchi ora è finito nel registro degli indagati della Procura di Oristano per manifestazione non autorizzata, violenza privata aggravata in concorso e danneggiamento aggravato in concorso. “Dopo otto mesi arrivano le denunce e non le soluzioni e questo non aiuta di certo – rivela lo stesso Falchi – nel frattempo si deve convivere con un annata che è un disastro e con queste nuove spese legali per difenderci da un accusa che, secondo me, è infondata”. “Abbiamo ricevuto la solidarietà di tutta Italia e l`unico che non ha capito cosa significava quella protesta e quanto è stato difficile gettare il latte è lo Stato. Sembra quasi che non ci sia più la possibilità di reclamare i propri diritti”.

La protesta dei pastori per il prezzo del latte

La base dello scontro, come già in passato, è il prezzo pagato dagli industriali ai produttori per un litro di latte di capra e pecora. Secondo i pastori, questa cifra è insostenibile e non riesce a coprire nemmeno le spese vive di produzione. E questo potrebbe spingere alla chiusura le 12mila aziende del settore in Sardegna.

Nella primavera scorsa c’erano state molte manifestazioni. Blocchi stradali, manifestazioni e fiumi di latte versati sulle strade della Sardegna. I pastori dell’isola per settimane hanno portato avanti una protesta eclatante. Hanno chiesto un prezzo equo del latte ovicaprino, la materia prima che producono. I consorzi di lavorazione industriale la pagano meno di 60 centesimi. I manifestanti hanno imbiancato di latte piazze e vie di comunicazione (coinvolgendo anche i calciatori del Cagliari). Hanno assaltato diverse cisterne per il trasporto del latte, hanno bloccato le strade (motivo per cui alcuni di loro risultano ora indagati).

di: Valter Delle Donne @ 12:23


Nov 09 2019

Manovra, arrivano nuove tasse per oltre sei miliardi di euro. La plastic tax fa la parte del leone

Manovra, Il disegno di legge di bilancio introduce nel 2020 nuove tasse pari a 6,1 miliardi di euro. Rispetto al totale delle risorse che vengono reperite, escluso l’aumento del deficit, ammontano al 38,7% delle coperture. I dati sono contenuti nel dossier dei servizi Bilancio di Camera e Senato. Tra le maggiori entrate, si legge nel documento, ”si segnalano in particolare quelle tributarie relative all’introduzione dell’imposta sul consumo dei manufatti in plastica monouso (Macsi). Sono stimate per circa 1,1 miliardi di euro nell’anno 2020”. Inoltre si ricorda l’abrogazione della flat tax per i redditi delle persone fisiche oltre i 65.000 euro, per circa 155 milioni di euro. E il differimento della deducibilità, a fini Ires e Irap, per circa 1,3 miliardi.

La manovra sarà complessivamente di 34,8 miliardi

Il disegno di legge di bilancio è da 34,8 miliardi, di cui 20,1 miliardi in deficit. E’ quanto emerge dalle tabelle dei servizi Bilancio di Camera e Senato. Nel dettaglio il ddl prevede interventi così suddivisi. Di maggiori spese correnti per 6,2 miliardi di euro, a cui si aggiungono le spese in conto capitale per altri 4,1 miliardi. Mentre le minori entrate contribuiscono al totale per altri 24,5 miliardi. Il totale della manovra arriva a 34,8 miliardi di euro, finanziata per 5,9 miliardi da maggiori entrate tributarie ed extratributarie. Altri 7,2 miliardi dalle minori spese correnti e 1,6 miliardi dalle minori spese in conto capitale per un totale di 14,7 miliardi di euro. Il resto della manovra, pari a 20,1 miliardi, sarà finanziato in deficit.

La Cgia: troppo elevato il peso del fisco

”Sebbene la manovra 2020 abbia scongiurato l’aumento dell’Iva e dal prossimo luglio i lavoratori dipendenti a basso reddito beneficeranno del taglio del cuneo fiscale, il peso del fisco continua essere troppo elevato. L’ aumento della disoccupazione registrato con la crisi economica sta condizionando negativamente i consumi”. E’ il segretario della Cgia, Renato Mason, a non nutrire un particolare ottimismo sull’andamento futuro dei consumi della famiglia commentando il Report presentato oggi sull’impatto della crisi. “Come dimostrano i dati relativi all’artigianato e al piccolo commercio, è diventato sempre più difficile fare impresa, anche perché il peso della burocrazia e la difficoltà di accedere al credito hanno costretto molti piccolissimi imprenditori a gettare definitivamente la spugna”, prosegue.

E infatti, aggiunge il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo, “i piccoli negozi e le botteghe artigiane faticano a lasciarsi alle spalle la crisi. Queste imprese vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie e sebbene negli ultimi anni ci sia stata una leggerissima ripresa, i benefici di questa inversione di tendenza non si sentono”. Anche nei primi 9 mesi dell’anno infatti, ” mentre nei supermercati, nei discount e nei grandi magazzini le vendite sono aumentate dell’1,2 per cento, nelle botteghe e nei negozi sotto casa la contrazione è stata dello 0,5 per cento”, conclude.

 

di: Antonio Pannullo @ 18:48


Nov 09 2019

Convegno Ucid, Bagnasco in campo per l’Ilva. Pedrizzi: «Partecipazione, subito» (video e foto)

Si parlava di impresa, di etica, di partecipazione, ieri, al convegno genivese dell’Ucid. Ma anche di crisi aziendali che incombono. E proprio all’attualità, stringente, per certi aspetti drammatica, non si è sottratto il Cardinale Angelo Bagnasco. Al centro delle sue riflessioni, a margine dei lavori a margine dei lavori dell’Ucid su “Nuove forme partecipative e nuovi modelli di relazioni industriali alla luce della dottrina sociale della Chiesa”, la drammatica questione dell’ ex Ilva, dopo il ritiro di Arcelor Mittal.

«Sono di sicuro preoccupato, come tutta l’Italia, per Genova, per Novi Ligure e innanzitutto per Taranto. Spero che ci sia un colpo d’ala che vuol dire di buonsenso da parte di tutti, in modo che il lavoro sia salvaguardato, il bene comune. E quindi sia promosso, sia per quanto riguarda il lavoro di tante famiglie sia per quanto riguarda in prospettiva il risanamento ambientale». Parole di speranza, quelle dell’ arcivescovo di Genova (video), pronunciate nel capoluogo ligure al convegno dell’Ucid. «Spero che non si debba chiudere o ridimensionare drasticamente l’azienda. Ho fiducia che non succeda, perché sarebbe una sconfitta grave per l’Italia», evidenzia Bagnasco. Che annuncia la sua disponibilità a una visita nello stabilimento di Genova Cornigliano “appena i cappellani del lavoro daranno un segnale”.

«Il buonsenso deve prevalere, l’intelligenza e il buonsenso, perché qui si tratta non di scaramucce di principio, ma di lavoro e vita concreta di migliaia di famiglie, è una gravissima sconfitta per il Paese». Bagnasco invita i lavoratori siderurgici “a non perdersi d’animo, a mantenere la fiducia, i nervi saldi, sono vicino a loro e alle loro famiglie, voglio assicurare che tutti quanti cerchiamo di fare la propria parte”.

Il convegno Ucid con Bagnasco e i leader dei sindacati

Riccardo Pedrizzi, presidente Nazionale del Cts di Ucid, e Davide Viziano, presidente del Gruppo Ligure di Ucid, hanno animato il convegno svoltosi ieri a Palazzo della Meridiana, a Genova, con una grande partecipazione. Dopo i saluti di Giovanni Toti, Presidente Regione Liguria e di Marco Bucci, sindaco di Genova, gli interventi di Giovanni Brugnoli, vicepresidente Confindustria per il Capitale Umano; Annamaria Furlan, segretaria generale Cisl; Tiziana Bocchi, segretaria Confederale Uil; Paolo Capone, segretario generale Ugl; Vincenzo Colla,  vicesegretario generale Cgil. Infine, le conclusioni di Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo metropolita della città di Genova e presidente del Consiglio delle Conferenze dei Vescovi d’Europa.

La relazione di Pedrizzi

Riccardo Pedrizzi, segretario dell’Ucid (Unione cristiana degli imprenditori e dei dirigenti) si è a lungo soffermato sullo strumento della partecipazione dei lavoratori agli utile e alla gestione dell’impresa, tema tradizionalmente caro alla destra. L’ex senatore si è chiesto, “se non ora, quando?”, visto lo stallo economico, la crisi delle governance pubbliche e provate e il fagocitamento delle imprese italiane da parte degli stranieri.
«Ma vi sarà la volontà politica del Governo ad iniziare questo processo? Occorrono però delle condizioni, direi così, ambientali che attualmente in Italia mancano o, nella migliore delle ipotesi, risultano insufficienti. Prima fra tutte – ha detto Pedrizzi – un mercato di capitali moderno, vivace, adeguato al posizionamento che occupa l’Italia tra i paesi industrializzati e sviluppati. E poi un sistema bancario più efficiente e privatizzato, coinvolgendo le decine di migliaia di dipendenti che in tal modo potrebbero essere maggiormente motivati e corresponsabilizzati per una vasta azione di sostegno all’economia nazionale. Ed, infine, solamente per fermarci alle variabili più importanti, una Borsa maggiormente aperta alle nuove aziende. Che non dovranno più essere costrette ad emigrare, per essere quotate, a Wall Street».
Pedrizzi ha poi concluso: «Forse, mai come ora, alcune di queste condizioni ci sono sullo scenario italiano: la volontà politica dei vari governi ad iniziare questo processo che non c’era mai stata nel passato e la disponibilità di una parte della sinistra; un atteggiamento collaborativo, quale mai si era registrato, della maggior parte delle centrali sindacali;  disponibilità delle associazioni datoriali, Confindustria in testa, che ha fatto aperture significative per l’introduzione della partecipazione agli utili. La strada resta, per la verità, ancora tutta in salita, ma il traguardo ora incomincia ad intravedersi», ha concluso Pedrizzi.
L’intervista al Cardinale Bagnasco

di: Luca Maurelli @ 15:26


Nov 09 2019

Italia a picco: nel 2019 crollano i consumi e vendite, chiusi 200mila negozi in 10 anni

Rispetto al 2007, anno che precede la drammatica crisi economica, le famiglie italiane hanno “tagliato” consumi per un importo pari a 21,5 miliardi di euro. A farne le spese soprattutto le piccole botteghe artigiane ed i negozi che dal 2009 ad oggi, in meno di 10 anni, sono diminuite del 12,1%. Circa 178.500 unità, mentre lo stock dei piccoli negozi è sceso di quasi 29.500 unità, -3,8%. Una perdita che complessivamente registra la sparizione di quasi 200 mila negozi di vicinato in 10 anni. A fare il punto sulla situazione post-crisi economica è uno studio della Cgia.

Consumi giù soprattutto al sud

La spesa complessiva dei nuclei familiari, che anche lo scorso anno ha registrato una frenata ed è ammontata a poco più di 1.000 miliardi di euro, resta la componente più importante del Pil, il 60,3 per cento del totale. A registrare il calo più importante nei consumi è il Sud: dal 2007 al 2018 le famiglie meridionali hanno “tagliato” la spesa mensile media di 131 euro (mediamente di 1.572 euro all’anno), quelle del Nord di 78 euro (936 euro all’anno) e quelle del Centro di 31 euro (372 euro all’anno).

L’Umbria veste la maglia nera

A livello regionale, invece, in termini assoluti ed espressi in valore nominali medi è l’Umbria (- 443 euro al mese) a tirare maggiormente la cinghia; segue il Veneto (-378 euro) e la Sardegna (-324 euro). In contro tendenza, invece, i risultati ottenuti in Liguria (+333 euro al mese), in Valle d’Aosta (+188 euro) e in Basilicata (+133 euro). La situazione di difficoltà è proseguita anche nell’ultimo anno, in particolar modo al Nord: in Lombardia, in Trentino Alto Adige, in Emilia Romagna, in Piemonte, in Veneto e in Friuli Venezia Giulia la spesa mensile media delle famiglie nel 2018 è stata inferiore a quella relativa al 2017.

Consumi, cala l’acquisto dei beni

Sotto il profilo della composizione della spesa, sempre tra il 2007 e il 2018, annota ancora la Cgia, la contrazione più importante ha riguardato l’acquisto dei beni (-10,3 per cento), mentre i servizi sono cresciuti del 7%. Nel dettaglio, i beni non durevoli (prodotti cura della persona, medicinali, detergenti per la casa, etc.) sono crollati del 13,6%, quelli semidurevoli ( abbigliamento calzature, libri, etc.) si sono ridotti del 4,5% e quelli durevoli ( auto, articoli di arredamento, elettrodomestici, etc.) del 2,8%.

Morìa di aziende, record in Sardegna

In termini percentuali, invece, la regione più colpita dalla moria di aziende artigiane è stata la Sardegna che negli ultimi 10 anni ha visto scendere il numero del 19,1%. Seguono l’Abruzzo con il 18,3% e l’Umbria con il 16,6%. L’andamento delle imprese attive nel piccolo commercio, invece, ha subito la riduzione più significativa in Valle d’Aosta con il 18,8%, in Piemonte con il 14,2% e in Friuli Venezia Giulia con l’11,6%. Rispetto al trend negativo, risultano essere di segno opposto la Calabria (+3%), il Lazio (+3,3%) e la Campania (+4,6%).

Un semestre nero nel 2019

La caduta dell’acquisto dei beni, prosegue il Report Cgia, è proseguita anche quest’anno: tra il primo semestre 2019 e lo stesso periodo del 2018 la contrazione è stata dello 0,4% con una punta del -1,1% dei beni non durevoli. Interessante, invece, l’esito dei beni durevoli: quest’anno la crescita è stata del 2,9%. Tra le voci di spesa più significative va segnalata quella dei trasporti (auto, carburanti, biglietti treni, bus, tram): tra il 2007 e il 2018 la caduta è stata addirittura del 16,8% ed è proseguita anche quest’anno con un preoccupante -1%. Diversamente, le telecomunicazioni (cellulari, tablet e servizi telefonici) hanno segnato degli ‘score’ straordinari: negli ultimi 10 anni +20,1% e nell’ultimo anno +7,7%.

Le vendite al dettaglio, che costituiscono il 70% circa del totale dei consumi delle famiglie, negli ultimi 11 anni sono scese del 5,2%. Tuttavia, quelle registrate presso la grande distribuzione sono aumentate del 6,4% mentre nella piccola distribuzione (botteghe artigiane e piccoli negozi) sono precipitate del 14,5%. Sebbene il gap si sia decisamente ridotto, anche in questi primi 9 mesi del 2019 i segni sono rimasti gli stessi: +1,2% nella grande e -0,5%nella piccola distribuzione.

di: Luca Maurelli @ 12:18


Nov 09 2019

Samsung, la rivoluzione: arriva in Italia “Italia Fold”. Ma il prezzo dello smartphone “fa paura”

Arriva in Italia Fold, il nuovo smartphone che Samsung. Ha lo schermo pieghevole e promette di far nascere una famiglia ancora tutta da inventare. Lo schermo porta il nome di Display Infinity Flex. Misura 7,3 pollici e si ripiega in un dispositivo compatto con un display esterno da 4.6.

Queste le caratteristiche del nuovo prodotto: nuovi materiali per i display. Lo schermo interno non si limita a curvarsi: si ripiega su se stesso. È un movimento più intuitivo, ma anche un’innovazione più difficile da realizzare.

Tutte le date del nuovo Samsung

«Samsung sta scrivendo un nuovo capitolo nella storia dell’innovazione mobile. Ridefinisce ciò che è possibile con uno smartphone», dice Carlo Carollo, vicepresidente della divisione Telefonia di Samsung Electronics Italia. «Galaxy Fold introduce una categoria completamente nuova. Offre funzionalità mai viste prima, grazie al nostro Display Infinity Flex. Abbiamo creato Galaxy Fold per chi desidera sperimentare ciò che può fare un dispositivo pieghevole Premium».

Nei negozi si vedrà il 16 dicembre, ma già dal 13 novembre sarà possibile prenotarlo. Il prezzo? Non per tutte le tasche: 2.050 euro e non per tutti. La casa coreana non riesce a stare dietro alle richieste. Ci potrebbe essere già il sold out a novembre con le prenotazioni. Infatti, in questo caso non ci si muove con i multipli tipici di samsung e la vera sfida sarà avere qualche pezzo in più per l’Italia.

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Il successo, secondo il manager, è dettato dalle caratteristiche di utilizzo dell’apparecchio. «Ci si abitua rapidamente a fare le cose con questo schermo. E dopo non si riesce più a farne a meno. Numeri limitati? Sono dovuti alla qualità costruttiva. Siamo contenti di far accedere a un numero ristretto di italiani a questa esperienza. La prima perché Samsung ci crede e su questi schermi investirà».

Chi lo acquisterà troverà all’interno della confezione gli auricolari wireless Galaxy Buds e una cover protettiva per Galaxy Fold. Inoltre, Samsung ha pensato a una serie di vantaggi esclusivi. Con Galaxy Fold Premier Service sarà possibile esplorare le rivoluzionarie funzionalità di Galaxy Fold grazie a un supporto dedicato. Gli esperti della società saranno a disposizione dei clienti 7 giorni su 7 e 24 ore su 24 al numero verde riservato per descrivere e spiegare. In aggiunta, per un anno è inclusa Samsung Care+ , l’assicurazione lanciata in partnership con Allianz Global Assistance Europe. Copre i danni accidentali come rottura del display o infiltrazioni di liquidi.

Le altre caratteristiche

Nuovo meccanismo per le cerniere. Galaxy Fold si apre in modo fluido e naturale, come un libro, e si chiude in un formato compatto con un clic. Per raggiungere questo scopo, Samsung ha progettato una cerniera sofisticata, con più ingranaggi interconnessi. Questo sistema è alloggiato in uno scomparto nascosto per un look elegante.

Nuovi elementi di design. Dallo schermo al case, fino a ogni elemento che è possibile vedere e toccare: Samsung ha introdotto innovazioni a tutti i livelli. Il lettore di impronte digitali si trova sul lato in cui va a posizionarsi naturalmente il pollice, in modo da consentire di sbloccare il dispositivo con la massima facilità. Le due batterie e i componenti sono distribuiti uniformemente, per trasmettere una sensazione di equilibrio quando si impugna Galaxy Fold. La colorazione Cosmos Black e l’incisione del logo Samsung sulla cerniera completano le eleganti finiture del dispositivo.

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di: Girolamo Fragalà @ 09:03


Nov 08 2019

“In arrivo 230 milioni di migranti in 10 anni”. I calcoli di Visco fanno paura

Stanno arrivando oltre duecento milioni di migranti. La previsione arriva dal governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. Ma laddove un comune cittadino vede un problema, un banchiere vede un’opportunità. “Tra il 2020 e il 2030 il flusso di nuovi migranti potrebbe raggiungere la cifra record di circa 230 milioni di persone. Quasi quanto la loro attuale consistenza. In Europa, tuttavia, gli arrivi previsti non basterebbero più a impedire una sensibile diminuzione del numero di persone in età attiva”. Visco ha affrontato la questione parlando del futuro di popolazione e migranti, nel corso della inaugurazione dell’anno accademico 2019-2020 all’Università di Cagliari.

“In Italia solo 6 milioni di persone in età lavorativa”

“Nei prossimi 25 anni – ha spiegato Visco – il numero di persone di età compresa tra 20 e 64 anni scenderà di quasi 30 milioni in Europa, 6 dei quali in Italia. La stessa classe di età aumenterà fortemente, invece, in Africa e in Asia, rispettivamente di circa 570 e 290 milioni nelle previsioni delle Nazioni inite: le risultanti pressioni migratorie”. Insomma, l’Europa e l’Italia invecchiano. Dopo anni di politiche in cui l’aborto è stato considerato una vittoria, si sono accorti che l’Europa ha bisogno di figli. Ma è troppo tardi. Quindi, la morale è chiara. “Evviva l’ondata migratoria. Più sono e meglio è”.

Visco: “L’Italia invecchia, abbiamo bisogno di migranti”

Un punto di vista caro ai “poteri forti”, del quale Visco è uno dei più influenti esponenti italiani. Lo ha già spiegato, recentemente, nel corso di un convegno a Roma. Il fenomeno dell’immigrazione “può dare un contributo alla capacità produttiva” dell’Italia. Secondo il governatore, “gli studi non rilevano effetti negativi dell’immigrazione sui lavoratori del paese ospitante né in termini di tassi di occupazione né di livelli retributivi, può anzi avere un impatto positivo sui tassi di partecipazione e sul numero di ore lavorate dalle donne italiane”. “Vanno però affrontate con decisione – ha notato Visco – le difficoltà nell’integrazione e nella formazione di chi proviene da altri paesi così come quelle che si incontrano nell’attirare lavoratori a più elevata qualificazione. Queste ultime dipendono principalmente dalla debolezza della domanda di lavoro soprattutto tra le professioni che svolgono mansioni più innovative e complesse: la quota di laureati tra coloro che sono nati all’estero, quasi il 13%, è meno della metà di quella registrata nella media dei paesi Ue. Insomma esportiamo scienziati e importiamo disperati.

di: Valter Delle Donne @ 18:54


Nov 08 2019

Processo Mps: tutti condannati. All’ex presidente Mussari una pena di 7 anni e 6 mesi

Tutti condannati gli ex vertici della banca Mps e gli altri imputati nel processo sulle presunte irregolarità in operazioni finanziarie svolte dal dicembre 2008 al settembre 2012. La sentenza è stata emessa dai giudici di Milano, che hanno accolto, sebbene con gradazioni diverse, la richiesta di condanna della procura. Le operazioni incriminate sarebbero servite a occultare le perdite causate dall’acquisto di Antonveneta, costata circa 10 miliardi di euro nel 2008.

Mussari e gli altri: le pene agli ex vertici di Mps

In particolare l’ex presidente Giuseppe Mussari ha avuto una condanna a 7 anni e 6 mesi, l’ex dg Antonio Vigni a 7 anni e 3 mesi, l’ex responsabile area finanza Gianluca Baldassarri a 4 anni e 8 mesi. Infine 5 anni e 3 mesi sono stati dati a Daniele Pirondini, ex direttore finanziario. I capi di imputazione vanno dalle false comunicazioni sociali all’aggiotaggio all’ostacolo all’Autorità di vigilanza. Sul banco degli imputati ci sono 13 persone. Oltre agli ex vertici Mps anche sei ex dirigenti di Deutsche Bank e due ex manager di Nomura. Coinvolte anche tre società, Nomura e la sede di Londra e la sede centrale di Deutsche, alle quali sono state comminate confische: 88 milioni di euro a Nomura, 64 a Deutsche. Multa di 3 milioni per quest’ultima, e di 3,45 per Nomura.

La banca senese uscì con patteggiamento nel 2016

La banca senese uscì dal processo con un patteggiamento nel 2016. Oggetto del processo, in particolare, sono state le operazioni sui derivati Santorini e Alexandria, sul prestito ibrido Fresh e sulla cartolarizzazione Chianti Classico. Operazioni che secondo l’accusa, rappresentata dal pm Giordano Baggio, servivano per nascondere perdite per oltre 2 miliardi di euro.


di: Annamaria Gravino @ 16:49


Nov 08 2019

“ZingaRenzi” e Di Maio fanno scappare tutti. Su Alitalia passo indietro dei tedeschi di Lufthansa

Dall’Italia che spaventa le imprese non scappano solo gli indiani di ArcelorMittal ma anche i tedeschi di Lufthansa. Il governo giallo-rosso,  già ustionato dall’Ilva di Taranto, rischia ora di bruciarsi del tutto se la compagnia di bandiera tedesca non s’impegnerà a scucire i cordoni della borsa per il salvataggio di Alitalia. La scadenza è fissata al prossimo 21 novembre, giorno entro il quale bisognerà inviare l’offerta vincolante per rilevare la compagnia. Ma Lufthansa farà scadere il termine. Questo, almeno, è quel che ha riferito al Corriere della Sera l’ad del gruppo tedesco Carsten Spohr. Un disimpegno che potrebbe dare luce verde alla rivale americana Delta Air Lines. La compagnia statunitense ha garantito 100 milioni di euro per il 10 per cento della nuova Alitalia.

Verso l’ottavo rinvio della scadenza dell’offerta vincolante

Con entrambe le compagnie, quella tedesca e quella americana, lavorano da giorni i soci italiani della cordata nata per rilevare Alitalia, cioè  Ferrovie dello Stato e Atlantia. Per loro si avvicina il momento della decisione. La scelta è se chiudere definitivamente con i tedeschi oppure iniziare a lavorare con i commissari straordinari e il Mise sullo spostamento – l’ottavo – della data di invio dell’offerta vincolante. Pur nell’ipotesi (in realtà una certezza) che lascerà scadere il termine del 21 novembre, almeno a parole, Lufthansa ribadisce l’interesse per il mercato italiano.  Vorrebbe però che fosse il governo a ristrutturare Alitalia. Significa che Palazzo Chigi deve intestarsi il lavori sporco: censimento degli esuberi e tagli al personale.

La speranza di Alitalia ora è la Delta Air Lines

A determinare in un senso o nell’altro la decisione dei soci italiani non saranno però le intenzioni bensì i soldi. Ferrovie, lo ha più volte spiegato ai tedeschi. Se vogliono vedere il “cammello” di Alitalia, devono mostrare la moneta. Un impegno  che gli americani di Delta Air Lines hanno confermato di voler fare già dallo scorso febbraio. Metterebbero 100 milioni nella newco. A questi si è aggiunta Atlantia, della famiglia Benetton, che dovrebbe possedere una quota paritaria a quella di Ferrovie. Una presenza, questa di Atlantia, destinata a creare non pochi imbarazzi al governo. Atlantia, infatti, è socia all’88 per cento di Autostrade. Esattamente la stessa società, cui Di Maio vuol revocare le concessioni per il crollo del ponte Morandi senza neanche attendere gli accertamenti della magistratura. Già, vallo che i Benetton sono inaffidabili a terra e affidabili in cielo.

 

di: Mario Landolfi @ 15:14


Nov 07 2019

Rampelli: Italia fanalino di coda dell’Europa. È la “descrescita infelice” del governo rossogiallo

Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera e deputato di Fratelli d’Italia, interviene sui conti pubblici. “Il rapporto della Commissione europea sui nostri conti pubblici è un altro schiaffo all’Italia”, dice Rampelli. “Il nostro Paese è l’ultimo per crescita all’interno dell’Unione europea. Economia in stallo, non ci sono segnali significativi di ripresa, la stima sul Pil 2019 rimane ferma al +0,1%, tagliata invece quella sul Pil 2020 (da +0,7% a +0,4%). Il mercato del lavoro è fermo al palo e la scarsa produttività mette a rischio i posti di lavoro. Il tutto a fronte di un debito pubblico destinato paurosamente a salire – nel 2019 al 136,2% e nel 2020 al 136,8% – come paventa Bruxelles. Complimenti al governo rossogiallo. L’esecutivo con una legge di bilancio senza investimenti ma con tante tasse ha avuto una lungimiranza catastrofica. Ci ha consegnato per prossimi anni un’Italia che non cresce, anzi, come volevano i 5 stelle, che decresce senza esserne però felice”.

A Rampelli fa eco Giovanni Toti

A Rampelli fa eco il governaore della Liguria Giovanni Toti. L’Europa non cresce, l’economia rallenta ovunque e l’Italia con lo 0,1% di aumento del Pil è il fanalino di coda del continente. E il futuro è ancora più nero: Ilva in bilico, automobile in crisi, centinaia di vertenze aperte per stabilimenti che chiudono”. Lo ha scritto il governatore della Liguria Giovanni Toti sulla sua pagina Facebook commentando le stime sul Pil del Paese per il 2019. “Bisogna riportare l’Italia e l’Europa sulla rotta giusta – sottolinea Toti – mentre c’è chi continua a navigare sereno verso gli scogli, per inconsapevolezza o peggio malafede. Credere nell’impresa, premiare il merito, cancellare migliaia di leggi vessatorie, radere al suolo la burocrazia, investire e soprattutto aprire cantieri. Questa è l’unica via”. La ricetta sembra essere comune a tutto il centrodestra. Ma il governo rossogiallo tira diritto tra il falso rigoredei grillini e le politicamente corrette ricette del Pd.

di: Antonio Pannullo @ 18:23


Nov 07 2019

Tagliaferri (FdI): l’agricoltura dell’Emilia-Romagna devastata dalle sanzioni alla Russia di Putin

Tagliaferri, consigliere regionale di FdI in Emilia Romagna, denuncia. I nuovi tagli di risorse europee destinate all’agricoltura italiana, anche per effetto della Brexit, nel mirino di un’interrogazione in Regione di Giancarlo Tagliaferri di Fratelli d’Italia. Tagliaferri chiede di contro, alla giunta, di attivarsi a ogni livello, nazionale ed europeo, “per togliere l’embargo alla Russia“. “Al fine di ripristinare gli scambi commerciali a nostro principale beneficio, e per compensare i futuri tagli al settore agricolo previsti dall’Unione europea”. Si parlerebbe di 370 milioni di euro in meno sulla politica agricola comune europea, che scatteranno dal 2021. “Anche per via della Brexit – spiega il consigliere FdI – l’Ue destinerà, nel 2021, all’Italia 3,56 miliardi in pagamenti diretti (140 milioni in meno -3,9%) e 1,27 miliardi per lo sviluppo rurale (230 milioni in meno -15,6%). Mentre l’agricoltura italiana ha subito 1 miliardo di euro di danni dall’embargo con la Russia”. Tagliaferri chiede allora alla giunta “se non ritenga ingiusto, oltre che fortemente dannoso, soprattutto per il commercio dei nostri prodotti agricoli, l’embargo. E contro un Paese come la Russia dalle forti radici cristiane ed europee, peraltro per questioni politicamente opinabili”.

Le sanzioni siano un mezzo e non un fine

Persino i grillini concordano. “Da anni dico, e con me tutto il MoVimento 5 Stelle, che le sanzioni debbano essere un mezzo e mai un fine. L’ho detto milioni di volte per quelle alla Russia, pretendendo che il loro rinnovo fosse frutto di una concreta analisi dell’attuazione degli accordi di Minsk. E l’ho detto altrettante volte riguardo quelle alla Siria, chiedendo che fossero uno strumento per incentivare una transizione democratica nel Paese e non una mera punizione”. Lo scrive il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, dopo l’approvazione in Senato della mozione sulla Siria.

“Tra gli impegni al governo include quello di agire a livello Ue affinché le future decisioni inerenti le sanzioni alla Siria siano subordinate a un monitoraggio. E all’andamento dei lavori del Comitato costituzionale siriano, tenendo in debita considerazione anche le istanze della comunità curda”. “Le sanzioni in Siria affamano da anni la popolazione e ne limitano la possibilità di svilupparsi e resistere – sottolinea Di Stefano -. Non è più immaginabile che siano immutabilmente rinnovate senza alcun nesso causale. La storia ci dirà se la strada è quella giusta ma il Comitato Costituzionale neocostituito è un ottimo primo passo che dobbiamo sostenere apertamente e premiare in caso di successo. Avanti così”.

di: Antonio Pannullo @ 16:13


Nov 07 2019

Bruxelles taglia le stime di crescita per l’Italia. Ma Moscovici rassicura Conte: «Non bocceremo la manovra se…»

Le genuflessioni di Giuseppe Conte a Bruxelles sono servite a ben poco. L’Ue usa nuovamente la scure sull’Italia. La Commissione Europea, infatti, taglia le stime della crescita dell’Italia per l’anno prossimo, lasciando invariate quelle per il 2019. Con l’economia in rallentamento, aumenta di conseguenza il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo. E l’Italia resta stabilmente la maglia nera dell’area euro e dell’intera Ue a 28 per la crescita attesa. Mentre 11 Paesi della zona euro su 19 dovrebbero registrare un pareggio o un attivo di bilancio, l’Italia continuerà l’anno prossimo a fare i conti con un disavanzo elevato, secondo Bruxelles più elevato di quanto stimato dal governo Conte.

Bruxelles, Moscovici: «Servono aggiustamenti alla manovra»

Ma il commissario europeo agli Affari Economici Pierre Moscovici, presentando in conferenza stampa le previsioni economiche d’autunno cerca di ammorbidire i toni. E soprattutto di rassicurare Conte. Riguardo alla manovra economica dell’Italia «siamo alla ricerca di aggiustamenti e di spiegazioni, che possano permettere di prendere una decisione che non sarà un rifiuto, né l’avvio di una procedura ora».  In Italia, dice Moscovici, «è alla produttività che bisogna provvedere soprattutto. Non commenterò oggi gli scambi che abbiamo nel campo della finanza pubblica con il governo italiano».

Bruxelles chiede spiegazioni

E poi ancora: «C’è stato uno scambio di lettere, che non si è svolto affatto nello stesso clima, con lo stesso stato d’animo e gli stessi ragionamenti dell’anno scorso: non abbiamo per niente pensato a respingere la manovra dell’Italia». Al governo «abbiamo chiesto spiegazioni, abbiamo continuato gli scambi. Le decisioni che prenderemo saranno pubblicate nelle nostre opinioni, che verranno comunicate il 20 novembre: sarò ancora qui, con il vicepresidente Valdis Dombrovskis, e potrò rispondere con maggiore precisione. Ma voglio dire no, non ci sono misure, in alcun caso».

Le stime di crescita

In attesa del responso del 20 novembre, però c’è tutt’altro che essere tranquilli.  Secondo le previsioni economiche d’autunno, diffuse oggi dalla Commissione Europea, il nostro Paese quest’anno dovrebbe crescere dello 0,1%, ben un punto percentuale al di sotto della media dell’Eurozona, che dovrebbe crescere dell’1,1%; l’anno venturo la crescita dell’Italia è prevista allo 0,4%, contro una media dell’area euro stimata all’1,2%; nel 2021, il differenziale è atteso in riduzione a mezzo punto percentuale (+0,7% contro +1,2%). In tutti e tre gli anni l’economia italiana resta la peggiore: quest’anno la seconda “lumaca” dovrebbe essere la Germania, a +0,4%.

I timori

In sostanza Bruxelles è pessimista sull’andamento dell’economia e sull’evoluzione del disavanzo in Italia. L’esecutivo comunitario si aspetta un peggioramento del deficit strutturale tra il 2019 e il 2020, dal 2,2 al 2,5% del Pil. Il debito poi continuerebbe ad aumentare: dal 136,2% nel 2019 al 136,8% nel 2020, al 137,4% del Pil nel 2021. Non solo, per l’esecutivo comunitario, la leggera ripresa prevista per l’anno prossimo è da attribuire «in parte a due giorni lavorativi in più». In questo contesto, come si legge sul Sole 24Ore, esponenti comunitari si sono lamentati in privato del fatto che la legge di bilancio è stata presentata tardi in Parlamento e che molte misure sono state modificate, diluite o eliminate.

 

 

di: Desiree Ragazzi @ 14:12


Nov 07 2019

Draghi sovranista e quella risposta di Salvini sul Colle: diteci che era solo uno scherzo

Ci mancava Draghi sovranista. Ieri sera, a domanda di Mario Giordano, è apparso piuttosto stravagante Matteo Salvini quando ha risposto che lui, l’ex capo della Banca Centrale Europea, al Quirinale potrebbe votarlo. Il che significa l’esatto contrario di quel che si è detto sinora.

O Salvini ha cambiato consiglieri politici per apparire più moderato, oppure la confusione è a mille.

Votare Draghi per le elezioni anticipate?

Per qualche suo intrigante tifoso, quella del leader della Lega è solo una mossa – molto politicista – per sgombrare il tavolo da ogni dubbio: vi votiamo Draghi, ma mandateci ad elezioni anticipate. Elezioni o maledizioni?

Parliamoci chiaro, nessuno addita Draghi come il male assoluto, ma semplicemente la sua elezione significherebbe ad esempio annullare ogni capacità critica verso un sistema eretto sul totem dell’euro. Moneta unica, pensiero unico, politica unica. Ci sforziamo di credere che Salvini non si sia convertito.

Non è che per togliere di mezzo l’accusa di voler uscire dall’Euro devi per forza aggrapparti al suo grande protettore. E’ come se per dimostrarti sincero democratico debba riempirti la biblioteca di libri di Saviano o prenotare un B&B con Mimmo Lucano a Riace.

Da Salvini ci aspettiamo che dica: “Scelgano gli italiani”

Bastava rispondere in vari modi. “Draghi? No”. Oppure. “Se ci tengono tanto, approvino subito la riforma presidenzialista e lo facciano scegliere al popolo italiano”.

Perché alla fine, è questo quello che dovrebbe importare alla schieramento sovranista, lo stop definitivo ai giochi di Palazzo e finalmente la decisione affidata al sovrano. 60 milioni di italiani che dicono chi deve andare al Quirinale senza più la delega ai partiti. E’ evidente che si tratta di un potere in meno ai politici e uno in più al popolo, ma in fondo è l’unica strada possibile. Assistere alla partita tra Draghi e Prodi rovina davvero la giornata. E noi dobbiamo invece evitare che ce le rovinino per sette altri anni. Facciamo a capirci.

di: Francesco Storace @ 11:27


Nov 07 2019

C’era una volta l’Ilva. C’era una volta la politica. Adesso abbiamo Conte

Se ne vanno anche loro, i “salvatori” dell’ex Ilva. ArcelorMittal non ci sta. I patti erano altri e stavolta in fumo se ne vanno i diritti di quattordicimila lavoratori, diecimila del colosso siderurgico e quattromila dell’indotto. Crolla la già residua credibilità dell’Italia. La catastrofica condotta del governo, con l’incredibile botta al cosiddetto scudo penale, ci costerà quasi un punto e mezzo di Pil. Ci vorrà una legge speciale per destinare il reddito di cittadinanza a Taranto e a tutte le città che ospitano-ospitavano il gigante dell’acciaio….

Se la questione ex Ilva finisce così, Conte deve sparire subito dall’Italia. E con lui i suoi ministri pasticcioni che mettono sul lastrico le realtà industriali della Nazione. Come quella Bellanova che la notte approva emendamenti devastanti e il giorno dopo li rinnega. O quei Cinquestelle che odiano qualunque forma di crescita e ce la fanno subire solo perché Zingaretti e il Pd avevano terrore delle elezioni. I parlamentari non volevano perdere il loro, di lavoro, lo perderanno gli operai.

Hanno approvato lo spazzaimprese per l’ex Ilva…

Avevamo capito che dopo i guai prodotti dalla vecchia gestione dell’industria siderurgica, soprattutto a Taranto si sarebbe riusciti a trovare un compromesso tra lavoro e ambiente: diritti da mettere assolutamente assieme. Se finisce così come pare, non ci sarà il lavoro e tantissimi abitanti della città pugliese creperanno di fame. Senza lavoro, se ne va anche la salute.

di: Francesco Storace @ 06:00


Nov 06 2019

Confintesa, convegno a Roma su salario minimo e rappresentatività sindacale

L’appuntamento è per domani, giovedì 7 novembre a Roma. Alle 15,30 nella sala Adriana in Corso Vittorio Emanuele 326, si terrà il convegno di Confintesa. Il titolo: Salario Minimo e rappresentanza sindacale: Due facce della stessa medaglia.

Gli interventi al convegno di Confintesa

Interverranno il segretario generale di Confintesa, Francesco Prudenzano; il segretario generale di Confsal, Raffaele Margiotta, il vicesegretario generale del Sindacato Europeo Cesi; Roberto DI Maulo, Lorenzo Fassina per la Cgil confederale; Michele Tartaglione per la Uil confederale; il senatore del Pd Tommaso Nannicini.

I lavori saranno coordinati da Arturo Diaconale direttore de l’Opinione. Confintesa ha inteso promuovere una riflessione su questi due temi che oggi mettono in discussione sia la democrazia sindacale che il principio, sancito dall’articolo 36 della Costituzione Italiana, di una giusta retribuzione per i lavoratori.

Rappresentanza e giusta

La Segreteria Generale di Confintesa ha un obiettivo. Va dato al problema della rappresentanza e della giusta retribuzione del lavoro un taglio anche europeo. Questo al fine di equiparare verso l’alto le retribuzioni dei lavoratori. Ed evitare dannose delocalizzazioni dovute proprio ad un minor costo del lavoro in molti Stati Europei.

Le sigle sindacali

Sulla rappresentatività sindacale Confintesa si dichiara favorevole a una misurazione delle singole sigle sindacali nel settore privato. Intende, però, discutere sulle modalità che andranno utilizzate per costruire un modello di misurazione che permetta a tutte le OO.SS. di poter essere messe su un piano di parità al fine di dare a tutti i sindacati la possibilità di essere contati.

di: Girolamo Fragalà @ 15:04


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