Gli "ultimi" italiani rimasti
Torpignattara come il Bangladesh. Una mamma racconta: “I miei figli si sentivano estranei a scuola”
Usi, costumi, negozi disegnano i contorni di vie e strade che stanno a grandi passi perdendo l'identità italian. in quato quartiere, roma è uun po' più simile a Dacca
A Torpignattara come in Bangladesh. Credevo che un conoscente enfatizzasse il suo racconto quando mi disse che, bussando alla porta di una famiglia in via Torpignattara per riparare un elettrodomestico, si sentì rispondere: “Aspetta un attimo, prima devo chiudere mia moglie”. In verità, stando al reportage del Tempo tra le vie del quartiere romano alla periferia Est, le cose stanno proprio così e stanno pure degenerando. Non solo la morale familiare ma anche lo scenario urbano disegna i contorni di vue e strade che stanno a grandi passo trasformandosi in un altra città. “Sopra le vetrine dei negozi le insegne in bengalese hanno cancellato quelle di un tempo: la macelleria Al Barakah, il ristorante Dhaka. Poi, a pochi metri di distanza, l’agenzia di viaggi Janata Travel Tours e per la spesa di tutti i giorni il Bangla Bazar. All’alba e altramonto le fermate degli autobussi riempiono di lavoratori di ogni nazionalità”.
Gli stranieri a Torpignattara sono il 30 per cento
Scrive Gabriele Bernard che nella Capitale gli stranieri residenti sono circa il 13%, ma a Torpignattara arrivano al 30%. “Nel V Municipio la sola comunità bengalese conta quasi 10mila persone, oltre un quinto di tutti gli stranieri della zona. Un cambiamento rapido, che ha trasformatoil quartiere in un laboratorio di convivenza, in cui però spesso le comunità vivono una accanto all’altra senza incontrarsi”. Chi parla di integrazione dovrebbe fare un bagno di realtà. Per esempio andare nelle scuole.
Una mamma al “Tempo”: “A scuola erano i bambini italiani a sentirsi isolati”
Un esempio è l’istituto comprensivo “Carlo Pisacane”, simbolo del cambiamento sociale con classi multietniche. A parlare al quotidiano è Florinda Arcangeli, una mamma che ha in passato iscritto due figli lì ma che poi ha optato per portare il terzo in un altro quartiere, in un’altra scuola. “Quando si parla di “ghetto” si pensa agli studenti stranieri, ma nella nostra realtà erano i pochi bambini italiani a ritrovarsi isolati. I miei primi figli mi chiedevano perché avessero un nome italiano e non arabo, si sentivano estranei nella loro stessa classe”. Una ragione di più per apprezzare il decreto scuola presentato dal governo contro le classi ghetto.
“Le strade di questo quartiere si stanno degradando sempre più”
Bisogna poi chiedere agli anziani per valutare come e da quando il quartiere ha cambiato volto. Un 86enne intervistato ha raccontato di averne trascorsi 50 a Torpignattara. Ha in mano una busta per la spesa fatta in un minimarket di un commerciante bengalese: “Prima c’erano i nostri negozi, le botteghe, le sartorie. Oggi al loro postoci sono molti minimarkete negozi di fruttaeverdura gestiti da ragazzi del Bangladesh, qui sono in molti, tutti gran lavoratori”, per carità , non è questo il punto. “La verità è che le strade di questo quartiere si stanno degradando sempre di più. La povertà si vede, c’è sempre più gente senza dimora che dorme per strada. L’integrazione? Non so se sta funzionando, viviamo vicini, ma a volte sembra di essere in mondi distinti”.
Un anziano di Torpignattara: “Ci sentiamo stranieri a casa nostra”
Un agglomerato di estranietà. Anche la cucina italiana lascia il posto a una pluralità di cucine etniche e anche “i negozi di abiti e le sartorie si trasformano mettendo in vetrina dei sari dai colori sgargianti (i tipici abiti della tradizione dell’Asia meridionale). In piazza dei Geografi c’è un bar antico: quando i propritari hanno messo l’attività in vendita l’attività si sono fatti sotto due ragazzi eritrei. Pur riconoscendo la serietà di quei lavoratori stranieri, l’uomo che per anni ha lavorato in quel bar storico è scponsolato: “Ci sentiamo un po’ stranieri in casa nostra, ma teniamo botta”.