Il libro
“Pound e/o Pasolini”: cronaca di un incontro che intreccia le memorie del ‘900 e fa dell’avversario un interlocutore
Il saggio di Luca Gallesi ricostruisce come si arrivò all'incontro veneziano tra due intellettuali lontanissimi, uniti dalla critica alla società dei consumi. E restituisce una lezione di libertà culturale che conserva tutta la sua attualità
Il 26 ottobre 1967, nell’abitazione veneziana di Ezra Pound, si incontrano due uomini che sembrano appartenere a mondi inconciliabili. Da una parte il grande poeta americano, reduce dalla prigionia e dall’esperienza manicomiale, segnato dalla sua adesione al fascismo e da un lungo dopoguerra vissuto in isolamento; dall’altra Pier Paolo Pasolini, poeta, regista e intellettuale marxista, protagonista di un dibattito culturale e politico nel quale interviene con posizioni spesso irrituali e controcorrente. L’intervista, trasmessa dalla Rai il 7 giugno 1968, è al centro di Pound e/o Pasolini, il volume di Luca Gallesi pubblicato dalle Edizioni Ares nella collana poundiana: un lavoro agile, poco più di un lungo saggio, ma costruito con la consueta accuratezza documentaria.
Un incontro che intreccia la memoria del ‘900
L’incontro non è soltanto un episodio curioso nella biografia dei due intellettuali. È una vicenda nella quale si intrecciano la memoria tormentata del Novecento, il peso dei pregiudizi ideologici e la possibilità di riconoscere nell’avversario qualcosa che la propria appartenenza culturale aveva impedito di vedere.
La preparazione dell’incontro è lunga e tutt’altro che semplice. A favorirla è Vanni Ronsisvalle, documentarista, amico di Pasolini e profondo ammiratore di Pound, affiancato da Allen Ginsberg, anch’egli legato a entrambi. Ginsberg, in particolare, è animato da una devozione nei confronti del poeta americano che lo spinge a cercarlo ripetutamente, quasi con l’insistenza affettuosa di uno stalker amichevole. La sua amicizia con Pasolini contribuisce ad avvicinare due personalità che inizialmente non sembrano avere molto da dirsi.
Non mancano le resistenze, soprattutto da parte di Olga Rudge, compagna di Pound, preoccupata che una nuova esposizione pubblica potesse rappresentare un rischio per un uomo già duramente provato. Ma anche Pasolini deve superare le proprie riserve, maturate attraverso un giudizio fortemente condizionato dall’appartenenza fascista di Pound. In precedenza, si era persino lamentato con l’editore comune Vanni Scheiwiller del fatto che il poeta continuava a godere di considerazione nel mondo intellettuale, nonostante la sua storia politica.
Due uomini, due mondi
È qui che la ricostruzione di Gallesi acquista un significato che va oltre la cronaca. Perché l’incontro mette in discussione una pregiudiziale culturale secondo la quale, di fronte ai simboli dell’avversario, non si discute: li si condanna, li si delegittima, li si abbatte.
Le distanze tra i due, del resto, sono profonde. Non soltanto ideologiche, ma generazionali, biografiche e caratteriali. Pound ha attraversato la tragedia del Novecento da protagonista della cultura modernista e da sostenitore del fascismo, per poi vivere la prigionia, l’internamento e il difficile ritorno in Italia. Pasolini appartiene a una generazione successiva che ha fatto dell’intervento pubblico una componente essenziale della propria identità intellettuale.
Per Pound il dopoguerra è il momento del tempus tacendi, il tempo di tacere: una presenza culturale che permane, ma si manifesta attraverso il silenzio e la riservatezza. Pasolini è invece l’intellettuale dell’intervento, della polemica, della provocazione, continuamente immerso nel dibattito pubblico. Due modi quasi opposti di abitare la cultura e di confrontarsi con il proprio tempo.
La modernità, un terreno comune
Che cosa può avvicinare due uomini così lontani? Non una comune appartenenza politica, né una convergenza complessiva delle rispettive visioni del mondo. Il terreno di confronto è la critica alla modernità che prende forma nell’Italia del boom economico, quando il trionfo della società dei consumi comincia a trasformare comportamenti, linguaggi e identità collettive. Uno dei veicoli di questo cambiamento di massa, per un curioso paradosso, è proprio quel mezzo televisivo verso il quale entrambi gli intellettuali nutrono una sana diffidenza (presto trasformatasi in avversione), ma che tuttavia costruisce in questo caso il terreno d’incontro tra i due.
È l’epoca dell’omologazione, della progressiva scomparsa di un mondo comunitario e rurale, di una civiltà contadina che aveva costituito per secoli una parte essenziale dell’esperienza italiana. Pasolini avverte questa trasformazione attraverso il rapporto con le proprie origini friulane, con Casarsa e con un universo umano e linguistico destinato a essere travolto dall’espansione della società industriale.
Pound, da parte sua, cerca nella civiltà dell’antica Cina, e in particolare nel pensiero di Confucio, un modello di ordine e di armonia comunitaria alternativo alla modernità mercantile. Il riferimento confuciano, così importante nei Cantos, esprime una concezione nella quale l’equilibrio sociale non è separabile da una precisa idea dell’uomo e dei suoi comportamenti.
Le loro critiche possono così incontrarsi, pur nascendo da presupposti differenti. Pasolini muove da una formazione marxista, sempre più critica nei confronti delle trasformazioni della società contemporanea; Pound da una visione economica, sociale e politica che lo aveva condotto al fascismo. Non si tratta di rendere equivalenti queste posizioni, ma di riconoscere che esse possono individuare, da prospettive diverse, alcune contraddizioni comuni della civiltà dei consumi.
L’avversario come interlocutore
È proprio questa possibilità a rendere significativo l’incontro: la maturazione del giudizio di Pasolini non comporta l’abbandono delle proprie convinzioni, ma il superamento di una pregiudiziale che impediva di riconoscere la statura poetica e intellettuale di Pound al di là della sua vicenda politica.
Il significato dell’incontro veneziano va oltre la curiosità biografica e le convergenze nelle loro critiche alla modernità. La sua eredità più importante riguarda il modo in cui si guarda all’avversario intellettuale. Pasolini non deve diventare un uomo di destra perché Pound possa essere riconosciuto come uno dei grandi poeti del Novecento. E Pound non deve rinnegare la propria storia perché Pasolini possa avvicinarlo e ascoltarlo. Il dialogo non comporta necessariamente una conciliazione, così come il riconoscimento della grandezza di un’opera non equivale all’approvazione delle idee politiche del suo autore.
È una distinzione essenziale, che il mondo culturale contemporaneo sembra sempre più spesso smarrire, quando l’appartenenza diventa il criterio preliminare per stabilire chi meriti di essere letto, ascoltato o ammesso al confronto. La cultura dovrebbe essere proprio il luogo nel quale le differenze possono manifestarsi senza trasformarsi in ostacoli insormontabili, e nel quale il dissenso non esclude la possibilità di un riconoscimento reciproco.
Un incontro che ha reso le distanze attraversabili
Il merito di Gallesi è quello di restituire, attraverso una ricostruzione documentata e accessibile, la concretezza di un incontro che non ha cancellato le distanze tra i suoi protagonisti, ma le ha rese attraversabili. L’intervista è tuttora reperibile su RaiPlay, come ricorda lo stesso autore, insieme ad altri materiali dedicati a Pound: un’occasione per tornare direttamente alle immagini e alle parole di quella vicenda.
Due uomini lontanissimi, dunque, capaci di incontrarsi senza smettere di essere se stessi. La vera lezione di Venezia non è che gli avversari possano scoprire di avere ragione insieme, ma che possano ancora riconoscersi come interlocutori. Che cosa resta della libertà della cultura, se viene meno proprio questa possibilità?
Il video dell’intervista di Pasolini a Pound realizzata per la Rai nel 1968