La ricorrenza
Ottocento anni dalla morte di San Francesco. La pace non è resa. Il coraggio di tenerla sempre all’ordine del giorno
Ottocento anni fa moriva San Francesco. È quasi inevitabile, in questo anniversario, tornare alla parola che più di ogni altra associamo alla sua figura: pace. Quella pace che dovrebbe essere il punto di partenza e che, troppo spesso, la guerra trasforma nel punto d’arrivo. Francesco è un uomo di pace che ha conosciuto la guerra. Da giovane aveva combattuto. Prese parte con gli uomini di Assisi allo scontro di Collestrada contro Perugia, fu fatto prigioniero e conobbe la durezza della prigionia. Dopo la liberazione tentò ancora la strada delle armi, dirigendosi verso la Puglia per unirsi alle truppe di Gualtieri di Brienne, prima di fermarsi a Spoleto e tornare indietro.
Per questo acquista ancora più forza ciò che accade nel 1219. È in corso la Quinta Crociata. I crociati assediano Damietta. Francesco attraversa il fronte ed entra nel campo del sultano al-Kamil. Non ferma la guerra e non produce un trattato. Ma compie un gesto che conserva intatta la sua forza: mentre tutto intorno parla il linguaggio delle armi, difende lo spazio della parola e rimette la pace al centro dell’agenda.
Ottocento anni dopo, Leone XIV torna su quella stessa questione con il linguaggio e la responsabilità propri del Papa.
All’Eliseo ha invitato a non rassegnarsi alla guerra considerandola «inevitabile» e a promuovere senza sosta dialogo e diplomazia. Ha parlato di una «pace disarmata e disarmante» e ha ricordato che la pace non è un semplice equilibrio di forze, ma si costruisce attraverso il dialogo e la giustizia. Non è compito del Papa stabilire confini, garanzie di sicurezza o condizioni negoziali. Il suo compito è un altro: impedire che la pace scompaia dall’orizzonte proprio quando sembra più difficile raggiungerla.
È anche il senso della missione appena compiuta dal cardinale Zuppi a Mosca: tenere aperto un canale mentre la guerra continua, soprattutto sui dossier umanitari. Parolin ha ricordato oggi che «non si può negare ad un popolo il diritto di difendersi», aggiungendo però che la Santa Sede continua a chiedere la fine delle ostilità e un cessate il fuoco effettivo.
Difesa e ricerca della pace possono, e devono, restare insieme.
Perché la guerra possiede una forza terribile: non soltanto distrugge vite e città, ma rischia con il tempo di modificare anche il nostro modo di pensare. Ci abituiamo alle notizie, ai bombardamenti, ai morti. Persino Donald Trump, da una prospettiva e con un linguaggio completamente diversi da quelli del Papa, quando richiama le decine di migliaia di morti ogni mese nella guerra tra Russia e Ucraina non ne fa soltanto un calcolo politico. Ne fa anche un ragionamento etico, definendo una vergogna il fatto che quella carneficina continui.
Il punto non è trasformare Trump in un pacifista, né immaginare convergenze che non esistono. È più semplice: anche la politica deve continuare a misurarsi con il costo umano di questa guerra e con la necessità di trovare una via d’uscita.
Qui comincia la parte più difficile del ragionamento.
Tenere la pace al centro dell’agenda non significa confondere aggressore e aggredito. E non significa lasciare indifesa l’Ucraina.
Per questo considero perdente la posizione di chi pensa che la strada più breve verso la pace consista nel ridurre il sostegno a Kyiv o nel non investire maggiormente nella difesa dei Paesi europei. Il rischio è l’opposto: indebolire chi resiste, rendere più conveniente l’uso della forza e lasciare i Paesi europei con ancora meno capacità di incidere quando arriverà il momento del negoziato.
Non c’è contraddizione tra il sostegno all’Ucraina e la ricerca della pace. Le conclusioni del Consiglio europeo tengono insieme assistenza politica, finanziaria e militare a Kyiv, rafforzamento delle capacità di difesa degli Stati membri e ricerca di una pace giusta e duratura. Ribadiscono inoltre che i confini non possono essere modificati con la forza e che il percorso verso la pace non può essere deciso senza l’Ucraina.
Su questo terreno l’Europa deve fare un salto di qualità. Non diventando un superstato, ma facendo lavorare meglio e con maggiore autorevolezza le sue nazioni, coordinando capacità militari, strumenti diplomatici e interessi comuni. La sua forza non può nascere dalla cancellazione delle sovranità nazionali, ma dalla capacità dei Paesi europei di agire insieme quando interessi e sicurezza coincidono.
Ed è proprio su questo piano che l’Italia svolge un ruolo importante.
La linea seguita da Giorgia Meloni tiene insieme due elementi che non dovremmo mai separare: la fermezza nel sostegno all’Ucraina e la ricerca di una pace giusta e duratura.
Difesa e pace non sono alternative. Una capacità di difesa credibile serve a scoraggiare nuove aggressioni; il sostegno all’Ucraina serve a impedire che passi il principio secondo cui con la forza si possono cambiare i confini; la politica deve fare in modo che tutto questo conduca, infine, alla pace.
Paesi europei più deboli non sarebbero necessariamente più pacifici. Avrebbero semplicemente meno capacità di difendersi, meno possibilità di aiutare chi viene aggredito e meno autorevolezza quando si dovrà costruire l’uscita dalla guerra.
Perché la pace abbia peso, servono anche forza, unità d’intenti e autorevolezza per farla contare.