Epilogo teatrale
Lo show di Ranucci che fa gli scatoloni e lascia la redazione di “Report” in diretta social è già un “cult”: cala il sipario? (video)
Sigfrido Ranucci fa gli scatoloni, smobilita da via Teulada e regala ai social il video del congedo definitivo dalla redazione di Report, trasformando l’addio in una rappresentazione teatrale intrisa di vittimismo, autocompiacimento, e pervicace esortazione a resistere, resistere, resistere nella prospettiva di un ritorno: «Rifarei tutto. E trasformerò il dolore in resilienza»…
Ranucci fa gli scatoloni e lascia la redazione di “Report”: ovviamente tutto in diretta social
Eppure, solo prima l’incipit della sceneggiatura dell’addio recita: «Finisce una storia durata vent’anni. Raccolgo i ricordi che mi hanno accompagnato in circa 500 puntate di Report», posta il tele-giornalista sui social accanto ad un video che riprende una scena classica della cinematografia di sempre, a cui le immagini – sottolineate da una intramontabile colonna sonora – rinviano platealmente: il recupero di libri, gadget, regalini e premi, collezionati in anni di conduzione e ora destinati al mesto archivio di cartone.
Tra nostalgia e auto-compiacimento: «Finisce una storia durata 20 anni»
Dunque, dopo la rimozione dalla conduzione di Report. Le contestazioni disciplinari. E il secco “no” al reintegro pronunciato dal Tribunale del Lavoro di Roma, Sigfrido sceglie di immortalare lo sgombero del suo ufficio, lasciando scivolare lo sguardo della telecamera tra i cimeli accumulati in un tempo felice, quando la sua frequentazione con Lavitola non era nell’occhio del ciclone e il suo ruolo di Torquemada del giornalismo d’inchiesta non poteva essere messo in discussione.
E così, a dispetto dell’ovvio – e di quanto ci si aspetterebbe dopo anni e anni di incontrastabile dominio della scena mediatica – il racconto cronachistico del tele-inchiestista di oggi, quello del Ranucci post attentato, inchiesta e sostituzione alla conduzione del programma, più che sull’immagine di un duro e puro, di un don “Chisciotte de’ noantri” contro i mulini a vento dei “poteri forti”, cede quasi subito a inquadrature e toni che virano sull’autocandidatura – l’ennesima – a martire della democrazia.
Ranucci tra scatoloni e ricordi con un must: «Rifarei tutto e trasformerò il dolore in resilienza»
«L’avevo messo in conto – confessa a sorpresa Ranucci –. E ho sempre cercato di immaginare come sarebbe andata. Mi sono figurato tanti scenari, ma mai avrei pensato a modalità così mostruose. Tuttavia non rimpiango nulla di quello che ho fatto. Rifarei tutto, perché ho scelto di difendere dei princìpi. Ho scelto di non piegare la schiena davanti a nessuno, neppure davanti alle mie paure o incertezze. Anche quando mi sarebbe stato più comodo, e mi avrebbe portato delle utilità».
Poteva già bastare, e invece no, anzi… Lanciandosi in slanci lirico-zoologici, Ranucci arriva ad autoproclamarsi guida spirituale del giornalismo, vittima sacrificale del sistema, e mentore degli alfieri della (sua?) verità: «A volte scegliere serve a spiazzare, a trasformarsi in pastori maremmani per indicare la strada agli altri», rilancia nella didascalia che accompagna lo “struggente” post. E dalla guardiana del gregge all’omaggio poetico il passo è breve. Così, Ranucci cita l’aneddoto di un ballo funebre sulle note di L-O-V-E, e che gli sarebbe stato d’ispirazione.
Ranucci tra scatoloni e fascicoli
«Durante i funerali di Agnès Lassalle – racconta e rievoca il giornalista– l’insegnante di spagnolo di Saint-Jean-de-Luz uccisa con una coltellata al cuore da un sedicenne, il suo compagno, Stéphane Voirin, ha deciso di renderle omaggio ballando da solo davanti alla bara sulle note di Nat King Cole, la loro canzone. All’improvviso tutti i presenti hanno cominciato a danzare, trasformando la commozione in condivisione. Trasformare il dolore in resilienza: è quello che farò, con la promessa di rivederci prima o poi», sottolinea.
Concludendo quindi la citazione con un ultimo auto-riferimento: «Mi dispiace non aver potuto salutarvi dallo studio di Report. Separarsi, a volte, è un dolore così dolce. Ma non si vede bene che con il cuore. E per questo non posso che ringraziarvi per la passione e la dedizione con cui mi avete seguito in questi anni e che, nonostante tutto, ancora oggi mi donate».
Cala il sipario sull’epopea di Ranucci. Per ora
E alla fine di tanta e tale celebrazione di un addio, tra parafrasi del Piccolo Principe («non si vede bene che con il cuore») e nostalgici ringraziamenti al pubblico, cala così il sipario sull’epopea ranucciana. Si chiude una pagina televisiva che, più che per gli scandali e le inchieste, verrà ricordata per la capacità del suo protagonista di dipingersi perennemente come l’eroe incompreso che, anche al momento di fare i bagagli, non rinuncia a salire sul pulpito per divulgare verità in tasca e autocelebrare online la sua burrascosa saga, alacremente in corso. (Il video linkato in alto dall’account Facebook di Sigfrido Ranucci).