Lo scenario segreto
Le mani dei tecnocrati sull’Europa: il “Rhine Group” di Draghi e l’incubo di un nuovo “Bilderberg”
L’ex Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi e Patrick Callinson, amministratore delegato di Stripe, una delle maggiori società fintech del mondo, e membro di Meta, sono i due coopresidenti del “Rhine Group” e la guida operativa è affidata a Luis Garicano spagnolo, economista ed ex euro deputato. I partecipanti di questa nuova associazione sono tutti pezzi da novanta della politica, dell’economia, della finanza e dell’accademia, come il premio nobel Philippe Aghion, l’ex ministro francese Bruno Le Maire, l’ex ministro delle finanze tedesco Jörg Kukies, Tobi Lutke (Shopify), Sebastian Siemiatkowski (“Klarna”), Michael Miebach (“Mastercard”), Zanny Minton Beddoes (direttore dell’“Economist”), Roula Khalaf (direttore del “Financial Times”), Benoit Coeuré, Presidente dell’Autorità francese della concorrenza, il presidente della BBVA Carlos Torres Vila. Ci sono anche i responsabili di due influenti pensatoi europeisti, il Cepr e il Brugel.
Tra i membri italiani figurano Andrea Pignataro (Ion) il terzo uomo più ricco d’Italia, Luca Ferrari di Bending Spoons, Vittorio Colao, ex ministro all’innovazione del governo Draghi e già Amministratore Delegato di Vodafone, oggi vicepresidente di Emea di General Atlantic, Francesco Giavazzi, economista e consigliere economico a Palazzo Chigi con lo stesso Draghi, Lucrezia Reichlin della London Business School ed ex direttore generale della ricerca della BCE, l’economista Francesco Decarolis dell’Università Bocconi.
Quel che appare strano, però, è che il think tank, pur interessandosi prevalentemente dei problemi del continente europeo, non ha sede nella Ue, ma a Ginevra presso lo studio di una fiduciaria svizzera di diritto elvetico, quindi con anonimato garantito. Questa scelta di Draghi e dei suoi sodali di posizionarsi in Svizzera ed a Ginevra risponde a precise motivazioni strategiche. Innanzitutto, intendono usufruire della massima flessibilità e “riservatezza” che possono essere garantite solo dalla Svizzera, della grande rapidità degli adempimenti burocratici e, sopratutto dell’anonimato dei finanziatori, dei criteri interni di governance, che al momento del lancio non sono stati resi pubblici e non lo sono nemmeno attualmente.
La scelta elvetica, oltretutto, garantisce una completa indipendenza dalle istituzioni e dei controlli dell’Unione Europea e consente a Draghi e compagni di muoversi come soggetto terzo in grado, quindi, di esercitare più o meno stringenti moral suasion nei confronti degli Stati europei. Si tratta perciò di qualcosa in più di una semplice cabina di regia e molto di più di un think tank, ma piuttosto di un soggetto in grado di coordinare ed indirizzare pezzi di politica e di istituzioni in supporto alla Commissione europea per realizzare il cosiddetto “Rapporto Draghi”. Pare di capire che la lobby di Draghi intenda fare squadra per manovrarla con la tecnocrazia di Bruxelles per indirizzare gli investimenti alla ricerca ed alla produzione di armi per la difesa e la sicurezza piuttosto che per il welfare, i salari, le pensioni, l’istruzione e la salute. Questo profilo per cosi dire “riservato”, una sorta cioè di Bilderberg, che si riunisce a porte chiuse, del tipo di loggia coperta, spiega perché solo pochissimi mezzi di informazione abbiano dato notizia della prima riunione di questa associazione, della quale non si sarebbe saputo niente se MF Milano Finanza non avesse dato qualche indiscrezione.
La riunione è stata pressoché segretata, non si conoscono nemmeno i nomi di tutti i presenti, né sono circolati documenti, verbali, tanto meno sono state rilasciate dichiarazioni da parte dei singoli partecipanti. L’incontro, che è durato ben tre giorni, praticamente è stato blindato e se non vi fosse stato qualche accenno generico e molto vago da parte di Luis Garicano, il direttore esecutivo del gruppo, il buio completo avrebbe avvolto i lavori di questa vera e propria lobby.
La missione del gruppo – per quel che se ne sa – è quella di affrontare il problema centrale dell’Europa che è, secondo l’ex presidente del Consiglio italiano, la perdita di competitività, di produttività e di capacità di innovare.
In pratica si tratta di realizzare il Rapporto sulla competitività presentato nel settembre del 2024 e sostanzialmente lasciato nei cassetti di Bruxelles. Ed allora il Centro Studi ritiene che “Se la stagnazione continua, il continente perderà progressivamente la capacità di finanziare gli obblighi fondamentali di uno Stato moderno: Difesa, sanità pubblica, pensioni, istruzione, investimenti per il clima e reti di sicurezza per chi perde il lavoro”. La ricetta “al declino dell’Europa in sostanza va cercata nel mercato: competere, costruire e crescere” cosi come la indicava il Rapporto Draghi – ed avvertono gli esponenti di Rhine Group – che se dovesse continuare l’inerzia attuale, l’Europa non riuscirebbe più a garantire difesa, sanità, pensioni, istruzione e welfare.
Del resto a luglio scorso lo stesso Mario Draghi incontrando Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, per discutere lo stato di attuazione del suo Rapporto su “il futuro della competitività europea”, ha dovuto ammettere che: “Dopo due anni, solamente il 15,7% delle sue 283 raccomandazioni è stato implementato. Il Rapporto del 2024, infatti, aveva individuato tre aree di intervento per rilanciare la crescita europea in un mondo in cambiamento. “L’Europa deve riorentare profondamente i suoi sforzi collettivi per colmare il divario di innovazione con gli Stati Uniti e la Cina”… L’Europa deve dotarsi di “un piano congiunto per la decarbonizzazione e la competitività. (…) La decarbonizzazione sarà un’opportunità per l’Europa. Ma se non riusciamo a coordinare le nostre politiche, c’è il rischio che la decarbonizzazione sia contraria alla competitività e alla crescita”… L’Europa “deve aumentare la propria sicurezza, riducendo le dipendenze. La sicurezza è un prerequisito per la crescita sostenibile”.
Il Rapporto quantificava a 800 miliardi di euro l’anno le coperture finanziarie per questo tipo di obiettivo. Per Draghi – udite, udite sembra riecheggiare la proposta dell’ex ministro Giuseppe Guarino – un gruppo di Paesi dovrebbe andare avanti, come è avvenuto con l’adozione della moneta comune.
Eppure, questo programma, doveva rappresentare la base per rilanciare il continente, ma ha dovuto registrare un fallimento completo, come ha certificato anche il Joint European Disruptive Initiative, (l’acronimo è Jedi – un board con politici, economisti, ex militari e imprenditori, tra cui il Generale Jean Paul Palompers, il premio Nobel per l’Economia Philippe Aghion e l’ex commissaria Ue ai Trasporti Violeta Bulc). Per questo l’ex presidente della BCE è corso ai ripari ed ha varato il suo Centro Studi. Infatti il Rhine Group vorrebbe praticamente passare dalla diagnosi alla costruzione di una rete capace di promuoverne l’attuazione, dopo due anni in cui molte raccomandazioni sono rimaste sulla carta.
Queste élites che, però, oggi denunciano la crisi europea dovrebbero almeno riconoscere che sono esse stesse che ci hanno portato a questa situazione di crisi. Del resto la prospettiva proposta rimane sempre un’impostazione ideologica socialista-liberale che ripropone le ricette del World Economic Forum di Davos, che negli ultimi tempi appare in declino. Alla fine viene da dire: “alle volte ritornano”.
* ex senatore Pdl e presidente della Commissione Finanze