I numeri veri
La sinistra prende fisco per fiasco: le tasse non sono aumentate, è cresciuta la base imponibile grazie al boom del lavoro
Il dato certificato dall’Istat è corretto, ci mancherebbe: nel secondo trimestre del 2026 la pressione fiscale italiana è arrivata al 43,5%, mezzo punto in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Ma gli attacchi arrivati dal vero “partito delle tasse”, la sinistra italiana, sono frutto di ignoranza, disinformazione e malafede. Il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia ha parlato di «fallimento» del governo, mentre Giuseppe Conte ha sostenuto che «a suon di tasse» l’esecutivo starebbe mettendo in difficoltà il ceto medio.
C’è un dettaglio, però, che qualsiasi studente di economia farebbe notare: pressione fiscale e aliquote fiscali non sono la stessa cosa. La pressione fiscale è un rapporto tra il complesso delle entrate fiscali e contributive e il PIL. Può quindi aumentare anche senza un intervento legislativo che innalzi un’aliquota, per effetto della dinamica dei redditi, dell’occupazione, dei consumi e delle altre componenti del gettito. Da qui, una deduzione logica. Da quando c’è il governo Meloni le tasse non sono cresciute e l’aumento della pressione fiscale è solo frutto dell’ampliamento della base imponibile determinato dalla crescita dell’occupazione e dei salari.
Il fenomeno è particolarmente importante perché il numero degli occupati è effettivamente cresciuto negli ultimi anni. Ad agosto 2026 gli occupati erano 24,352 milioni, con un tasso di occupazione del 63%; rispetto ad agosto 2025 risultavano 291 mila occupati in più. Un aumento di oltre un milione di occupati rispetto al novembre 2022.
Governo Meloni, meno tasse, più lavoro
La pressione fiscale al 43,5%, come da bollettino Istat, è stato utilizzato dall’opposizione per contestare l’operato dell’esecutivo. Ma l’aumento della pressione fiscale non è la conseguenza di un generalizzato aumento delle tasse, quanto della crescita del numero di persone che lavorano e quindi dei redditi sottoposti a imposizione. Una tesi sostenuta anche in un editoriale di Alessandro Sallusti su Libero, secondo cui l’aumento della pressione fiscale non equivale automaticamente a un aumento delle imposte individuali. Sallusti collega la crescita del gettito anche all’incremento degli occupati e dei redditi da lavoro.
Il punto tecnico è importante: se aumenta il numero dei contribuenti o crescono i redditi nominali, può aumentare il gettito complessivo anche in assenza di un aumento delle aliquote. È uno dei motivi per cui il semplice confronto tra la percentuale di pressione fiscale di due anni diversi non consente, da solo, di stabilire se il governo abbia aumentato o diminuito le singole imposte.
Del resto, sul tavolo, a dimostrazione delle manovre sul fisco a beneficio dei cittadini, ci sono gli interventi sull’Irpef e sul cuneo fiscale, misure che hanno ridotto il carico per diverse categorie di lavoratori. Altro equivoco, il drenaggio fiscale. Il meccanismo è relativamente semplice: quando i redditi nominali aumentano per effetto dell’inflazione, ma gli scaglioni e le detrazioni non vengono adeguati nella stessa misura, un lavoratore può finire per pagare più imposte pur senza avere guadagnato di più in termini reali. È quindi possibile avere contemporaneamente aliquote nominali invariate o ridotte, maggiore gettito complessivo e maggiore pressione fiscale.Ma è semplicistico sostenere che l’aumento della pressione fiscale sia irrilevante per i contribuenti solo perché non sono state aumentate le aliquote. I dati Istat mostrano infatti che nel secondo trimestre il reddito disponibile delle famiglie è aumentato dello 0,4%, mentre i consumi sono cresciuti dell’1,7%; la propensione al risparmio è scesa al 6,7% e il potere d’acquisto è diminuito dello 0,9%.