L'analisi
La forza dell’identità contro il trasformismo: perché in politica la coerenza conta più del consenso
C’è un populismo genuino, che nasce da convinzioni politiche riconoscibili, anche radicali, e c’è un populismo opportunistico, che costruisce invece le proprie posizioni inseguendo ciò che in quel momento produce consenso.
In altri termini, c’è un populismo coerente con una propria identità politica e un populismo che cambia identità in funzione del consenso.
AfD, per esempio, nasce nel 2013 dalla critica all’euro e alla politica di salvataggio della moneta unica, per poi spostare progressivamente il proprio baricentro su immigrazione, identità e sicurezza. Nigel Farage viene invece da una lunga storia euroscettica britannica, che trova nella Brexit il suo esito politico più evidente.
Si possono contestare quelle posizioni, anche duramente. Ma sarebbe sbagliato descriverle come semplici invenzioni costruite inseguendo l’umore del giorno. Hanno alle spalle una traiettoria politica riconoscibile. Persino il primo Movimento Cinque Stelle, pur nascendo dentro un populismo molto aggressivo — l’“uno vale uno”, il Vaffa Day, la contrapposizione generalizzata tra cittadini e “casta” — aveva un’identità precisa. Si poteva giudicarla rozza, sbagliata o distruttiva, ma era riconoscibile.
Il nuovo Cinque Stelle appare invece molto diverso. Sempre più spesso non parte da una visione per cercare consenso: parte dal consenso possibile per costruire ogni volta una posizione. È qui che il populismo smette di essere soltanto radicale e diventa soprattutto opportunistico.
Lo stesso meccanismo può esistere anche sul terreno della destra.
Immigrazione, sicurezza, identità, sovranità, critica della burocrazia sono temi politici reali, presenti da tempo nel confronto della destra europea. Il fatto che vengano utilizzati da un soggetto populista non li rende automaticamente populisti. Ma nemmeno il fatto che qualcuno li urli più forte gli attribuisce una maggiore autenticità politica. Il populismo opportunistico funziona proprio così: prende una domanda che esiste già, la separa dalla sua storia e dalla sua complessità, la esaspera e prova a presentarsi come il suo unico interprete.
Per una destra strutturata il rischio è doppio. Il primo è lasciare che temi propri vengano monopolizzati da chi li riduce a slogan. Il secondo è inseguire quella semplificazione, finendo per perdere identità nel tentativo di competere sullo stesso terreno.
La risposta non è negare quei temi. È rappresentarli meglio. E soprattutto rappresentarli con coerenza.
È anche una delle chiavi con cui leggere l’esperienza politica di Giorgia Meloni. La sua forza è stata mantenere nel tempo una fisionomia politica riconoscibile, senza costruire ogni volta una posizione soltanto sulla convenienza del momento. Ed è questa coerenza che ha contribuito a dare solidità all’esperienza di governo: una linea politica può essere condivisa o contestata, ma resta leggibile perché nasce da un’identità riconoscibile.
È qui che passa la differenza più profonda. Una forza politica ascolta la società, ma non cambia identità ogni volta che cambia il vento. Inserisce le domande dentro una visione e si assume la responsabilità delle risposte. Il populismo opportunistico fa il contrario: prende la domanda che in quel momento produce consenso e costruisce attorno ad essa una posizione.
Una politica ha un’identità quando sa cosa vuole dire prima ancora di sapere quanto consenso porterà.