L'analisi politica
Il populismo cavalca il disagio reale. E a volte lo amplifica. Il punto è capire chi lo rappresenta
Il populismo intercetta una parte della società che non si sente più rappresentata e che percepisce la classe dirigente, partiti inclusi, come élite: altro da sé, lontana dai propri problemi e talvolta persino come un nemico.
Può essere di destra o di sinistra. Cambiano i problemi, cambiano gli avversari, cambiano le risposte. Ma il meccanismo è simile: uno stato di insoddisfazione viene intercettato, cavalcato e trasformato in consenso.
Questo non significa che quel disagio sia inventato. Spesso nasce da problemi reali ai quali la politica non ha saputo dare risposte. Ed è per questo che è sbagliato demonizzare chi vota una forza populista.
Il punto è un altro. Il populismo può interpretare quel disagio, ma può anche amplificarlo: semplificare problemi complessi, esasperare la contrapposizione, solleticare la pancia e promettere risposte che non reggono alla prova dei fatti.
Problema reale non significa risposta corretta.
L’Italia ne ha conosciuto un esempio significativo con il Movimento Cinque Stelle. Sarebbe sbagliato negare che alla base del suo successo ci fosse una profonda insoddisfazione verso il sistema politico. Ma riconoscere le ragioni di quel consenso non significa condividere le soluzioni proposte.
Il reddito di cittadinanza rispondeva a un’esigenza reale: aiutare chi si trovava in difficoltà. La critica riguarda il modo in cui quella risposta è stata costruita. Una misura che ha prodotto disordine e contribuito a diffondere una percezione sbagliata del rapporto tra sostegno pubblico e responsabilità personale nella ricerca di un lavoro.
Perché aiutare chi ha bisogno è un dovere della società. Ma il sostegno non dovrebbe indebolire la responsabilità individuale di cercare un’occupazione e costruire la propria autonomia.
Ancora più clamoroso è il Superbonus al 110 per cento. Riqualificare gli edifici era un obiettivo condivisibile. Ma promettere un intervento sostanzialmente gratuito per il beneficiario, trasferendone il costo sulla collettività, ha prodotto conseguenze enormi.
Secondo la Corte dei conti, nel giudizio sul Rendiconto generale dello Stato del giugno 2025, il solo Superbonus aveva già generato crediti d’imposta per 165 miliardi di euro. E il conto è destinato a crescere con il completamento degli interventi ancora in corso e la maturazione delle relative detrazioni.
Una finalità giusta non rende automaticamente giusto, né sostenibile, lo strumento scelto per perseguirla.
Questi esempi mostrano perché sia sbagliato confondere il disagio con chi lo cavalca. Un elettore può avere ottime ragioni per essere insoddisfatto e scegliere una proposta politica che offre risposte sbagliate.
Demonizzarlo significa spesso aggravare proprio quella distanza dalla classe dirigente che alimenta il consenso populista.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che basti riconoscere il disagio per giustificare qualsiasi promessa.
La politica deve fare qualcosa di più difficile: riconoscere i problemi senza esasperarli, affrontarli senza illudere, proporre soluzioni che siano non soltanto popolari, ma concretamente realizzabili.
Il populismo può avere successo perché dà voce a chi non si sente ascoltato. La politica tradizionale perde quando lascia ad altri il monopolio di quelle domande.
Capire la domanda non significa accettare la risposta populista. Significa tornare a costruire risposte credibili, prima che qualcun altro trasformi l’insoddisfazione in consenso.