Francia, l’immigrazione ai massimi storici: 7,7 milioni di immigrati e 384mila nuovi permessi. Pouvreau-Monti: «Ecco come sta cambiando il Paese»
Nel suo ultimo libro «Immigrazione: miti e realtà» il saggista francese Nicolas Pouvreau-Monti sostiene che la questione migratoria sia diventata il tema centrale del dibattito politico e sociale in Francia
Il saggista francese Nicolas Pouvreau-Monti, nel suo ultimo libro «Immigrazione: miti e realtà», edizioni Fayard, sostiene che la questione migratoria sia diventata il tema centrale del dibattito politico e sociale in Francia.
La Francia è sempre stata uno dei principali paesi di «immigrazione» in Europa. Durante il XIX secolo, mentre il nostro continente raddoppiava la sua popolazione, la Francia, uscita dai tumulti della Rivoluzione e poi delle guerre napoleoniche, registrò un tasso di natalità significativamente inferiore rispetto ai paesi vicini. Al tempo stesso, la Rivoluzione Industriale creò un notevole fabbisogno di manodopera nelle aree in cui si concentrò (principalmente il Nord-Est e la valle del Rodano).
Nella storia dell’immigrazione in Francia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si possono individuare tre periodi. Il primo corrisponde ai cosiddetti «Trent’anni gloriosi».
Gli anni ’50 e ’70
Dopo la ricostruzione, tra la metà degli anni cinquanta e la metà degli anni settanta, la Francia visse un periodo di espansione economica e industriale senza precedenti: il tasso di crescita raggiunse il 6% annuo. L’immigrazione fu allora significativa, motivata principalmente dalla forte necessità di manodopera, e rimase essenzialmente europea, nonostante i primi flussi migratori africani (soprattutto dall’Algeria): nel 1968 il 70% degli immigrati proveniva dall’Europa, principalmente da Italia, Spagna e Portogallo. Lo shock petrolifero del 1973, il conseguente rallentamento economico e l’impennata della disoccupazione portarono alla sospensione ufficiale dell’immigrazione per motivi di lavoro il 3 luglio 1974, da parte del governo Chirac, in nome del «principio di priorità del mercato nazionale».
Il ricongiungimento familiare
Ma due anni dopo, il decreto del 29 aprile 1976 istituzionalizzò il diritto al ricongiungimento familiare per i cittadini stranieri con permesso di soggiorno. L’idea era quella di consentire agli immigrati già stabiliti di condurre una normale vita familiare, prevedendo una diminuzione dei nuovi arrivi. La Francia stava entrando in una nuova era: l’immigrazione continuò, seppur a un ritmo più lento rispetto ai «Trent’anni Gloriosi» (i trent’anni di boom economico del dopoguerra), ma la sua provenienza geografica cambiò drasticamente, con un netto calo dell’immigrazione europea. Le motivazioni legate al lavoro diminuirono, mentre quelle basate su motivi familiari guadagnarono terreno.
Gli anni ’90 e i permessi di soggiorno triplicati
Dalla fine degli anni novanta, la Francia è entrata in una terza fase della sua storia migratoria, una fase che continua ancora oggi: una drammatica accelerazione dei flussi migratori, che hanno raggiunto livelli senza precedenti e provengono prevalentemente da paesi extraeuropei.
Il numero di nuovi permessi di soggiorno concessi ogni anno è triplicato in meno di trent’anni; nel 2025 sono stati concessi 384.000 nuovi permessi (376.000 escludendo i cittadini britannici), un record storico; nel 1997, a cavallo tra i governi Juppé e Jospin, erano solo 119.000. Chi sono i beneficiari di questi nuovi permessi di soggiorno? Le prime tre nazionalità rimangono invariate dal 2018: Marocco, Algeria e Tunisia. L’Afghanistan occupa il quarto posto. La «Top 10» comprende anche diversi paesi dell’Africa subsahariana – Costa d’Avorio, Camerun e Guinea – nonché paesi i cui beneficiari sono principalmente studenti: Cina, Stati Uniti e India. La motivazione «studentesca» è infatti la più frequentemente citata (31%), seguita da motivi umanitari (24%) e familiari (22%), e infine da motivi professionali, molto distanti (13%). La categoria studenti detiene il primo posto dal 2022, a testimonianza della politica proattiva volta ad accogliere un maggior numero di studenti stranieri, con un obiettivo fissato dal governo di Édouard Philippe e perseguito da allora: avere 500.000 studenti internazionali in Francia entro il 2027.
Diritto di asilo e permessi umanitari
I permessi rilasciati per motivi «umanitari» corrispondono essenzialmente al diritto d’asilo: il loro numero è quasi quadruplicato in dieci anni. Tuttavia, il sistema di asilo rappresenta una «zona grigia» tra immigrazione regolare e irregolare.
Al 31 dicembre 2025, risultavano validi 4,3 milioni di permessi di soggiorno e documenti temporanei (esclusi i cittadini britannici). Tale cifra è superiore del 39% rispetto al 2017, anno della prima elezione di Emmanuel Macron; del 65% rispetto al 2012, all’inizio del mandato di François Hollande; e dell’83% rispetto al 2007, quando Nicolas Sarkozy venne eletto Presidente. La popolazione immigrata residente nel paese è aumentata del 76% dal 2000, raggiungendo i 7,7 milioni di persone nel 2024, pari all’11,3% della popolazione totale del Paese. Anche questo dato rappresenta un record, sia in termini assoluti che percentuali.
Immigrazione significativa dall’Africa
L’aumento più significativo della migrazione africana negli ultimi due decenni è stato registrato nell’Africa subsahariana. Il numero di immigrati provenienti dal Sahel (Mali, Senegal, Burkina Faso, Niger), dalla Guinea, dalla Costa d’Avorio, Camerun e dall’Africa centrale (Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana) è aumentato del 140% dal 2006. Questo rapido incremento è dovuto a due fattori. Da un lato, l’altissima crescita demografica e dall’altro le disparità negli standard di vita rispetto all’Europa: il PIL pro capite del Mali è, ad esempio, cinquanta volte inferiore a quello della Francia.
I fattori economici
Un altro fattore indicato da Poivreau-Monti per spiegare i flussi migratori è l’indice di sviluppo umano (ISU) che si basa su tre variabili principali: il PIL pro capite, ma anche l’aspettativa di vita alla nascita (che riflette in linea generale la qualità della salute in una società) e il livello di istruzione. L’Africa è significativamente indietro in ciascuna di queste dimensioni. L’aspettativa di vita generalmente supera gli ottant’anni nell’UE, rispetto ai sessanta-sessantacinque anni di molti paesi africani (e meno di cinquantacinque anni in altri). Anche l’accesso all’istruzione rimane molto diseguale: l’istruzione secondaria e superiore è diventata la norma nell’Unione Europea, mentre molti bambini nell’Africa subsahariana non frequentano neppure la scuola primaria, e molti altri la frequentano solo in modo discontinuo. La «corsa all’Europa» dal continente africano, per usare l’espressione coniata dall’accademico americano Stephen Smith, deriva dall’intersezione di questi fattori strutturanti. Pouvreau-Monti, ha evidenziato l’importanza delle significative disparità nello sviluppo umano – in termini di reddito, istruzione e salute – come fattori determinanti dei flussi migratori globali. La geografia dell’immigrazione lo conferma: la Francia accoglie un numero maggiore di nuovi immigrati provenienti da paesi con un basso Indice di Sviluppo Umano (ISU) rispetto alla media europea. Lo stato sociale francese, libero da qualsiasi criterio di nazionalità o da rigidi requisiti relativi alla durata della residenza, trasmette un forte messaggio di attrattività per l’immigrazione motivata da ragioni sanitarie e sociali.
Questo ha comportato che, nel 2020, quasi la metà (48%) degli stranieri extracomunitari residenti in Francia viveva al di sotto della soglia di povertà.
I diritti al ribasso dei lavoratori
La tipologia dell’immigrazione francese genera manodopera a basso costo, utile solo per certi settori protetti come edilizia pubblica che crea una dipendenza nelle imprese. Invece di innovare, automatizzare o (semplicemente) pagare salari migliori per attrarre lavoratori locali, alcune industrie preferiscono la comodità di un impiego precario proveniente dall’estero. È una forma di «delocalizzazione locale». Non si delocalizza la fabbrica dall’altra parte del mondo; si porta «l’altra parte del mondo» in Francia, in modo che l’azienda possa operare a costi inferiori. Il costo sociale di questa scelta (alloggi, assistenza sanitaria, istruzione, ecc.) non è pagato dalle aziende coinvolte, ma dall’intera comunità nazionale, che rimane intrappolata in un’economia a bassa qualificazione.
Cosa hanno in comune questi diversi settori di attività? Sono tutti settori «protetti». In primo luogo, perché non sono esposti alla concorrenza internazionale: nessuno delocalizzerà la costruzione di un edificio parigino a Bucarest, né esternalizzerà la sicurezza degli edifici in Bangladesh. Ma anche perché producono per soddisfare esclusivamente la domanda interna: non contribuiscono alle esportazioni francesi verso i mercati esteri. Queste professioni sono inoltre tra quelle che generano il minor valore aggiunto, e che creano meno ricchezza per l’economia francese.
L’immigrazione, quindi, accentua le falle del sistema sociale e fiscale: trasferisce ingenti somme di denaro da attività ad alto valore aggiunto ad attività a basso valore aggiunto (salari bassi che beneficiano di un significativo sostegno sociale ed esenzioni fiscali), nonché da settori esposti alla concorrenza internazionale a settori «protetti».
Esiste una immigrazione qualificata
Poivreau-Monti osserva anche che esiste, tuttavia, un’immigrazione più qualificata: quella proveniente dal Sud-est asiatico. Questa popolazione ha un approccio differente e si integra meglio. La storia di questa immigrazione ebbe inizio nella seconda metà del XX secolo. Dopo l’indipendenza di questi territori nel 1954, la regione visse decenni di instabilità mortale, segnati da conflitti armati e dall’ascesa al potere di dittature comuniste: i Khmer Rossi di Pol Pot e le loro atrocità genocidarie in Cambogia, il Pathet Lao in Laos, l’invasione del Vietnam del Sud da parte del Vietnam del Nord, la guerra tra Vietnam e Cambogia. Più di tre milioni di persone emigrarono dalla penisola indocinese tra il 1975 e il 1995. Tra questi, centinaia di migliaia di “boat people” fuggirono da questi territori su piccole e precarie imbarcazioni.
Tra i vietnamiti, ad esempio, la famiglia pone l’istruzione e il rendimento scolastico al centro delle proprie preoccupazioni. Di conseguenza, si rivela un notevole crogiolo di integrazione. Più in generale, ciò rivela una fortissima fiducia nelle istituzioni della società ospitante: fiducia riposta nel sistema scolastico, naturalmente, ma anche in un rapporto pacifico con le autorità.
Le indagini del Ministero dell’Istruzione nazionale indicano inoltre che le famiglie di origine asiatica nutrono le più alte aspirazioni in ambito educativo per i propri figli.
Il pericolo islamico politico
C’è un ulteriore punto che Poivreau-Monti affonta: il pericolo dell’islamismo politico (distinto dalla pratica religiosa della maggioranza dei musulmani nel paese) tornato al centro dell’attenzione in seguito a un importante rapporto ispettivo consegnato al governo francese sulle infiltrazioni di gruppi radicali, legati alla galassia dei Fratelli Musulmani.
I principali pericoli evidenziati dalle istituzioni e dai Servizi di sicurezza francesi includono:
• Minaccia alla coesione nazionale: il rapporto dei servizi denuncia un’intensa attività di proselitismo volta a creare «società parallele» o ghetti ideologici in cui far prevalere progressivamente norme confessionali (come la sharia) a scapito delle leggi della Repubblica e del principio cardine della laïcité (laicità dello Stato).
• Infiltrazione nelle istituzioni e nelle università: Viene segnalata una strategia di penetrazione in ambiti educativi, sportivi e associativi locali, finalizzata a influenzare le giovani generazioni e a contestare i valori democratici occidentali.
• Asse politico e polarizzazione: commissioni d’inchiesta parlamentari hanno evidenziato come alcune forze politiche (in primis la France Insoumise) vengano accusate di compiacenza o di formare un asse ideologico elettorale con frange islamiste (il cosiddetto fenomeno dell’islamo-gauchisme), esacerbando le tensioni nel panorama politico.
• Rischio di sicurezza e terrorismo: Oltre alla minaccia separatista e culturale, la Francia resta uno dei paesi europei storicamente più esposti al rischio di radicalizzazione violenta e di terrorismo di matrice jihadista, richiedendo un monitoraggio costante da parte del Consiglio di difesa e delle agenzie di intelligence.
La Francia, tra trasformazioni e futuro
La Francia sta vivendo una trasformazione non solo della sua popolazione, ma anche del suo carattere. Alcune zone si stanno trasformando in un mosaico di microsocietà in cui i principi di libertà, uguaglianza e laicità vengono messi alla prova da modelli concorrenti, importati e orgogliosamente tramandati. Non si tratta in alcun modo di un giudizio morale, bensì di un’osservazione clinica: una società non può importare un gran numero di persone senza portarle con sé la propria cultura, i propri costumi e le proprie credenze. Questi elementi, a loro modo, plasmeranno ciò che la Francia sarà domani.
Come una ferita che si tarda a curare, la questione irrisolta dell’immigrazione tende ad aggravarsi col passare del tempo. Con il rischio di travolgere la Quinta Repubblica, così come il conflitto algerino aveva travolto la Quarta. L’appuntamento della primavera 2027 deve rappresentare, per ciascun candidato, l’occasione per chiarire quale futuro migratorio intenda proporre alla Francia.