Speciale San Francesco
Francesco d’Assisi: il santo che visse nel mondo e rese la lingua del popolo degna della preghiera e di Dio
La figura umana di Francesco è stata letta in molti modi, alcuni troppo graziosi e rassicuranti: è invece percorsa, come l'Italia, da contraddizioni che ne fanno consustanzialmente il nostro Santo Patrono
Francesco d’Assisi è, con Caterina da Siena, santo patrono d’Italia. Per l’uno e per l’altra, le motivazioni sono squisitamente patriottiche nel senso letterale; e proprio nel senso letterario, per essere tra i creatori della lingua italiana come si definì tra i secoli XIII e XIV. Tardi, come si vede, mentre altrove da molto tempo si usavano le lingue nazionali: già nell’842 il Giuramento di Strasburgo venne pronunziato in tedesco e in francese. Quanto alla poesia, Dante confessa che quella provenzale era di centocinquant’anni più antica dei primi tentativi italiani. Non è che l’Italia fosse “arretrata”, ma il contrario, giacché si scriveva in latino come fosse davvero ancora una lingua parlata.
Francesco d’Assisi, il Santo che visse nel mondo
Era tempo di prendere atto della modernità, e questa operazione difficilissima (sono molto più alla mano il passato e il futuro, che non il presente!) la compirono due figure assai diverse per vicende, eppure concomitanti: Federico II come re di Sicilia e Meridione (1198-1250), e Francesco, nato ad Assisi nel 1181 e salito al Cielo nel 1226, ottocento anni fa.
Chi era Francesco? Per chi scrive, non c’è miglior modo e più chiaro che leggere con intelligente attenzione il canto XI del Paradiso, dove a lodare Francesco non è un francescano, ma chi appariva quasi un rivale: un domenicano, lo stesso Tommaso d’Aquino, non ancora santo, ma glorioso nel Cielo dei sapienti.
Il canto inizia con terzine di proclamazione della libertà spirituale, sgombra da contingenti interessi terreni: “Quand’io, da tutte queste cose sciolto, / con Beatrice m’era suso in cielo / cotanto gloriosamente accolto”. Ecco la ragione della scelta di Francesco di spogliarsi di ogni bene (e ne aveva tanti, o non poteva privarsene!), e creare un Ordine innovativo rispetto a quelli distaccati e solo contemplativi dei Benedettini, e vivere nel mondo e non del mondo, per rispondere alle esigenze di un popolo profondamente cristiano, però privo di punti di riferimento capaci di spiegare la contemporaneità, ormai fatta di città e non solo di campagne; e di produzione e commercio, e non solo sussistenza; e di incipiente borghesia.
Una lingua del popolo degna della preghiera e di Dio
Un popolo cristiano che voleva pregare nella sua lingua, a patto che la lingua fosse degna della preghiera e di Dio, e non più solo un dialetto per la vita quotidiana. Ecco gli intensi e meditati versi in prosa ritmica, noti come Laudes Creaturarum, o Cantico delle creature; e che, in forma solo apparentemente ingenua, sono un serrato documento di teologia e di filosofia dell’essere. Basti la parola “significazione”: il Sole come “signum” sensibile del Dio impensabile dai sensi umani.
Sotto l’aspetto teologico, Francesco è, infatti, un mistico, e il suo rapporto con Dio è squisitamente personale e fatto di esperienza diretta e incomunicabile con la ragione; o la si comunica non con argomenti ma con la poesia, con il linguaggio popolare, con il teatro dei Misteri e del Presepe.
Un innovatore della Fede
Francesco però non cade nel rischio del solitario spontaneismo ereticale: va a Roma, dove siede il terribile papa Innocenzo III, il sostenitore della teocrazia anche politica, e a lui “regalmente sua dura intenzione aperse”, regalmente, come un re che parla con un altro re, e come chi non viene a chiedere ma ad offrire alla Chiesa e al popolo. Francesco vuole agire per rinnovare la Fede, non per stravolgerla; e ottiene da Innocenzo, e poi da Onorio il riconoscimento canonico del suo Ordine.
La povertà come libertà e spiritualità
La “dura intenzione” è la povertà, ma intesa come libertà e spiritualità; mai come separazione dalla realtà sociale, in cui i francescani saranno sempre presenti sia nei territori europei sia in terre di missione africane e asiatiche. Il primo missionario è Francesco, che viene ammesso a predicare alla corte del sultano d’Egitto. Da allora datano i rapporti dei francescani con l’Oriente cristiano, e anche con il mondo musulmano: è sempre un francescano il Custode di Terra Santa. L’eredità di Francesco è viva nelle diverse diramazioni dell’Ordine; nell’assistenza spirituale e terrena delle genti; e in un’importante tradizione culturale non solo teologica.
Il Santo che rappresenta gli italiani
La figura dell’Assisiate è stata letta in molti modi, alcuni troppo graziosi e rassicuranti per essere veri, e li lasciamo ai sognatori un tantino giansenisti. Basta il ricordo di san Bernardino da Siena e la sua fiera lotta contro l’usura: altro che passerotti e lupi! La figura umana di Francesco è segno di contraddizione tra azioni e meditazioni, tra realtà e pia leggenda, tra corpo e anima, tra Regola e libertà. Come l’Italia, sempre terra di feconda contraddizione, e di cui Francesco è proprio per questo consustanzialmente il Santo Patrono, e in molti aspetti rappresenta gli Italiani.