A tre anni dal massacro
7 ottobre, il difficile anniversario di Israele: commemorazioni al via tra la paura di nuovi attacchi e contestazioni al governo
In un clima di massima allerta per paura di nuovi attacchi di Hamas, stamattina alle 6.29 sono iniziate le cerimonie in ricordo della strage
È un Israele in stato di massima allerta quello che oggi commemora il massacro del 7 ottobre di tre anni fa, dopo le notizie di intelligence su minacce da parte di Hamas e di altre organizzazioni sia a livello interno che esterno. Il premier Benjamin Netanyahu e l’Ifd, le forze di sicurezza israeliane, hanno avvertito che chiunque proverà ad attaccare riceverà una risposta durissima, ma la non basta la forza di deterrenza di questo avviso a rendere il clima più disteso. Il Consiglio per la sicurezza nazionale ha anche rivolto un alert ai connazionali all’estero, chiedendo di evitare alcuni Paesi considerati ad alto rischio per gli attentati. Nella lista figurano Giordania, Qatar, Somaliland ed Egitto.
Le commemorazioni del 7 ottobre in Israele
In tutto il Paese si terranno cerimonie commemorative, in memoria delle 1.200 persone uccise e 251 prese in ostaggio. La cerimonia principale, organizzata dai sopravvissuti e dai familiari delle vittime, si terrà alle 21,15 presso il Parco Yarkon di Tel Aviv, con la curatela dell’organizzazione Kumu (“Alzati”). L’avvio ufficiale delle commemorazioni è stato invece alle 6.29 ora locale (le 5.29 italiane), con l’accensione di una candela commemorativa da parte del presidente Isaac Herzog, insieme alla moglie, nella residenza presidenziale. “Sono passati tre anni da quella terribile mattina. Tre anni di dolore, di lutto e di un ricordo che non svanirà mai. Chiniamo il capo in memoria delle vittime, delle donne e degli uomini caduti”, ha scritto Herzog su X.
Il minuto di silenzio e la protesta contro il governo
Alla stessa ora il Consiglio di Ottobre, che rappresenta i familiari delle vittime, si è riunito davanti alla Knesset, il parlamento israeliano, per osservare un minuto di silenzio. La stessa iniziativa è stata replicata anche nei luoghi del massacro, a partire dal kibbutz Re’im, teatro del massacro al festival musicale Nova, dove sono stati deposti fiori dai partecipanti circondati dalle foto delle vittime.
Ma stamattina si è riunito anche un gruppo di manifestanti antigovernativi che per osservare il minuto di silenzio ha bloccato brevemente l’autostrada Ayalon, nel centro del Paese. Alcuni attivisti hanno tinto di rosso l’iconica fontana Kikar Dizengoff di Tel Aviv. Segno di una situazione politica interna complessa, che si aggiunge alle fortissime tensioni per le minacce esterne.
La massima allerta per possibili nuovi attacchi di Hamas
A rendere ancora più delicato il contesto è anche la vicinanza delle elezioni legislative, fissate per il 27 ottobre. Il comandante dell’Idf Yaniv Asor ha minacciato Hamas di “una risposta potente” se Hamas attaccherà civili o soldati israeliani. Parlando a una cerimonia per i tre anni delle stragi del 7 ottobre, il generale ha ammesso il “grande fallimento” dell’Idf a proteggere Israele.
“Poiché Hamas è così debole, cercherà di sfidarci con quel che resta delle sue forze prima delle elezioni, nel tentativo di influenzarne l’esito”, ha dichiarato il premier Benjamin Netanyahu. Il capo del governo ha assicurato che Israele è pronto a sventare eventuali tentativi e a rispondere “con una forza schiacciante” in caso di attacco. Anche il ministro della Difesa Israel Katz ha citato informazioni di Intelligence secondo cui Hamas starebbe pianificando assalti contro le forze israeliane nella Striscia di Gaza proprio in occasione dell’anniversario di oggi.
L’avvertimento sulla Cisgiordania
Anche l’Autorità nazionale palestinese è tra gli osservati speciali per il sospetto di possibili attacchi a coloni e soldati di stanza in Cisgiordania. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha illustrato uno scenario in questo senso agli altri ministri, avvertendo che, qualora le forze dell’Autorità palestinese dovessero rivolgere le armi contro soldati o coloni israeliani, Israele considererebbe il gesto come una dichiarazione di guerra. In quel caso, ha spiegato il ministro, scatterebbe un’offensiva militare già pianificata e approvata insieme al premier Netanyahu.