L'anniversario
“Sono conservatore e anticomunista”: sessant’anni fa il viaggio di Kerouac in Italia
In occasione dell'uscita di "Big Sur", il poeta simbolo della Beat generation fece tappa nel nostro Paese per tre giorni: snobbato da sinistra e mainstream, entrò nell'immaginario della giovane destra
Sono passati sessant’anni esatti dal viaggio di Jack Kerouac in Italia, un breve tour di lancio del libro Big Sur uscito nel febbraio precedente per Mondadori, il cinquecentesimo titolo della collana Medusa. È proprio l’editore che poi lo ristampò anche nei decenni successivi a organizzare la trasferta italiana del poeta simbolo dei beatniks americani, l’inventore della Beat generation o quantomeno colui che coniò questa definizione.
L’ostilità di certa intellighenzia nei confronti di Kerouac
Non furono certo giorni di grande successo con la cosiddetta critica che stroncò decisamente Kerouac definendolo per esempio “idolo tramontato” (il Corriere della Sera) o liquidando il nuovo romanzo come “commerciale” (La Stampa) e nell’occhiello un durissimo “quando la ‘rivolta’ diventa arte”. Rispetto ai giornali di quello che oggi chiameremmo il mainstream, i quotidiani più conservatori o comunque con una linea diversa da quella del centrosinistra dell’epoca, furono invece più benevoli oltre che interessati a riportare alcune esternazioni dello scrittore statunitense.
Se è vero che da una parte Kerouac ha sempre potuto contare su un largo pubblico che comprendeva anche fette della Contestazione, di una platea di lettori giovani che non avevano simpatie a destra ma anzi appartenevano alla prima ondata del ’68 con le anticipazioni degli anni precedenti e le code successive, dall’altra il mondo intellettuale marxista non ha mai digerito alcune delle suggestioni della Beat generation.
C’è una definizione che inquadra bene l’ostilità di certa intellighenzia collegata alla sinistra più radicale e la troviamo sull’Agenda rossa 1977 curata da Goffredo Fofi e Luigi Manconi: “Pessimo scrittore, mediocre filosofo e politico qualunquista. I suoi personaggi sono i simboli del rifiuto del lavoro, dei valori costituiti, della rispettabilità. Vagabondi eternamente sovraeccitati, rifiutano però oltre il lavoro e la famiglia, anche l’impegno, l’intelligenza, la lotta”. Così descrivono Kerouac, mancato peraltro otto anni prima, e il suo mondo.
Le ragioni della fascinazione a destra
Lo scrittore di On the road e i suoi amici (dai quali in parte si distinse negli ultimi anni di vita) non potevano piacere all’ambiente della rivoluzione permanente, del “tutto è politica e impegno”, della eterna lotta di classe; erano sicuramente troppo individualisti, fuori dagli schemi della sinistra di stretta osservanza marxista che detestava il loro antimaterialismo, l’anticonformismo che cercava di uscire anche dalla semplice idea del posto fisso, con una prospettiva di una vita confinata nella cosiddetta normalità. La volontà di trovare una spiritualità che riempia il vuoto artificiale dell’America degli Anni ’50 e ’60 li porta a un vitalismo costante contro un declino culturale e sociale che non volevano come destino, a recitare una parte da dissidenti contro il vuoto conformismo.
Non potevano essere graditi alle classi intellettuali anche per alcuni dei riferimenti letterari che si erano trovati e che avevano amato, da Cèline al Pound che Allen Ginsberg e Fernanda Pivano vollero fortemente incontrare a Rapallo nel settembre ’67. Per questi e altri motivi Kerouac era amato a destra in Italia (ed oggi riscoperto da alcuni ambienti americani): il fascino dell’avventura, del viaggio con quei magici lati di ricerca spirituale (Dio come meta ultima) verso la tradizione, per ritrovare la spiritualità perduta asfissiata dalla società di massa e dall’alienazione materialista, l’esaltazione dell’amicizia.
Una questione di libertà
Queste e altre le fascinazioni portano pezzi della destra giovanile a dibattere sulla Beat generation o a vedere in Kerouac un autore interessante, che qualche intellettuale di area declina come “anarchico di destra”. Lo fa nel gennaio 1975 Pino Quaranta sulla rivista Presenza, mentre molti anni prima, nel 1963, un grande giornalista da riscoprire come Fausto Gianfranceschi gli dedica ampio spazio nel suo libro L’uomo in allarme. La canzone Il 68, scritta da Walter Jeder e interpretata da Fabrizio Marzi, nella sua lettura controcorrente di quel periodo così intenso, arriva a sentenziare “…ma Kerouac era nostro, si diceva” e in pieno ’68 è la Giovane Italia (di cui proprio Gianfranceschi fu Presidente nazionale) a dibattere sulla Beat Generation in un convegno romano di cui si trova ampia traccia sulla rivista La Sfida, diretta da Adalberto Baldoni secondo il quale “il merito dei beatnik era soprattutto uno: il coraggio di respingere l’imposizione delle libertà sottoscritte e proclamate a Yalta”.
Il racconto di una generazione
Proprio con Adalberto ho avuto l’onore di scrivere un libro proprio sulla storia della Giovane Italia (I ragazzi del ciclostile. La Giovane Italia, un movimento studentesco contro il sistema, Eclettica, 2021) con la prefazione di Giorgia Meloni, dove abbiamo tratteggiato la capacità di quel movimento di non farsi prendere troppo in contropiede dall’inizio della Contestazione e di aver tempestivamente sensibilizzato gli studenti sui fermenti della Beat generation e delle rivolte universitarie negli Stati Uniti.
Baldoni, che è tra i massimi studiosi degli aspetti culturali del ’68, dei movimenti nei college americani, ha curato anche un importante documentario (Sessantotto. L’utopia della realtà, Istituto Luce, 2006) con interviste ai principali personaggi del periodo raccolte in Italia e negli Usa. C’è poi un altro movimento, in questo caso universitario, che ha anticipato i tempi ed era ben radicato negli atenei prima dell’università di massa e rimasto comunque in piedi nonostante gli errori del Msi culminati nel 16 marzo ’68 alla Sapienza, il Fronte universitario d’azione nazionale.
Nel mio primo tomo sulla storia del Fuan (Dai Guf al ’68. Gli studenti nazionali tra piazze e atenei, Eclettica, 2017) ho ricostruito anche l’approccio di uno dei filosofi più seguiti, Julius Evola, proprio sul movimento dei beatnik citando anche un passaggio dal libro L’Arco e la clava, (Vanni Scheiwiller, 1968) in cui c’era proprio un capitolo all’attualità dei fermenti giovanili (La gioventù, i beats e gli anarchici di destra). Evola non considerava politicamente orientate le rivolte d’Oltreoceano che arrivavano in Europa; le giudicava, piuttosto, come figlie di vere esigenze generazionali.
Queste le parole di uno degli autori in quel periodo più apprezzati nell’ambiente che per comodità chiamiamo “destra”: “ (…) Condividiamo quel che da alcuni beats è stato affermato, ossia che all’opposto di quanto pensano psichiatri, psicanalisti e assistenti sociali, data una società e una civiltà come le attuali e, specialmente, come quella americana, nel ribelle, in colui che non si adatta, è in via di principio da vedersi l’uomo sano”.
Quando Kerouac si dichiarò “conservatore” e “anticomunista”
Insomma come leggiamo in Fascisti immaginari (Vallecchi, 2003) di Luciano Lanna e Filippo Rossi, un libro che può anche fungere da manuale per entrare nelle viscere della destra culturale, “la beat generation era uno dei fenomeni esistenziali più interessanti e vitali che il dopoguerra americano trasmetteva alla vecchia, disincantata e conformista Europa”. E allora torniamo al viaggio di Kerouac in Italia perché è proprio lo sciamano del beat a fare un po’ d’ordine, e anche un po’ di scandalo, davanti agli “impegnati” che si aspettavano invece parole di pacifismo ed ecumenismo rinunciatario. L’autore di On the road e dei Sotterranei si dichiara cattolico (“Credo nel misticismo perché svela lo Spirito santo nel mondo”), dalla parte dei soldati americani nel Vietnam e se fosse tornato a votare lo avrebbe fatto per i repubblicani perché “sono un conservatore”.
Kerouac, che deve aver capito chi aveva davanti, nota divertito i giornalisti che se ne vanno alla spicciolata ed alla domanda, quasi disperata, “contro che cosa lei protesta?” sferra il colpo finale: “Io non ho mai protestato. Quello lo fanno i comunisti che vanno in giro con i cartelli e vengono pagati cinque dollari per ogni manifestazione” e quindi “certamente, sono anticomunista: il comunismo ha dei programmi incompatibili con la natura umana”.
Ed allora ecco il Secolo d’Italia del 30 settembre ’66 a titolare “Kerouac si dichiara anticomunista e conservatore” e Il Tempo “Kerouac: sono un conservatore”, con un pezzo proprio di Fausto Gianfranceschi che punta sul modo in cui lo scrittore americano aveva ribaltato tutti i luoghi comuni sul suo conto citando anche la rivendicazione sulle sue origini francesi “criticando la rivoluzione giacobina ed esaltando la resistenza della Vandea”.
Uno scrittore ancora sulla strada
Il Corrierierone, nel sommario del pezzo di Giovanni Russo sulla tappa romana, racconta come “L’autore di Big Sur con un camicione a scacchi verdi e gialli e il volto da bambino invecchiato ha recitato la sua parte senza però lasciarsi andare alle intemperanze del suo primo incontro milanese”. La cronaca della partenza del piccolo giro italiano la troviamo sulla Stampa che preferisce puntare proprio sulla ubriachezza di Kerouac nella libreria del centro di Milano, dove era atteso da cronisti e televisione; stessa situazione e medesima linea sull’ultima tappa alla Villa Pignatelli di Napoli, dove “non è nemmeno riuscito a portare a termine l’annunciata conferenza stampa. È stato portato via di peso dalla sala mentre mormorava: Nessuno apprezza la mia spontaneità”.
La contrapposizione tra chi difendeva e applaudiva il poeta e chi lo accusava di decadenza è il paradigma di questa tre giorni di incontri in Italia, dal 28 al 30 settembre 1966, composta anche da una intervista televisiva di Furio Colombo per il programma Zoom sul secondo canale Rai e alcuni incontri negli uffici romani della Mondadori. Piero Palumbo sul Giornale d’Italia concludeva così: “Tutto sommato il soggiorno di Jack Kerouac è servito a qualcosa: quantomeno a darci l’aggiornato ritratto di un personaggio spesso contraddittorio ma in definitiva autentico e preferibile per molti versi al Kerouac maldicente e lacero che qualcuno supponeva esistesse”. Dopo sessant’anni da questo viaggio in Italia e a cinquantasette dalla sua scomparsa, Kerouac è “ancora sulla strada” come titola Lucio Manisco sul Messaggero del 30 settembre o come canta la Compagnia dell’Anello nelle “giornate di settembre (…) Quasi come i vagabondi che cantava Jack Kerouac erravamo per rifugi, tre gioielli dentro il cuore prendevamo poi a ceffoni il borghese che era in noi…”.