Tra proclami e vita quotidiana
Figuraccia Albanese sul boicottaggio, ma avete provato a immaginare la giornata da incubo di una militante pro-Pal?
Società - di Valter Delle Donne - 23 Settembre 2026 alle 16:57
Francesca Albanese viene colta in castagna con i capi d’abbigliamento Loro Piana e Celine e scoppia il cortocircuito. La relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati posa per Love Magazine indossando due marchi del gruppo LVMH, finito a sua volta nelle directory utilizzate da alcuni attivisti per orientare i boicottaggi legati a Israele.
Tra le ragioni indicate da The Boycott Directory di Abbott & Keefer figurano infatti anche investimenti in società israeliane. Tanto è bastato per inserirle nella black list dei Pro Pal. Possibile che Albanese non lo sapesse? Improbabile. Unica attenuante per la paladina pro-Pal e che la lista dei prodotti proibiti è davvero sterminata e che la vita quotidiana di una militante dura e pura è piena di tentazioni e trabocchetti.
Cosa succederebbe se una militante pro Pal decidesse di applicare davvero, per ventiquattr’ore e senza eccezioni, il bando ai prodotti inseriti in questa lista? Lo abbiamo fatto noi del Secolo d’Italia. Ed è un’esperienza a dir poco tragicomica.
La missione di Camilla
Prendiamo la militante tipo, Camilla, giovane donna metropolitana. Immaginiamola mentre quaderno alla mano, prende la decisione solenne del boicottaggio di tutti ma proprio tutti i marchi all’indice: «Da domani, niente più eccezioni». Il problema arriva appena sveglia.
Davanti allo specchio, in bagno, mentre afferra il dentifricio identifica il primo prodotto proibito: è un Colgate. Anche le pro-Gaza alle prime armi sanno che Colgate-Palmolive compare nella lista nera. Rimette quindi il tubetto sul lavandino. Per ora, solo spazzolino e acqua. Rimedierà col colluttorio. Ma è Listerine della Johnson & Johnson: livello di boicottaggio altissimo. Poi sente miagolare Ernesto, il gatto chiamato così in onore di “Che” Guevara. Le crocchette? Hill’s Pet Nutrition, marchio di Colgate-Palmolive, anch’esso presente nella black list. Meno male che ci sono le bustine di Purina, ma è peggio ancora: sono della Nestlè. La rivoluzione, alle otto del mattino, è già arrivata nella ciotola del gatto.
La colazione è ancora più drammatica: caffè e merende sono della Nestlè, così come il latte e l’acqua minerale in frigo. Rimedia con un gelato dal congelatore. Ma la vaschetta è marchiata Grom. Scorre compulsivamente fino alla lettera G: anche questo marchio è sulla lista nera. La colazione di Camilla si ferma a un bicchiere d’acqua tiepida del rubinetto.
Victoria’s Secret finisce nel cassetto
La nostra militante pro-Pal non si rassegna: si veste e apre il cassetto della lingerie. C’è un completino di Victoria’s Secret conservato per un’occasione speciale. Altro controllo: anche il marchio americano compare nella directory, che ne contesta tra l’altro i rapporti commerciali con società israeliane.
Camilla prova a cavarsela con un ragionamento: «L’ho già comprato, indossarlo non finanzia nessuno». Poi ricorda la promessa: niente eccezioni. Il completino torna nel cassetto. La coerenza è arrivata anche in camera da letto.
Il vero problema arriva in ufficio
Tocca allo smartphone. Instagram, Threads e WhatsApp compaiono nella lista. Camilla decide quindi di passare a Signal. Poi arriva al lavoro.
Accende il computer: Windows. Apre la posta: Outlook. Riunione su Teams. Documenti su OneDrive. Microsoft e diversi suoi servizi sono classificati tra i target prioritari del boicottaggio. Qui la rivoluzione incontra il reparto informatico.
Camilla non può cancellare il software aziendale, così manda una mail proponendo alternative open source. Risposta: «Le faremo sapere».
Dalla Coca-Cola al dado della minestrina
A pranzo, Camilla evita come la peste la Coca-Cola del collega e il McDonald’s ordinato in ufficio. Nel pomeriggio passa davanti a Starbucks e tira dritto.
Torna a casa affamata e stanca. Ha voglia di un cibo semplice, confortante: una rassicurante minestrina calda. Ma il dado è Knorr (Unilver). Giammai. Per fortuna ha a disposizione anche un’altra marca: è Maggi. Le viene da piangere quando legge l’etichetta a caratteri microscopici: è della Nestlè. Ha deciso la svolta salutare: comprare sedano carota e cipolla al supermercato sotto casa. Opzione equa e solidale. Appena giunta sotto l’insegna colorata del Carrefour, prima di mettere la moneta da un euro nel carrello, sente un brivido lungo la schiena. Scorre la lista dallo smartphone colta da un triste presagio. Anche questa catena di supermercati è nella black list dei pro-Pal.
E Zara resta nel sacchetto
Stasera Camilla salta la cena. Ma, visto che c’è, vuole trovare conforto con un po’ di borghesissimo shopping. Vuole finalmente regalarsi quel vestitino che le piace tanto. Per scrupolo scorre dalla A, in ordine alfabetico, fino alla Z. È raggelata: campeggia come prima voce Zara. Come non detto, niente vestitino. Camilla torna a casa con l’alito pesante, la pancia vuota e la voglia di rilassarsi sul divano guardando in tv una delle sua serie preferite. Ma ormai trova multinazionali da boicottare ovunque: Prime Video, smart tv, app, piattaforme. Meglio un libro: accende il suo Kindle, ma per poco. C’è anche quello sulla lista nera. Il bilancio del primo giorno è sconfortante.
Prima di andare a letto, affamata, fa una bagno caldo ma senza bagnoschiuma. Sul bordo della vasca ci sono Dove e Lux, entrambi marchi Unilever. Camilla ormai non deve neppure controllare: prende lo smartphone, scorre la directory e riceve l’ennesima conferma. Niente sapone. Vuole indossare almeno due gocce di profumo, come la mitica Marylin Monroe. Ma tra Acqua di Parma, Givenchy e Christian Dior non ce n’è uno che si salva dalla lista nera dei pro-Pal.
La rivoluzione di Camilla si arrende al boicottaggio dei Tampax
A darle il colpo di grazia, una fitta inconfondibile, una fitta attesa in questi giorni. La data è quella. Prima di aprire il mobiletto del bagno scorre con spasmodica apprensione la lista, sperando di non trovare alla lettera T quello che teme. Invece anche quello c’è: Tampax.
Camilla resta immobile qualche secondo, con l’asciugamano addosso, lo stomaco vuoto e lo spazzolino ancora praticamente immacolato dalla mattina. Poi guarda Ernesto, che dalla sua ciotola vuota la osserva con l’aria di chi ha già maturato una posizione politica autonoma.
Sono le 23.57. Mancano tre minuti alla fine delle sue ventiquattr’ore di boicottaggio integrale. Alle 23.59 Camilla è ancora eroicamente coerente.
A mezzanotte e un secondo apre il frigo, scongela il Grom, mette le crocchette Hill’s e la bustina Purina a Ernesto (razione doppia), corre in bagno con Colgate, Listerine, Dove e Tampax e mette a tutto volume musica da Spotify. Spruzza Acqua di Parma anche sul divano.
La rivoluzione è finita. Ernesto, finalmente, mangia.