Le verità nascoste
Emanuela Orlandi, morto il giudice Ilario Martella: nell’ultima audizione i sospetti su un giudice vicino ai servizi dell’Est
È morto Ilario Martella, l’ex giudice istruttore che si occupò delle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori e che aveva indagato anche sull’attentato a Giovanni Paolo II. Aveva 91 anni.
Martella è morto giovedì mattina all’ospedale Andosilla di Civita Castellana, dopo un breve ricovero. La camera ardente sarà aperta lunedì 28 settembre, dalle 10 alle 18, nella Sala Santa Rita in via Montanara 8, a Roma. I funerali si terranno martedì 29 settembre alle 11 nella chiesa di Sant’Ippolito, in viale delle Provincie.
Nato il 28 settembre 1934 a Corsano, in provincia di Lecce, era entrato in magistratura nel 1965. Dal 1978 al 1990 fu giudice istruttore a Roma e, dal 1985 al 1990, primo giudice istruttore dei procedimenti sulle scomparse di Orlandi e Gregori.
La sua morte riporta l’attenzione su quella che è rimasta la sua ultima testimonianza pubblica sul mistero Orlandi. Il 27 giugno 2024 Martella venne ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta. Le sue dichiarazioni sono contenute nel resoconto stenografico ufficiale e pubblico della Commissione.
In quell’occasione l’ex magistrato espose una tesi precisa: dietro le scomparse delle due ragazze poteva esserci una vicenda internazionale legata all’attentato a Giovanni Paolo II, alla Bulgaria e alla STASI, il servizio di sicurezza della Germania Est.
Una ricostruzione che non rappresenta una verità giudiziaria accertata, ma che assume particolare rilievo perché formulata dal magistrato che aveva lavorato sia sull’attentato al Papa sia sui casi Orlandi e Gregori.
Martella: «Emanuela e Mirella sacrificate a una ragion di Stato»
Martella invitò la Commissione a leggere le due scomparse anche come eventi storici, collocandole nel contesto internazionale dei primi anni Ottanta.
Fu allora che pronunciò una delle frasi più forti della sua audizione. Disse che esistevano elementi che inducevano «fondatamente» a ritenere che le due ragazze fossero state «sacrificate» a qualcosa che poteva essere definito «ragion di Stato».
Richiamò inoltre la definizione di «intrigo internazionale» utilizzata da Giovanni Paolo II, precisando comunque di non considerarsi depositario della verità.
La STASI e il caso Antonov
Il punto di partenza della ricostruzione era l’attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981.
Per Martella assumevano particolare importanza i documenti provenienti dagli archivi della STASI, acquisiti dopo la caduta del Muro di Berlino.
L’ex giudice ricordò inoltre la documentazione ottenuta nel 1997 attraverso una rogatoria a Berlino dal magistrato Rosario Priore. Citò Günter Bohnsack, funzionario della STASI che si occupava della cosiddetta “operazione Papst”, sostenendo che già nel 1982 la Bulgaria fosse preoccupata dalla possibilità di essere coinvolta nell’attentato al Pontefice.
Al centro della vicenda c’era Sergej Antonov, funzionario bulgaro della Balkan Air arrestato nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato.
Secondo quanto Martella riferì alla Commissione, il ministro dell’Interno bulgaro Stojanov e il capo della STASI Erich Mielke si sarebbero attivati per evitare conseguenze giudiziarie per Antonov. L’obiettivo sarebbe stato provocare una «totale disattenzione dal caso Antonov», creando una «distrazione di massa».
Proprio in quel periodo avvennero le due sparizioni: Mirella Gregori il 7 maggio 1983 ed Emanuela Orlandi il 22 giugno. «Le date hanno un’importanza particolarissima», sottolineò Martella, convinto che fatti apparentemente lontani fossero in realtà collegati.
Perché prima Mirella e poi Emanuela
Martella attribuiva particolare importanza ai messaggi dei presunti sequestratori, nei quali venivano collegati i casi Gregori e Orlandi alla richiesta di liberazione di Mehmet Ali Ağca. Nella sua ricostruzione, dopo Mirella sarebbe stata scelta una seconda ragazza appartenente questa volta all’ambiente vaticano: Emanuela Orlandi. Secondo Martella erano gli stessi messaggi a mettere in relazione le due vicende.
Il magistrato ribadì quindi che, a suo giudizio, il movente sarebbe stato quello di produrre una grande distrazione attorno al caso Antonov. Il coinvolgimento della STASI nelle scomparse non è stato accertato giudiziariamente: quella consegnata alla Commissione era la ricostruzione di Martella sulla base degli elementi da lui considerati significativi.
«Che ne è stato delle due ragazze?»
Durante l’audizione il senatore Dario Parrini pose la domanda decisiva: se quella ricostruzione fosse corretta, che cosa sarebbe accaduto a Emanuela e Mirella?
Martella rispose di ritenere che fossero state uccise in breve tempo perché, se lasciate in vita, avrebbero potuto diventare testimoni dell’operazione. Secondo la sua ipotesi, i sequestratori avrebbero raccolto preventivamente informazioni da utilizzare in seguito per convincere le famiglie che le ragazze fossero ancora vive. Anche questa era una valutazione dell’ex giudice, non un fatto accertato sulla sorte delle due ragazze.
Il Vaticano e quel possibile dossier
Uno dei passaggi più significativi dell’ultima testimonianza riguardò il Vaticano. Martella riconobbe una responsabilità della Santa Sede nel non avere dato «molto aiuto ai giudici italiani», ma disse di non ritenerla coinvolta nella misura prospettata da altre ricostruzioni.
Alla domanda sul perché alcune rogatorie non avessero ottenuto collaborazione, rispose però: «Penso che qualcosa loro sapessero della vicenda». E aggiunse: «Io ritengo che in Vaticano ci sia un dossier riguardante la vicenda», auspicando un chiarimento del Pontefice sulla definizione di «intrigo internazionale» utilizzata da Giovanni Paolo II. L’esistenza di quel dossier era dunque indicata da Martella come una propria convinzione, non come un fatto dimostrato nell’audizione.
Le «minacce molto gravi» e il passaggio in seduta segreta
Nella parte finale Martella raccontò anche di avere subito «minacce molto gravi» durante le indagini. Riferì poi che, mentre l’inchiesta attraversava una fase particolarmente delicata, un giudice italiano si sarebbe recato a Sofia informando, attraverso magistrati bulgari, la STASI sullo stato delle sue indagini.
Quando il presidente della Commissione gli chiese se intendesse fare il nome di quel giudice, la seduta passò in forma segreta. Il resoconto ufficiale e pubblico registra il passaggio alla seduta segreta e la successiva ripresa dei lavori pubblici, ma naturalmente non riporta ciò che venne detto in quei minuti, nè tantomeno il nome di quel giudice sinistramente vicino alla STASI.