La sentenza
Caso Regeni, condannati gli 007 egiziani: 10 anni per il sequestro e le torture, cade l’accusa di omicidio
Tre condanne a dieci anni per il sequestro e le torture di Giulio Regeni, nessuna condanna per l’omicidio e l’assoluzione del quarto imputato. A più di dieci anni dalla morte del ricercatore italiano al Cairo, la prima Corte d’Assise di Roma ha pronunciato la sentenza nei confronti dei quattro appartenenti alla National Security egiziana accusati di averlo sequestrato, torturato e ucciso nel 2016. Uhsam Helmi, colonnello, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, colonnello, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, maggiore: sono stati condannati a dieci anni di reclusione per il sequestro. Tariq Sabir, generale di polizia che era al vertice del dipartimento incaricato di monitorare i sindacati indipendenti, è stato invece assolto. Alle 18.20 la giuria popolare della Corte d’Assise è entrata nell’aula del Tribunale penale di Roma intitolata al magistrato Vittorio Occorsio e ha letto la sentenza.
Per i tre condannati è stata disposta anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. La Corte ha fissato in 90 giorni il termine per il deposito delle motivazioni. Predisposti risarcimenti da 200mila euro per i componenti della famiglia del ricercatore italiano – Paola Effendi, Claudio Regeni e Irene Regeni – e 150mila per la presidenza del Consiglio dei ministri. La sentenza di primo grado non ha così tenuto conto delle richieste avanzate dal procuratore Sergio Colaiocco, che aveva chiesto l’ergastolo per il primo e 17 anni e 6 mesi per il secondo.
Il processo si è celebrato in assenza degli imputati, a cui non è stato possibile notificare gli avvisi di garanzia e gli altri atti del procedimento poiché “irreperibili”. Le autorità del Cairo hanno rifiutato di trasmettere i loro indirizzi di domicilio alla magistratura italiana. Il corpo senza vita del ricercatore di 28 anni – in Egitto per condurre una ricerca sui sindacati locali – venne ritrovato lungo l’autostrada Il Cairo-Alessandria il 3 febbraio del 2016, a dieci giorni dalla sua sparizione. Sessanta giornalisti, una decina di fotoreporter e oltre trenta telecamere, comprese troupe della tv svizzera e di quella spagnola, hanno affollato l’aula Occorsio della Città giudiziaria fin dal mattino. Striscioni di supporto davanti al tribunale di piazzale Clodio fin dalla mattina (nella foto Ansa). “Siamo soddisfatti”, hanno commentato i genitori di Giulio Regeni dopo la lettura della sentenza.
L’avvocato di Regeni: “La sentenza è un presidio per tutti i Giulio e le Giulie del mondo”
La sentenza della prima Corte d’Assise di Roma costituisce “un presidio per tutti i Giulio e le Giulie del mondo”. Lo ha affermato Alessandra Ballerini, avvocato della famiglia del ricercatore italiano, dopo la decisione che ha portato alla condanna di tre dei quattro imputati. “È questo presidio quello che noi abbiamo sempre chiesto e invocato”, ha sottolineato. Ballerini ha quindi ringraziato “tutte, ad una ad una” le persone che hanno accompagnato e sostenuto la famiglia “in questo faticosissimo percorso di giustizia”, oltre alla Procura e agli investigatori “per il loro instancabile lavoro”. “E grazie a Giulio, che oggi più che mai ha fatto cose”, ha concluso la legale.
Depistaggi e silenzi, dall’ Egitto 10 anni di ostacoli
Una storia di depistaggi e silenzi, dall’ Egitto 10 anni di ostacoli. Dalle promesse di piena collaborazione, passando per richieste istruttorie rimaste senza risposta e documenti mai consegnati. Ad oltre dieci anni dall’omicidio di Giulio Regeni, l’indagine della Procura di Roma fa emergere una sistematica attività di ostacolo all’accertamento della verità da parte delle autorità egiziane. Fin dalle prime fasi dell’inchiesta, gli inquirenti italiani avevano indicato come prioritario ricostruire i fatti, individuare i responsabili delle torture e dell’omicidio del ricercatore friulano e assicurarli alla giustizia. Le risultanze investigative – ricostruisce l’Ansa- hanno però restituito un quadro opposto, caratterizzato da una collaborazione giudiziaria ritenuta solo apparente e finalizzata, secondo la Procura, più all’occultamento della verità che al suo accertamento.
Gli investigatori italiani inviati al Cairo nel 2016 operarono senza reali poteri di iniziativa. La loro presenza fu limitata a quella di osservatori, privi della possibilità di indirizzare le attività investigative o partecipare concretamente alle decisioni assunte dagli apparati locali. Le crescenti manifestazioni di sfiducia portarono Ros e Sco a chiudere l’esperienza investigativa congiunta il 23 marzo 2016. Il giorno successivo la National Security annunciò di aver individuato e ucciso i responsabili del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Regeni. Secondo la versione egiziana, il ricercatore sarebbe stato vittima di una banda criminale composta da cinque persone dedite a rapine e truffe ai danni di stranieri. Una ricostruzione che suscitò forti perplessità nella Procura di Roma e che le successive verifiche investigative avrebbero smentito.
Le indagini e la mancata cooperazione
Nei due anni successivi la cooperazione tra i due Paesi si tradusse in una lunga serie di incontri formali senza risultati investigativi concreti. Nel dicembre 2017 – prosegue la ricostruzione- la Procura consegnò alle autorità egiziane un’informativa che già delineava le responsabilità di appartenenti alla National Security poi imputati nel processo. Anche quell’iniziativa rimase senza effetti e, il 4 dicembre 2018, la Procura capitolina iscrisse nel registro degli indagati cinque esponenti dei servizi di sicurezza egiziani. Con l’avvicendamento al vertice della Procura generale egiziana, la collaborazione apparente lasciò spazio a una contestazione aperta delle conclusioni italiane. Emblematico il “Memorandum” inviato dal Cairo, nel quale gli elementi raccolti dall’accusa vengono contestati punto per punto per escludere qualsiasi coinvolgimento della National Security.
Le richieste di cooperazione giudiziaria parlano chiaro: dall’Egitto sono arrivate soltanto due rogatorie, contenenti undici richieste, tutte soddisfatte dalla Procura di Roma. Di contro, sulle 64 richieste avanzate dall’Italia, soltanto 25 hanno ricevuto risposta, mentre 39 risultano ancora prive di riscontro. Tra gli atti mai trasmessi figurano il traffico delle celle telefoniche, i profili biologici rinvenuti sugli indumenti di Regeni, la documentazione della National Security relativa al monitoraggio del ricercatore, i registri di servizio e gli atti amministrativi del fascicolo aperto su di lui. Secondo la Procura di Roma non si tratterebbe di omissioni casuali, ma di mancate risposte selettive relative proprio agli elementi che avrebbero consentito di ampliare il perimetro delle responsabilità e identificare ulteriori appartenenti agli apparati di sicurezza coinvolti nella vicenda.