Il caso
Dal “Cuoco di Salò” al no ai comizi: De Gregori ci ricorda che la vera libertà artistica è l’anticonformismo
Processato dalla "sua" sinistra, citato da Craxi alla Camera, ascoltato dalla destra: il cantautore incarna da sempre una figura che sfugge alle etichette. E per questo fa venire l'orticaria a molti
È davvero difficile doversi fermare a difendere l’ovvio, ma è così. E le recenti polemiche sul presunto disimpegno di Francesco De Gregori ci costringono a ribadire nozioni che pensavamo fossero pacifiche. Ovvero, che un artista deve avere la libertà di schierarsi, ma anche di non farlo: se non se la sente, se non vuole, se non ci crede. Soprattutto se è vero quanto ha dichiarato scatenando il polverone: «Trovo imbarazzante quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta e apodittica su questioni internazionali».
Le parole hanno un peso
Le parole hanno un peso e vanno prese per quello che vogliono dire, senza suscitare conati pavloviani in assenza di alcunché. Perché il cantautore italiano padre delle insuperabili Buona notte fiorellino, Rimmel o Pezzi di vetro sembra voler prendere le distanze da un certo stereotipo dell’artista impegnato, incarnato da «Bruce Springsteen» ma non soltanto da lui. La lista sarebbe davvero lunga ed è inutile snocciolare i nomi di chi ritiene di utilizzare il microfono per distribuire patenti, anziché cantare i propri sentimenti e – va da sé – le proprie idee, assumendosene la responsabilità su tutta la linea.
Oltre lo schema buoni/cattivi
È probabile che De Gregori sia stanco di ascoltare monologhi di artisti che, su questioni dove lo schema buoni/cattivi non risolve tutto, hanno certezze costruite sui volantini o, peggio ancora, sui tweet. Oppure non ha né tempo né voglia di dare credito a chi ha poche competenze o scarso pedigree. E lo si può anche capire. La questione viene da lontano e ci dice tanto su questo Paese. Trova una conferma perfino nelle polemiche sull’ultimo festival di Sanremo, ritenuto troppo poco politico ed eccessivamente focalizzato addirittura sulla musica. Come se dovesse essere naturale il contrario.
La saggezza del dubbio
Talvolta dovrebbe valere la vecchia regola: le parole di un maestro come De Gregori si ascoltano con rispetto e si criticano soltanto se si ha qualcosa di davvero urgente da dire. Sarebbe il modo migliore per onorare non solo un artista indiscusso, ma anche un uomo di una certa età che ha avuto la saggezza di ammettere di nutrire tanti dubbi su altrettante questioni e di non avere alcuna pretesa di «salire in cattedra» e insegnare chissà che cosa. Ha detto semmai il contrario: «Io non mi sento superiore a nessuno per dire che posizione prendere su Gaza o sull’Iran». Tanto di cappello.
Il processo politico a De Gregori
E c’è dell’altro. Perché ci vorrebbe un pizzico di rispetto in più per un artista che, al Palalido di Milano, il 2 aprile 1976, è stato processato pubblicamente da militanti dell’autonomia operaia che lo andarono letteralmente a prelevare in camerino mentre uno di loro aveva anche una pistola. Ed era uno di sinistra, che aveva già scritto dell’operaio Pablo e della tragedia «classista» del Titanic. Troppo poco per chi aveva bisogno di un’interpretazione autentica in perfetto stile maoista.
Quando Craxi lo citò alla Camera
Nonostante l’umiliazione, era tornato a scrivere parole dall’inequivocabile sapore antifascista: «Viva l’Italia, l’Italia liberata, l’Italia che resiste». Per poi insistere: «La storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi, bella ciao, che partiamo». Un testo che piacque così tanto a Bettino Craxi da citarlo alla Camera durante il voto di fiducia al governo Cossiga, non senza l’imbarazzo dello stesso De Gregori, che avrebbe preferito non essere sospettato di intelligenza con i socialisti.
Il “Cuoco di Salò” contro ogni conformismo
Incidente o no, nulla gli ha impedito poi di cantare, tra i rigurgiti di chi lo ha accusato di eresia, la vicenda umana del Cuoco di Salò e la tragedia di chi è morto «dalla parte sbagliata». Una scelta artistica che supera ogni regola d’ingaggio. Nient’affatto ambigua, che sa di saggezza e di libertà. La libertà dell’artista, ovviamente. Sarà anche per questo motivo che, fin dagli anni Settanta, anche i giovani di destra lo ascoltavano con interesse. Come buona parte degli italiani, del resto.