La realtà si fa spazio
Meno smartphone, più vinili: l’analogico è di nuovo tra noi. E Barbie lo aveva previsto
Sul mercato si affermano telefoni senza social, dischi in vinile, macchine fotografiche usa e getta. Ma non si tratta di nostalgia: la tendenza è guidata dai Millennials per i quali si tratta di nuove scoperte
«Pick up and give your smartphone a vacay»: è questo lo slogan con cui nell’agosto del 2024 Hmd Global e Mattel hanno lanciato il Barbie Phone, un flip rosa shocking senza accesso ai social.
L’invito di Barbie
Già due anni fa Barbie ci invitava a riporre in tasca il telefonino, a disconnetterci, a puntare lo sguardo sul mondo intorno a noi, distogliendolo dallo schermo dello smartphone. Un invito che sembra essere stato accolto, proprio nel pieno dell’era dell’intelligenza artificiale, degli algoritmi e dello “scroll infinito”: molti, soprattutto tra i più giovani, stanno infatti scegliendo di tornare indietro. O meglio: di tornare a qualcosa che sembrava superato.
Il ritorno dell’analogico
Girare una manopola invece di scorrere uno schermo. Aspettare lo sviluppo di una pellicola invece di scattare cento foto e cancellarle. Riavvolgere un nastro anziché fare tap sul display. Negli ultimi mesi, il ritorno dell’analogico è diventato più di una suggestione estetica. È un segnale culturale. Ed è proprio sui social che, paradossalmente, spopolano video che invitano a disintossicarsi dagli stessi social: diari cartacei, vinili, macchine fotografiche usa e getta, perfino cruciverba come antidoto allo smartphone.
Non nostalgia, ma la scoperta di qualcosa di nuovo
Nostalgia? Sembrerebbe di no, o almeno non solo. Perché a guidare questa inversione di tendenza non sono i Millennials ma i nativi digitali. Per la generazione cresciuta nell’iperconnessione, non si tratta, quindi, di un ritorno ma della scoperta di qualcosa di nuovo.
Cosa dice il mercato
Prendiamo la musica: i vinili registrano di recente crescite costanti, con aumenti significativi delle vendite e un mercato globale che ha superato i 2,5 miliardi di dollari. Un dato che suggerisce una riflessione: il ritorno al vinile, che rende tangibile qualcosa che per questa generazione è sempre stato totalmente immateriale, fa sì che la musica diventi esperienza. Poggiare un disco sul giradischi, aspettare che la puntina si posi, accettare il fruscio, diventa un gesto carico di significato, perché obbliga a rallentare e a scegliere, e proprio per questo restituisce valore all’esperienza.
Nel mondo dello streaming infinito, dove tutto è disponibile e nulla resta, l’oggetto torna ad avere valore non perché sia più efficiente – lo è meno – ma perché è più reale. È un cambio di atteggiamento, quasi una presa di distanza da un mondo in cui tutto è immediato ma anche intercambiabile, dove ascoltare musica significa spesso saltare da una traccia all’altra senza davvero fermarsi, e dove le immagini si accumulano senza lasciare un segno.
Se richiede tempo, acquista valore
Per anni ci è stato detto che il progresso coincideva con la velocità: più connessioni, più notifiche, più contenuti. Oggi quella promessa mostra le sue crepe. L’analogico torna perché rappresenta l’opposto: lentezza, attenzione, presenza. I gesti che richiedono tempo acquistano valore.
Tra moda e scelta consapevole
Certo, per alcuni questa non è che l’ennesima moda, peraltro costosissima, dettata da quella necessità di mostrarsi alternativi e originali che finisce per spingere i più a uniformarsi alle tendenze senza neppure rendersene conto. Per altri, però, può rappresentare una scelta che rimette al centro la persona, i suoi tempi, la sua esperienza concreta. Non è un caso che questo trend si accompagni al fenomeno del “social detox”, sempre più diffuso tra giovani e adulti. La saturazione digitale produce stanchezza, e la risposta non è necessariamente la fuga totale dalla tecnologia, ma una sua ricalibrazione.
Il recupero di spazi di realtà
È una reazione alla smaterializzazione totale, all’eccesso di stimoli, a un modello tecnologico che ha promesso libertà e ha spesso prodotto dipendenza. E così accade che proprio chi è cresciuto con lo smartphone in mano scopra il valore di un oggetto analogico. In un’epoca dominata da piattaforme globali e logiche algoritmiche, recuperare spazi di realtà – anche piccoli, anche simbolici – diventa un atto quasi culturale, se non politico. Non si tratta di rifiutare il progresso. Si tratta di governarlo. Sia chiaro: lo streaming, gli smartphone, le piattaforme restano il centro dell’esperienza quotidiana, ma accanto a questa velocità permanente si apre uno spazio diverso, più lento, più selettivo, dove l’analogico funziona come contrappeso, come scelta consapevole più che come necessità.
La risposta a un bisogno strutturale, non solo estetico
È una convivenza, non una sostituzione, e forse proprio per questo è destinata a durare più di quanto si pensi, perché risponde a un bisogno strutturale e non solo estetico. E forse è proprio questo il messaggio più interessante che arriva da questa nuova tendenza: il futuro non sarà soltanto digitale. Sarà un equilibrio tra tecnologia e umanità, tra velocità e profondità, tra innovazione e memoria. Perché, alla fine, non tutto ciò che è nuovo è necessariamente migliore. E non tutto ciò che è passato è davvero superato.
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