Il punto di vista
L’Autonomia oltre le Regioni: un Sud che fa squadra per superare la narrazione vittimista
L'Autonomia differenziata non serve solo al Nord: anche il Mezzogiorno può giovarsene ma deve superare frammentazioni e pulsioni assistenzialiste
Una storiografia nobilmente ma inattendibilmente patriottica cercò di far passare la narrazione che l’Italia sarebbe stata “divisa” dal Congresso di Vienna del 1815; mentre la faccenda era tanto più antica, risalendo al 568, quando i Longobardi non riuscirono a conquistare tutta la Penisola; e da allora fu un turbinio di entità politiche, alcune provvisorie, altre di lungo periodo. Ciò apparve, ed era, elemento di debolezza nei confronti di monarchie compatte come quelle di Francia o delle Spagne; però fu anche occasioni di identità locali di natura culturale.
L’Italia delle “piccole” capitali
Fu l’Italia delle molte piccole capitali, alcune delle quali – Napoli, Venezia, il Papato, i Savoia – tutt’altro che piccole pure sul piano politico. È innegabile che la ricchezza di arte e poesia e il giobertiano «primato morale e civile degli Italiani» si debbano anche al turbinio di papi, re, dogi, tiranni, democrazie precarie e più pervicaci oligarchie, e ai conflitti politici e militari. E a comunità locali che, con o senza governi, si davano da fare per vivere con il meno possibile di fastidi, e badare ciascuna a se stessa.
Da Dante al Congresso di Vienna
L’idea che esistesse l’Italia non era mai cessata, e i dotti si adoperarono per conservare il nome preromano e romano, nonostante tentativi di Langobardia e persino Lotaringia. Dante auspica fin dall’inizio della Commedia che il Veltro abbia come primissimo compito la «salute dell’Italia», che trova «umile», «serva» e, rudemente e francamente, «bordello». Come dar corpo all’afflato, l’Alighieri rimane sul vago; e con lui tanti altri: Ruggero II, Federico II, Ladislao, Machiavelli, Guicciardini; e, a modo loro, i viceré di Napoli con il Consiglio d’Italia, e il proclama di Carlo di Borbone che nel 1734 «Italicam libertatem vindicaverit».
Per arrivare a qualche intuizione più concreta, dobbiamo partire proprio da Vienna 1815, quando l’Austria propose una Confederazione Italiana come quella Germanica: ma rifiutarono Torino, Pio VII e Napoli. Si formarono teorie, la neoguelfa del Gioberti, la neoghibellina del Balbo, la repubblicana del Cattaneo… comunque, tranne le proclamazioni del Mazzini, progetti o confederali o federali, e mai centralisti; unitari ma non unificanti.
L’ibrido del Regno d’Italia
I fatti del 1859-61 andarono in tutt’altro modo, e non per ulteriori teorie, ma per l’inerzia politica di granduca di Toscana, duchi di Parma e Modena, re delle Due Sicilie; e per accorte manovre di Cavour, giovandosi delle attività confuse di Napoleone III, che una sola intenzione aveva chiara: lasciare, fin quando fosse possibile, Roma a Pio IX. Se la storia si facesse con i se e con i ma, anche allora si poteva… E invece il Regno d’Italia del 1861 risultò un ibrido di monarchia costituzionale, con governo e amministrazione centralistici di modello napoleonico.
Per concessione al passato, già allora vennero individuate delle Regioni, tuttavia solo sulla carta: lo dico alla lettera, cioè disegnate sulle cartine geografiche; mentre le diramazioni dello Stato funzionavano per Province, che erano sedi locali meramente esecutive di disposizioni dei ministeri uniformi per tutto il territorio.
Il ruolo delle Regioni
Le Regioni fanno capolino nella Costituzione del 1948. Ma già la Sicilia era da due anni autonoma; e si aggiunsero, in cotale condizione, Sardegna, Friuli (dal 1954 con Trieste), Val d’Aosta; e una Regione Trentino-Alto Adige, in seguito di fatto trasformata nelle attuali Province autonome di Trento e Bolzano. Nel 1970, iniziò, di fatto, la discutibile storia delle Regioni ordinarie: Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria; Abruzzo e Molise… il Molise che nel 1963 fece secessione. Nessuno osò eccepire sui confini regionali, che restarono quelli del 1861; o sulla consistenza effettuale sul piano territoriale e demografico ed economico, che, nel 1970, lasciava coesistere realtà molto, stridentemente diverse. E nel 2026 lo sono assai di più.
Il pasticcio del Titolo V
In mezzo alle due date, la modifica costituzionale (alla faccia della «Costituzione non si tocca»!) dell’intero Titolo V, che, con strambi giochi di parole, mette quasi sullo stesso piano lo Stato e le Regioni, e persino i Comuni. All’italiana maniera, da quel 2001 a oggi, un quarto di secolo, le effettive autonomie delle ordinarie sono ancora poche e nominali; e solo da qualche anno se ne parla con una certa concretezza. Ebbene, stiamo forse tornando all’idea, ante 1861, del federalismo? Senza anacronistici confronti, alcune aree d’Italia avvertono decisamente l’esigenza dell’autonomia. E parliamo di aree tra le più popolose e ricche d’Europa e del mondo; e che (ancorché con vari limiti) si sono dotate di servizi molto efficienti. È il profondo Nord?
Il Sud oltre la narrazione disfattista
Vero, ma nemmeno il Sud profondissimo è davvero così “arretrato” com’è vezzo descriverlo in bocca e penna a intellettuali dalla depressione ben retribuita. Ci sono zone industriali e zone di agricoltura di qualità; e il turismo, che potrebbe essere gestito molto più intelligentemente e per più lunga durata della breve balneazione, però fa la sua parte. Nella mia Calabria, alcuni servizi sono carenti non per uno scherzo del destino, ma perché sono stati gestiti con precisi intenti assistenzialistici da Prima Repubblica, e il denaro è finito malamente speso, e in modo poco e nulla produttivo. Lo si fece già prima, e la Regione ha messo il carico da undici! Senza scordare che la Regioni del 1970 furono la copia della Prima Repubblica dell’epoca, con tanto di crisi, rimpasti, lottizzazioni; e burocrazie tanto numerose quanto inette e frenanti.
La “squadra” del Mezzogiorno
Si dice dalle mie parti «storta per diritta». Se il Nord farà l’autonomia, il Sud dovrà scegliere se patirla o governarla. Se accetterà di subirla, sarà una sconfitta (un’altra?); se la governa… a reggere il confronto non può essere certo una Calabria di un milione e mezzo di anime, di fronte a una Lombardia che, senza dire di industrie e servizi, conta milioni dieci residenti e un flusso incalcolabile. Veniamo alla mia proposta, non nuova su queste pagine del Secolo: la Regione Ausonia, mettendo assieme (assieme!) Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, in un’entità regionale unica; con 70.000 kmq e dodici milioni di abitanti; e tante più potenzialità di quante ne vengano non dico solo utilizzate, dico persino conosciute e studiate. Esempio, il turismo culturale in senso lato.
Mettere assieme non significa assommare le attuali stantie istituzioni e i polverosi esistenti uffici, ottenendo una pletora migliaia di passacarte e politici. Se autonomia dev’essere, allora non dobbiamo copiare nulla di altrui, ma dotarci, con il Vico, di «governi conformi alla natura dei popoli»: un presidente direttamente eletto e con ampi poteri esecutivi; un consiglio che si riunisca ogni tre mesi; suddivisioni amministrative logiche e ripensamento dell’esagerato numero di Comuni; riduzione della burocrazia al minimo con il massimo di internet.
Una regione Ausonia
Circoscrizioni? Più o meno quelle di Filippo II: Molise; Capitanata; Bari; Otranto; Terra di lavoro e Napoli; Sannio; Salerno; Basilicata; due Calabrie. Capoluogo? Melfi. Se qualcuno me lo chiede, vi spiego storicamente perché. Qui la storia ci dovrebbe venire in soccorso; e forse ne riparleremo. Il nome? Mi piace Ausonia, o fate voi; solo spero che non si scatenino dotte disquisizioni all’evidente scopo di distrazione di massa e lasciare le cose come stanno. Questo per il Sud. Ma sento dire che qualcuno pensa anche a una fusione tra Umbria e Marche.
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Esteri - di Redazione