La riflessione
L’attaccamento e le nostre emozioni primarie: riconoscerle e affrontarle
Quando da adulti ci innamoriamo, ci arrabbiamo, ci allontaniamo o ci aggrappiamo a qualcuno, spesso pensiamo che tutto dipenda da ciò che sta accadendo nel presente
“Dalla culla alla tomba” le prime esperienze di attaccamento ci guidano.
Quando da adulti ci innamoriamo, ci arrabbiamo, ci allontaniamo o ci aggrappiamo a qualcuno, spesso pensiamo che tutto dipenda da ciò che sta accadendo nel presente: dalla persona che abbiamo davanti, dal momento della vita in cui ci troviamo, dal nostro carattere. Eppure, sotto la superficie, c’è una storia molto più antica che continua a muoversi. Una storia che comincia molto prima delle relazioni adulte: nelle braccia di chi ci ha accolti quando eravamo bambini. Ti è mai capitato di scegliere sempre lo stesso tipo di partner, anche se sai che ti fa male? O di scappare appena una relazione diventa seria, pur desiderando intimità? Non è sfortuna. È attaccamento.
L’attaccamento e le prime relazioni
Le prime relazioni della nostra vita diventano una latente mappa con cui navighiamo tutti i rapporti adulti: amicizia, amore, lavoro. È per questo che si dice che l’attaccamento ci accompagna “dalla culla alla tomba”.
Nei primi anni di vita, senza che ce ne rendiamo conto, il nostro cervello si pone due domande fondamentali osservando chi si prende cura di noi: “Io valgo? Sono degno di amore e attenzione?” e “L’altro c’è per me quando ne ho bisogno? È affidabile?”. Da queste risposte nascono il modello di sé e il modello dell’altro. Non ricordiamo i singoli episodi, ma interiorizziamo la regola: se piangevamo e qualcuno arrivava, la regola era “il mondo è affidabile”; se nessuno arrivava, la regola diventava “devo cavarmela da solo”. Tutto questo avviene inconsapevolmente, in quella parte profonda della mente che registra, organizza e conserva esperienze senza che noi ne siamo consapevoli.
I nostri schemi relazionali
L’inconsapevolezza con cui ripetiamo certi schemi relazionali nasce proprio da lì: da apprendimenti precoci che non ricordiamo, ma che continuano a guidarci.
L’esperienza di attaccamento influisce così sul nostro sviluppo e sulla costruzione dei significati, delle credenze su noi stessi e sugli altri. Le emozioni che proviamo nelle prime interazioni di accudimento hanno un potere speciale: tendono a ripresentarsi quando stringiamo legami e soprattutto quando si formano nuovi legami di attaccamento adulto. È come se, senza accorgercene, tornassimo bambini ogni volta che una relazione tocca punti sensibili della nostra storia emotiva.
Le trasformazioni
Nel tempo, queste mappe interne si trasformano in modi diversi di stare in relazione. Chi ha sviluppato un attaccamento sicuro vive le relazioni con equilibrio: sta bene con l’altro e sta bene da solo, comunica i bisogni, affronta i conflitti senza paura. Chi ha un attaccamento ansioso teme l’abbandono, cerca conferme continue, interpreta ogni silenzio come un rifiuto. Chi ha un attaccamento evitante tende a proteggersi con la distanza, minimizza le emozioni, confonde autonomia e solitudine. Chi ha un attaccamento disorganizzato oscilla tra il desiderio di vicinanza e la paura dell’intimità, vuole amore ma allo stesso tempo lo teme. Questi schemi diventano strategie della nostra vita relazionale. Le interazioni con i nostri caregiver diventano aspettative su come funzionano le relazioni, precursori della nostra natura affettiva, intersoggettiva e sociale. È così che l’infanzia influenza — senza determinarlo in modo definitivo — il nostro modo di amare da adulti.
L’importanza delle relazioni
Oggi sappiamo che le prime relazioni non modellano solo il cuore, ma anche il cervello. Le aree che regolano le emozioni, la calma, la capacità di stare con gli altri si sviluppano proprio attraverso lo scambio con chi si prende cura di noi. È come se il cervello imparasse a funzionare attraverso l’esperienza dell’essere amati, consolati, ascoltati.
Le prime esperienze di cura mappano la nostra psicologia e si attivano nella memoria e negli schemi relativi ogni volta che stringiamo legami significativi.
Non siamo prigionieri del nostro passato
La cosa più importante, però, è che non siamo prigionieri del nostro passato. Le mappe dell’infanzia non sono destini immutabili: possono cambiare. Si riscrivono attraverso relazioni sane, esperienze di sicurezza, consapevolezza di sé, percorsi terapeutici, incontri che ci mostrano un modo diverso di essere amati. Il passato è una radice, non una condanna. Possiamo diventare consapevoli di ciò che prima era inconsapevole, e questa consapevolezza è già un primo passo di trasformazione e/o cambiamento.
Ogni relazione adulta è un dialogo continuo tra ciò che siamo diventati e ciò che siamo stati, tra il presente che viviamo e il bambino che ancora abita in noi. E forse la cosa più preziosa delle relazioni è proprio questa: non servono solo a condividere la vita, ma anche a trasformarla. E allora la domanda diventa: siamo davvero pronti a trasformare i nostri legami e a non restare imprigionati nei nostri schemi automatici di interazione?
Psicoterapeuta- Apc Roma
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