Una cura innovativa
La strabiliante terapia di Spallanzani e Bambino Gesù guarisce un paziente 39enne dal “Long Covid”
Prima di contagiarsi con il covid per due volte era sano e atletico, ma poi ha dovuto affrontare un recupero segnato dalla fatica invalidante e dalla nebbia cognitiva, un sintomo che appare come un senso di stanchezza mentale persistente e capace di rendere le persone meno lucide del normale. È la storia di un 39enne, fino a quando una terapia con anticorpi ha permesso di aprire uno spiraglio di luce, con un trattamento ha riparato il corretto funzionamento del sistema immunitario. Ad occuparsi del paziente sono stati gli ospedali romani “Lazzaro Spallanzani” e “Bambino Gesù”, con un successo talmente grande che anche la rivista scientifica The Lancet Infectious Diseases ne ha parlato. Tra gli altri sintomi dell’uomo figuravano anche disturbi di memoria e concentrazione, insonnia e sintomi di disfunzione autonomica, con un impatto rilevante sulla vita personale e professionale.
Bambino Gesù e Spallanzani guariscono un 39enne dal “Long Covid”
Durante lo studio sull’uomo, i ricercatori dell’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” hanno individuato una modifica di precisi parametri immunologici, tra cui figuravano la riduzione del titolo degli autoanticorpi diretti contro i recettori del sistema nervoso autonomo, dei marcatori infiammatori e degli indicatori di attivazione della coagulazione. L’efficacia della terapia è dovuta alla scomparsa di un’interazione anomala tra linfociti T e monociti, potenzialmente rea della conservazione di uno stato infiammatorio cronico.
«Questi risultati suggeriscono che, in un sottogruppo di pazienti, il Long Covid potrebbe essere sostenuto da una persistente disregolazione del sistema immunitario, non necessariamente legata alla presenza del virus nell’organismo», spiega Marta Camici, ricercatrice e primo nome dello studio, che poi ha aggiunto: «Le immunoglobuline non rappresentano una terapia per tutti, ma potrebbero avere un ruolo in pazienti selezionati, identificabili attraverso i biomarcatori trovati nello studio». Il Long Covid, come ha evidenziato la dottoressa Eva Piano Mortari ( ricercatrice per l’Unità di ricerca Linfociti B guidata da Rita Carsetti ndr), altra prima autrice dello studio, «colpisce anche i più giovani, e le immunoglobuline sono un farmaco già utilizzato in ambito pediatrico per altre patologie: questo apre la possibilità di estendere in futuro questo approccio anche ai pazienti pediatrici».
Risultati fortemente incoraggianti
Tra le altre cose, Eva Piano Mortari ha individuato il complesso immunologico anomalo collegato alla risposta verso la terapia, assieme alle colleghe Chiara Agrati (responsabile Unità di ricerca Immunità patogeno-specifica) e Giusi Prencipe (dell’Unità di ricerca Immuno-reumatologia) dell’ospedale Bambino Gesù. Entrambe le ricercatrici hanno ricordato che «pur trattandosi di un singolo caso clinico, i risultati sono estremamente incoraggianti e forniscono indicazioni importanti per la progettazione di futuri trial clinici controllati. L’obiettivo dei prossimi studi sarà identificare quali pazienti possano beneficiare maggiormente di questo approccio, confermare l’utilità degli autoanticorpi contro i neurotrasmettitori per la diagnosi di Long Covid e comprendere meglio i meccanismi biologici alla base della risposta al trattamento».