L'analisi
La guerra del Golfo e la vulnerabilità strategica europea: serve la svolta per la sovranità energetica
La crisi in Medio Oriente pone l'Europa di fronte alle implicazioni più dure della propria dipendenza energetica e impone un deciso cambio politico e culturale per costruire un sistema integrato, resiliente e industrialmente sostenibile
Le crisi geopolitiche in Medio Oriente continuano a rappresentare uno dei principali fattori di instabilità del sistema globale. La guerra del Golfo riporta con forza al centro del dibattito europeo una realtà spesso rimossa: nonostante anni di politiche orientate alla transizione ecologica e ingenti investimenti nelle energie rinnovabili, il sistema energetico resta strutturalmente dipendente dalle forniture di petrolio e gas provenienti da un’area ad altissima instabilità.
Una questione non solo energetica
Non si tratta soltanto di una questione energetica. La vulnerabilità delle rotte critiche – a partire dallo Stretto di Hormuz – e la concentrazione geografica delle risorse continuano a esporre l’Europa a shock esogeni con effetti immediati su prezzi, filiere industriali e stabilità economica. La crisi in atto segna così il passaggio da una visione prevalentemente regolatoria e climatica della politica energetica a una dimensione pienamente strategica, in cui sicurezza degli approvvigionamenti, autonomia industriale e gestione del rischio geopolitico tornano a essere priorità centrali.
I numeri dello Stretto di Hormuz
Nel Medio Oriente si concentra circa il 48% delle riserve petrolifere accertate, pari nel 2024 al 31% della produzione mondiale, oltre a più del 40% delle riserve globali di gas naturale. In questo contesto, circa un quinto dell’approvvigionamento globale di petrolio e gas liquefatto transita attraverso lo Stretto di Hormuz, configurandolo come uno dei principali colli di bottiglia del sistema energetico internazionale.
La dipendenza energetica di Europa e Italia
La guerra del Golfo, con le conseguenze derivanti dalla distruzione di infrastrutture energetiche e dalla chiusura dello Stretto, pone l’Europa – e l’Italia in particolare ove ogni shock su gas e petrolio colpisce un sistema produttivo ancora fortemente manifatturiero, energivoro e sensibile ai costi logistici – di fronte alle implicazioni più dure della propria dipendenza energetica.
La guerra del Golfo come conflitto economico globale
In un sistema come quello europeo, e italiano, il rincaro dell’energia si trasferisce rapidamente alla competitività industriale. L’impennata del prezzo del Brent e le criticità legate al blocco dei flussi di Gnl dal Qatar aggravano una situazione già fragile. Non si tratta soltanto di energia: la chiusura dello Stretto interrompe anche i flussi di beni intermedi strategici – petrolchimici, fertilizzanti, alluminio – trasmettendo rapidamente gli effetti della crisi all’industria e all’agricoltura, con rilevanti impatti inflattivi sull’intero sistema economico. La guerra del Golfo non è soltanto un conflitto militare ma è chiaramente, e nei fatti, una guerra economica globale, con evidenti ricadute nel prezzo del petrolio, nella tenuta delle catene logistiche, nel costo del denaro e nella capacità dei sistemi industriali di assorbire lo shock energetico.
La grave vulnerabilità strategica europea
La crisi in atto evidenzia, ancora una volta, la grave vulnerabilità strategica europea. Negli ultimi anni, la politica energetica dell’Unione, fortemente orientata agli obiettivi del Green Deal, ha privilegiato la dimensione regolatoria e ambientale senza riuscire a costruire una solida base europea industriale, ed energetica, autonoma. L’Europa continua a mantenere una significativa dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, e ha aperto il mercato della transizione ecologica a fornitori esterni, in particolare nel settore delle tecnologie clean, accentuando una nuova forma di dipendenza: non più soltanto dalle risorse fossili ma anche dalle tecnologie e dalle materie prime critiche necessarie alla transizione energetica.
La crisi in Medio Oriente rivela tutti i limiti del Green Deal
La guerra del Golfo rivela i limiti del Green Deal e impone scelte rapide su energia, industria e autonomia; la crisi pone fine dell’illusione regolatoria e determina il ritorno della sicurezza energetica come priorità strategica. La politica energetica europea è ormai da almeno un decennio fortemente condizionata dalla cultura del Green Deal e indebolita dalla combinazione di tre fattori di pressione: le dinamiche regolatorie e ambientali, riflesse anche nel funzionamento del sistema Ets; la crescente finanziarizzazione e tendenza speculativa dei mercati energetici e delle tecnologie clean; i vincoli di bilancio che limitano la capacità di investimento pubblico. La convergenza di queste pressioni ha ostacolato la definizione di una politica energetica organica, riducendo al contempo la propensione di Stati e imprese a sostenere investimenti strategici.
La strettoia che intrappola l’Ue
L’Unione europea si trova così oggi intrappolata in una vera e propria strettoia strategica, determinata dall’interazione tra shock geopolitici, architettura dei mercati energetici e vincoli della transizione climatica. Da un lato, le tensioni internazionali spingono al rialzo i prezzi; dall’altro, il funzionamento dei mercati – in particolare la borsa del gas Ttf (Title transfer facility) di Amsterdam che determina il prezzo del gas – amplifica volatilità e incertezza. A questa tensione si aggiunge il costo crescente delle politiche di decarbonizzazione, che nel breve periodo contribuisce ad aumentare il prezzo finale dell’energia. Ne emerge un dilemma di policy: accettare la logica dei prezzi spot, con i relativi effetti inflattivi, oppure intervenire con strumenti straordinari – come il price cap sul gas e sulle quote Ets – con il rischio di alterare i segnali di mercato e compromettere la sicurezza degli approvvigionamenti.
Sembra evidente che la questione energetica europea non può più essere affrontata esclusivamente come tema climatico. La questione energetica è oggi, prima di tutto, una questione di sicurezza strategica e di autonomia geopolitica. La questione energetica è potere industriale.
Dal Green Deal al Clean Industrial Deal
Negli ultimi due anni in Europa sono emersi alcuni positivi segnali di revisione delle politiche green. Il rapporto sulla competitività europea coordinato da Mario Draghi e il Clean Industrial Deal della Commissione segnano un tentativo di ricondurre la transizione ecologica entro una strategia industriale più realistica e orientata alla resilienza. L’Unione europea con il Clean Industrial Deal prende atto di un limite strutturale del Green Deal: la transizione ecologica non è stata in grado di produrre un ordine economico stabile e di reggere alla prova della competizione globale, come ampiamente dimostrato dalle gravi crisi industriali e dalla forte dipendenza dalle importazioni, tanto di fonti fossili quanto di clean technologies.
Non più transizione ambientale, ma integrazione energetica
Da qui la necessità di spostare il baricentro della politica energetica europea dalla transizione ambientale all’integrazione energetica, dall’enfasi sui target climatici alla costruzione di un assetto eco-industriale competitivo. In questa prospettiva, la sovranità energetica europea non può che fondarsi su un modello integrato in cui lo sviluppo delle fonti rinnovabili – essenziale per la sostenibilità e la diversificazione delle fonti – sia accompagnato da un massiccio rafforzamento delle infrastrutture di rete, della capacità di accumulo e della gestione dei flussi energetici su scala continentale.
La necessità del rilancio del nucleare
In tale architettura, il rilancio dell’energia nucleare assume un ruolo strategico complementare: non alternativo alle rinnovabili, ma necessario per garantire stabilità, continuità della produzione e sicurezza degli approvvigionamenti in un sistema energetico sempre più elettrificato e intermittente. Solo l’integrazione tra rinnovabili, reti e nucleare può consentire all’Europa di ridurre strutturalmente la dipendenza dalle importazioni e di costruire una reale autonomia energetica.
Servono volontà politica e svolta culturale
Il nodo non è dunque scegliere tra modelli energetici alternativi, ma costruire un sistema integrato, resiliente e industrialmente sostenibile, capace di coniugare sicurezza, competitività e sostenibilità. Le sfide sono però notevoli – in termini di finanziamenti, semplificazione normativa, concorrenza globale e soprattutto di nuova governance – e il successo dipenderà dalla volontà politica degli Stati membri di agire con coesione e rapidità, trasformando le parole e le riflessioni in azioni concrete ed efficaci, con un approccio integrato e pragmatico.
Le possibili misure competitive alla crisi energetica innescata dalla guerra del Golfo (dal price cap su materie prime e quote Ets, alla tassazione degli extra profitti, alla flessibilità del vincolo di bilancio, sino al lockdown energetico) possono rallentare l’apocalisse ma non risolvere il problema energetico europeo. Occorre per questo una decisa svolta politica e culturale verso l’indipendenza energetica europea, occorre una decisione eminentemente politica sul modello energetico ed economico dell’Unione, in una situazione interna di governance frazionata e in un contesto di crescente competizione geopolitica. Occorre costruire l’integrazione energetica europea.
Un banco di prova decisivo per le capacità industriali sistemiche
Nella nuova prospettiva della ricerca della sicurezza energetica, la politica per lo sviluppo dell’energia nucleare europea, integrata con le rinnovabili e sostenuta dalla modernizzazione delle reti, potrebbe essere un decisivo banco di prova per verificare tanto le capacità industriali sistemiche quanto le volontà politiche degli Stati membri di arrivare a una effettiva integrazione energetica europea.
Senza un progetto comune, anche il nucleare europeo resterà ostaggio di interessi contrapposti e scelte frammentate che, alla fine, altro non faranno che protrarre le nostre dipendenze. Servono regole comuni, finanziamenti e una strategia industriale condivisa. E serve rapidità di azione. Altrimenti continueremo a predicare autonomia strategica e importare gas e tecnologie da altri.
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