Ritrovare l'identità
Il rinnovo della Figc non basta: il calcio italiano deve ripartire da giovani e talenti nazionali
La disfatta ai mondiali parla di una crisi sistemica che non si supererà semplicemente cambiando i vertici della Federazione: serve un cambio di passo culturale che faccia riscoprire gioco di squadra e senso di appartenenza
Il calcio italiano non attraversa una semplice fase di difficoltà. È dentro una crisi sistemica che riguarda identità, organizzazione e visione. I risultati – o meglio, i mancati risultati – sono solo la superficie di un problema molto più profondo. Il punto non è più la delusione, che appartiene alla dimensione emotiva e passa: qui siamo oltre, dentro una crisi che ha smesso da tempo di essere episodica e si è trasformata in sistema.
La crisi di sistema dietro l’esclusione dai Mondiali
L’esclusione per la terza volta consecutiva dalla fase finale della Coppa del Mondo Fifa segna uno spartiacque definitivo. Dopo il 2018 e il 2022, il nuovo fallimento non può più essere raccontato come una congiuntura sfavorevole. È la certificazione di un sistema che non funziona. Un’intera generazione non ha mai visto gli Azzurri ai mondiali. Il trionfo di Uefa Euro 2020, che aveva alimentato l’illusione di una rinascita, appare oggi per quello che è stato: un’eccezione, altro che punto di partenza.
Il terremoto nella Figc e le tappe verso la nuova direzione
Il terremoto istituzionale che ne è seguito, con le dimissioni di Gabriele Gravina, Gennaro Gattuso e Gianluigi Buffon, è la conseguenza inevitabile di un sistema ufficialmente acefalo che ha perso equilibrio e direzione. Le tappe per la nuova direzione della Figc sono già scandite: lunedì 13 aprile si riunirà la Lega Serie A, con l’assemblea convocata per discutere del candidato della componente, poi bisognerà attendere il 13 maggio per la scadenza delle candidature e il 22 giugno per la votazione dei 275 delegati, che rappresentano le varie componenti: Lega Nazionale Dilettanti (Lnd) 34%, Atleti (Aic) 20%, Serie A 18%, Lega Pro 12%, Tecnici (Aiac) 10%, Lega Serie B 6%.
L’effetto domino della sconfitta
Ma fermarsi ai nomi sarebbe un errore, oltre che essere ingiusto: il problema è strutturale. L’assenza dai Mondiali significa perdita di centralità internazionale, meno risorse economiche, minore attrattività. In un contesto in cui il calcio è anche soft power, l’Italia scompare da uno dei principali palcoscenici globali, con effetti a catena su sponsor, diritti televisivi e capacità di attrarre investimenti, per non parlare del prestigio che inevitabilmente si riflette a 360 gradi.
La Nazionale come specchio del movimento calcistico
La Nazionale è lo specchio del movimento calcistico. E oggi il movimento è fragile. I numeri sono inequivocabili: oltre il 65% dei minuti giocati in Serie A è occupato da calciatori non selezionabili per l’Italia, ovvero stranieri, comunitari o extracomunitari che siano. In alcune giornate si supera il 70% di presenze straniere in campo. Non è una questione ideologica, ma funzionale: meno italiani giocano insieme, meno italiani crescono guardandosi negli occhi, meno italiani arrivano in Nazionale con la capacità di comprendere intenzioni e intuizioni del collega.
Il problema di una Serie A con pochi giocatori italiani
Il cuore della crisi è proprio qui. La Serie A, un tempo laboratorio del talento italiano, è diventata un campionato sempre più dipendente dall’estero. I giovani non trovano spazio non perché manchino, ma perché non sono considerati una priorità strategica. Il risultato è un impoverimento progressivo della filiera. Meglio acquistare a basso costo che investire anni in crescita, dai 6 anni in su.
I modelli virtuosi, che però restano casi isolati
Eppure gli esempi virtuosi esistono. L’Atalanta BC rappresenta un modello europeo, con oltre 340 milioni di euro generati dalla valorizzazione dei giovani. La Juventus FC ha introdotto la seconda squadra, creando continuità tra vivaio e professionismo. La AS Roma continua a portare talenti dal proprio vivaio in prima squadra con regolarità e con non poche soddisfazioni, invero. Sono modelli che funzionano, ma restano isolati. Non sono diventati sistema, almeno non per ora.
Cosa succede all’estero: Germania, Inghilterra, Francia e Spagna
Il confronto con l’estero è impietoso: Germania, Inghilterra, Francia e Spagna hanno costruito politiche strutturate per proteggere e sviluppare il proprio talento. In Italia, invece, si è lasciato che fosse il mercato a dettare le regole, con il paradosso di spendere sempre di più all’estero e investire sempre meno in casa. La follia liberista è arrivata anche da noi, ed ecco i risultati.
Una questione culturale, prima che tecnica ed economica
Il problema, però, non è tecnico o economico, non solo per lo meno. È culturale. Negli ultimi anni il calcio si è trasformato in una vetrina individuale. Il calciatore è diventato una figura mediatica, spesso più attenta alla propria immagine che alla costruzione di un’identità collettiva, di una bandiera. Ma il calcio resta, per sua natura, coordinazione, conoscenza reciproca, allenamento condiviso. Quotidianità. Che sia in un parcheggio o all’Olimpico.
Una squadra funziona quando i suoi giocatori si allenano insieme ogni giorno, sviluppano automatismi, costruiscono un linguaggio comune. Se i migliori talenti italiani sono smolecolarizzati o dispersi nei campionati di mezzo mondo e si ritrovano solo per brevi ritiri, viene meno proprio l’elemento base che è la conoscenza profonda del compagno. Il calcio, prima ancora che tecnica, è intesa, che si costruisce nel tempo, non nei ritiri.
Conta la squadra, non la singola star
Serve tornare a un modello in cui il protagonista è la squadra, non la singola star. Un calcio in cui il valore è dato dall’identità, dalla disciplina, dalla continuità del lavoro quotidiano. Dove conta la squadra, non il singolo.
In questo scenario si inserisce la proposta del presidente del Senato Ignazio La Russa di introdurre l’obbligo di schierare almeno quattro calciatori italiani titolari in Serie A.
La “proposta La Russa”
Una proposta che ha trovato apertura anche nel ministro Andrea Abodi, pur nella consapevolezza dei vincoli europei.
Il valore della proposta è culturale e politico: riportare il baricentro del sistema in Italia, riequilibrare una deriva che ha progressivamente marginalizzato il talento nazionale. Non è una soluzione definitiva, certo, ma è un segnale necessario.
Il punto è ricostruire una base solida che consenta di riconquistare con le unghie una competitività internazionale, non chiudersi.
Il gap infrastrutturale
Il ritardo italiano è evidente anche sul piano infrastrutturale. Gli stadi sono in larga parte obsoleti, i centri sportivi insufficienti, la formazione tecnica non sempre allineata ai modelli più avanzati. A questo si aggiunge una governance frammentata, in cui Federazione, Leghe e club si sovrappongono senza una reale sintesi. Il risultato è un sistema rigido e a tratti ingessato, incapace di riformarsi.
Servono, come evidenziato anche da Gravina, interventi chiari e coordinati: investimenti nei settori giovanili e nelle infrastrutture, semplificazione delle regole – soprattutto sul mercato interno – maggiore integrazione tra club e Nazionale, valorizzazione delle seconde squadre, incentivi concreti per chi forma e schiera calciatori italiani.
La necessità per il calcio italiano di ritrovare la sua identità
Ma soprattutto serve tempo, continuità e una visione condivisa. Il nodo non è solo economico, sia nei problemi che nelle soluzioni, come invece in parte si percepisce dal dossier sui deficit strutturali pubblicato dell’ex Presidente della Figc.
Il nodo, in ultima analisi, è culturale. Il calcio italiano deve tornare ad avere uno stile riconoscibile. Non per nostalgia, ma per identità. Le grandi nazionali vincenti hanno tutte un tratto distintivo, costruito nel tempo attraverso formazione, metodo e continuità. Pensiamo al calcio brasiliano, allo stile inglese o a quello tedesco e spagnolo. L’Italia deve ritrovare il proprio.
Un calcio in cui i giovani crescono nei vivai italiani, i calciatori giocano e si allenano insieme con continuità, la squadra conta più dell’individuo e l’atleta torna ad essere un professionista rigoroso, non una figura da copertina. È una questione di visione, non solo di risorse. Il rilancio del calcio italiano non passerà da un singolo commissario tecnico o da una vittoria episodica. Passerà dalla capacità di ricostruire un sistema che oggi appare smarrito, riportando al centro ciò che lo aveva reso grande: il lavoro quotidiano, la cultura sportiva e un’identità profondamente italiana. Senza una base comune, senza uno stile e senza una direzione, non è solo la Nazionale a rischiare, è l’intero sistema Paese a perdere senso e prospettiva.
Ultima notizia
Il Paese a un bivio
Ungheria al voto tra sondaggi e social: sfida epocale tra Orban e l’ex insider Magyar in un teso testa a testa
Esteri - di Bianca Conte