Misteri dell'arte
Il giallo della Maddalena ritrovata: era in Inghilterra. È attribuita a Raffaello ma l’autenticità divide gli esperti
Archivi, analisi tecniche e confronti stilistici fanno emergere nuovi dubbi sull’attribuzione della versione conservata alla Galleria Palatina, detta del Perugino. Uno dei casi più affascinanti della storia artistica
Il 21 ottobre 2023, l’AFP aveva portato all’attenzione pubblica la ricomparsa in Inghilterra di una Maria Maddalena oggi attribuita a Raffaello. Appartenente a una grande collezione inglese, l’opera era stata inizialmente venduta da Christie’s prima dell’era di internet, con una datazione errata dovuta a una parchettatura applicata sul retro nel XIX secolo, che celava il pannello originale in pioppo, assottigliato fino a soli 3 millimetri. Una rivista scientifica inglese rilancia oggi il confronto con la versione gemella conservata alla Galleria Palatina di Firenze, tradizionalmente attribuita al Perugino. (Nella foto Ansa).
La comparazione delle “due Maddalena”
Alcuni ricercatori mettono a confronto fonti d’archivio, esami diagnostici e osservazioni comparative, apportando nuovi elementi allo studio delle due versioni. Tra i contributi più importanti figura quello del dottor Fortunati, latinista e specialista di documenti antichi, che ha individuato negli archivi del duca di Urbino la menzione di un ritratto di Maria Maddalena dipinto da Raffaello, scomparso al momento degli inventari precedenti agli invii verso Firenze. Al contrario, una copia di quest’opera compare precisamente nell’inventario delle opere destinate al trasferimento, pur essendo assente negli inventari precedenti.
Il mistero dell’iscrizione in volgare
«Non esiste alcun ritratto raffigurante Maddalena dipinto dal Perugino negli archivi della casa Della Rovere e dei Medici », sottolinea il dottor Fortunati. Questo elemento contribuisce a mettere in luce le fragilità storiche che circondano la versione oggi conservata alla Galleria Palatina: la cui attribuzione ha a lungo oscillato tra Perugino, Raffaello, Leonardo, Francia e Franciabigio, proprio per la mancanza di un fondamento documentario stabile. Inoltre, anche alcuni elementi interni al dipinto fiorentino sollevano interrogativi. È il caso, in particolare, dell’iscrizione riportata sul busto della versione della Palatina: « S. Maria Madalena », redatta in lingua volgare; laddove ci si aspetterebbe più naturalmente, in un simile contesto figurativo e culturale, una formulazione in latino.
«L’iscrizione in lingua volgare fu introdotta tardivamente, alla fine del XVII secolo, in sostituzione di un’iscrizione precedente, in un contesto in cui l’opera veniva allora riattribuita a Raffaello », aggiunge il dottor Fortunati. In effetti, gli archivi di Palazzo Pitti indicano che, prima della comparsa di questa iscrizione, sul busto figurava il nome di un donatore, un elemento difficilmente conciliabile con lo status di un originale di un grande maestro. Al contrario, la versione riscoperta presenta motivi geometrici impreziositi in oro.
Già a partire dal XIX secolo, diversi studiosi avevano espresso riserve sull’opera della Palatina, rilevando una certa debolezza esecutiva e un’iconografia dai toni più sensuali e terreni, lontana dalla pietà codificata del Perugino. Se il dipinto è rimasto attribuito al pittore nonostante tali riserve, ciò si deve anche al fatto che il volto raffigurato è stato talvolta avvicinato a Chiara Fancelli, moglie del maestro, figura alla quale anche Raffaello stesso avrebbe potuto ispirarsi.
Gli esami all’infrarosso
Oggi sono soprattutto le analisi scientifiche a permettere di osservare direttamente il processo creativo. Nella versione riapparsa in Inghilterra, gli esami all’infrarosso hanno rivelato la presenza di un disegno preparatorio e di diversi pentimenti: una ciocca di capelli inizialmente abbozzata vicino alla spalla destra e poi abbandonata, leggere correzioni nella forma degli occhi e dell’arcata sopracciliare, nonché altri capelli successivamente assorbiti nelle ombre dello strato finale. Si tratta di indizi di un processo creativo attivo, generalmente associato a un’opera originale piuttosto che a una copia. Inoltre, l’insieme degli strati pittorici non supera un millimetro di spessore.
« Un’opera di grande maestria e di incredibile finezza esecutiva », ha dichiarato Nathalie Nolde, conservatrice-restauratrice a Chantilly, al termine del suo intervento sul dipinto. Al contrario, la versione conservata alla Galleria Palatina non presenta né pentimenti né disegno preparatorio, e gli esami rivelano una materia pittorica meno sottile. Nella storia dell’arte, una copia non si distingue sempre per una bellezza inferiore, ma spesso per una minore intelligenza esecutiva: là dove l’originale elabora, corregge e costruisce, la copia tende a semplificare.
Un dettaglio rivelatore
Un dettaglio particolarmente rivelatore sembra andare in questa direzione. Nella versione riscoperta, il velo visibile all’altezza del busto si prolunga fino al polso; nella versione fiorentina, al contrario, la sua assenza, sostituita da una zona scura e indistinta, dà quasi l’impressione che la mano si stacchi dal corpo, rivelando una certa incoerenza materiale. Anche il trattamento della mano appare più rigido, con una pennellata più visibile, in contrasto con la sensibilità tecnica della pittura rinascimentale. Per uno sguardo non specialista, questi dettagli possono sembrare secondari. Per i ricercatori, al contrario, possono rivelarsi determinanti per distinguere un processo creativo originale da una replica derivata.
Nel XVII secolo, molte opere di grandi maestri lasciarono l’Italia per entrare nelle collezioni inglesi. Non è quindi raro che un’opera autentica riemerga in una collezione privata, dopo essere rimasta a lungo nell’ombra di una copia conservata in museo e considerata originale. L’arte è un campo vivo, che continua ancora oggi a sorprenderci.
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Politica - di Redazione