L'intervista
«Alla cultura serve libertà, non egemonia. Cinema e atenei? Dominati dal conformismo di sinistra». Parla Andrea Minuz
Il giornalista e docente di Storia del cinema ha pubblicato il saggio "Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana" in cui smonta il dettato gramsciano: «È una distorsione dei processi culturali»
Andrea Minuz, giornalista e professore di Storia del cinema all’Università di Roma La Sapienza, è andato alla ricerca della soluzione dell’enigma, tutto nostrano, incastonato tra idee e predominio. Così per la Silvio Berlusconi Editore ha scritto il testo Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana (252 pp.; 19,00€), ovvero il tentativo di capire dove vanno, ma soprattutto come sono indirizzati i pensieri che dominano il dibattito pubblico. Dogmi su dogmi quindi che trasformano le visioni nel campo minato che abbiamo imparato a conoscere.
Partiamo subito forte. Partiamo dall’egemonia culturale tema egemone di questi anni meloniani…
«Il mio libro è un tentativo di smontare questo “parolone” che ci assilla da almeno trent’anni. È tornato di moda con le ultime elezioni, sbandierato a destra ed evocato come un fantasma a sinistra, ma è un concetto che risale ai tempi dei primi governi Berlusconi. La tesi di fondo è che oggi ci sia una separazione radicale tra egemonia e cultura».
Ovvero?
«Chi usa questo termine è molto interessato all’egemonia, intesa come potere, ma assai poco alla cultura. Il concetto originale di Gramsci, elaborato un secolo fa, si basava su un’idea di cultura completamente diversa. Oggi la cultura è decisamente ingovernabile. Anzi quando si parla di egemonia culturale in realtà ci si riferisce a posti, poltrone, presidenze, enti e festival. Un mero bottino di guerra della politica».
Però il ritorno è sempre ad Antonio Gramsci…
«Un testo del genere doveva misurarsi con lui. L’eredità di Gramsci oggi è interessante perché viene letto anche a destra e perfino nel mondo Maga americano vicino a Trump. Questo succede perché Gramsci aveva una visione della cultura di stampo bolscevico e sovietico, fondamentalmente totalitaria. Parliamo dell’idea che la cultura debba essere governata e messa al servizio di una causa. Da un punto di vista liberale, questa idea va respinta. Sebbene sia stato un grande pensatore e critico, la sua visione di egemonia è una distorsione dei processi culturali. Processi che a mio avviso dovrebbero essere liberi, caotici e impossibili da governare».
Da una parte abbiamo assistito al crollo del comunismo, ma dall’altro al trionfo del marxismo culturale. Basta pensare al wokismo…
«Le radici del pensiero woke risalgono al ’68 e all’invasione della visione francese post-strutturalista, vedi Foucault, Derida e Deleuze, nelle università americane. Gli statunitensi hanno preso queste idee molto seriamente, trasformandole in norma e regole surreali».
Prospettive dogmatiche…
«Una sorta di “foucaultismo applicato”, non saprei come definirlo diversamente. Si tratta di concetti vecchi riciclati: anti-occidentalismo, condanna dell’uomo bianco borghese e l’idea che non esista accesso alla verità. Oggi abbiamo una generazione di ventenni che considera dogmi affermazioni come l’inesistenza del sesso biologico. Una questione che va analizzata con gli strumenti della religione più che con quelli del dibattito politico».
Nel suo saggio torna la figura di Giuseppe Berto. Colui che nel 1973 parlava non di fascismo o antifascismo, ma di afascismo…
«Berto è un caso esemplare di come funzione l’egemonia culturale. Essa ha dominato i “piani alti”, dall’università al cinema impegnato, costruendo un canone basato sul marxismo e sul pensiero gramsciano. Tutto ciò che era fuori da quella costellazione finiva nell’oscurità. Berto cercava di uscire dalla contrapposizione radicale tra fascisti e antifascisti proponendo la categoria di afascista. La sua attualità è quella di aver capito che si trattava di una battaglia legata alle parole più che ai contenuti».
Nel finale del volume propone Alberto Arbasino come “antidoto” anti-gramsciano…
«Arbasino è stato uno dei primi a capire quanto fosse provinciale e asfittico il dibattito culturale italiano, troppo legato alla militanza politica. La sua “gita a Chiasso” rappresentava la necessità di respirare aria globale. Arbasino ci insegna due cose. La prima è il ridimensionamento dell’impegno come categoria dell’intellettuale e la seconda è il primato dello stile. In Italia, dove domina il ricatto morale del contenuto, lo scrittore vogherese è stato spesso sottovalutato perché scriveva in modo brillante e ironico. Una colpa, quindi, imperdonabile per chi vuole essere preso sul serio politicamente».
Andiamo nel suo campo egemone ovvero il cinema. La cellulosa sicuramente è l’ultima ridotta della sinistra…
«Spesso e volentieri la storia del cinema italiano viene raccontata a partire dalla pellicola Roma città aperta ovvero dal 1945, rimuovendo il fatto che le strutture portanti, da Cinecittà al Centro Sperimentale, furono create dal fascismo. Pensiamo a uomini come Luigi Freddi che volevano creare un “MGM di Stato” unendo il modello produttivo di Hollywood allo statalismo fascista».
Nel dopoguerra cos’è successo?
«Il cinema è diventato uno strumento della sinistra per ottenere il monopolio delle idee, creando l’equazione “cinema d’autore uguale sinistra” e “commedia pecoreccia uguale destra”. Questo sistema ha faticato a capire i fenomeni popolari. Basti pensare alla critica che inizialmente stroncò Totò o i primi film di Checco Zalone. Visti con sospetto perché non catalogabili nello scacchiere identitario della sinistra».
Chiudiamo con un volo pindarico sull’università…
«L’università è uno degli ambienti più conformisti che io conosca. Anche se il marxismo ortodosso non è più di moda».
Da cosa è stato sostituito?
«Da nuove mode culturali come i gender o cultural studies, che mantengono una base anti-capitalista. È paradossale, l’università dovrebbe essere il luogo del confronto, ma è diventato un posto dove far circolare idee diverse è complicatissimo. C’è una vera paura del confronto».
Un esempio?
«Se in un consiglio di dipartimento qualcuno dichiarasse di aver votato per Giorgia Meloni verrebbe isolato e guardato con sdegno come se avesse fatto un rutto a tavola. Non c’è censura esplicita, ma scatta un cordone sanitario di isolamento».
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