L'incredibile coincidenza
Addio a Pietro Calogero proprio alla vigilia del 7 aprile: 47 anni fa l’operazione che portò in carcere Negri e Scalzone
Procuratore a Padova, fece arrestare anche Piperno, mettendosi contro i socialisti e parte del PcI. Era un uomo perbene
Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che Pietro Calogero, il magistrato salito agli onori della cronaca e della critica il 7 aprile del 1979, morisse esattamente alla vigilia di quella ricorrenza, 47 anni dopo. Se ne va a 86 anni il magistrato messinese che fece arrestare Toni Negri e Oreste Scalzone.
L’operazione 7 aprile
Il suo nome è legato soprattutto agli anni di Piombo e, in particolare, alla vasta operazione giudiziaria contro i simpatizzanti di Autonomia Operaia. Il 7 aprile 1979 Calogero diede infatti il via a una serie di arresti che colpirono alcuni dei principali leader del movimento eversivo, tra cui Toni Negri, Emilio Vesce e Oreste Scalzone. Un’operazione coordinata dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che vide perquisizioni a raffica in diverse università italiane e forti proteste da parte di settori del Psi e del Pci.
Il teorema Calogero
A lui è legato quello che passò alla storia come il “Teorema Calogero”, la teoria secondo cui i dirigenti del movimento “fossero il cervello organizzativo di un progetto di insurrezione armata contro i poteri dello Stato”. Secondo questa impostazione, i leader dell’area padovana, dietro la figura di intellettuali e docenti universitari, avrebbero nascosto il ruolo di strateghi della lotta armata. Molti degli imputati coinvolti furono assolti oppure videro le proprie pene ridimensionate. Negli ambienti della sinistra radicale, il suo nome veniva spesso scritto con la K iniziale, per paragonarlo a un repressore dello Stato, dimenticando il contesto terribile dell’epoca. Calogero ipotizzava che le Brigate Rosse e Autonomia Operaia non fossero entità separate, ma avessero un’unica regia politica e organizzativa.
La citazione di Mao
Celebre è rimasta una frase pronunciata dal magistrato: «Visto che non si riesce a prendere il pesce, bisogna prosciugare il mare», usata a giustificazione dei processi penali del 7 aprile. Il riferimento è a un’espressione attribuita a Mao Zedong, che richiama l’idea di eliminare alla radice un problema attraverso un’azione su larga scala.
Gli attacchi di Giacomo Mancini
L’ex segretario nazionale del Psi e deputato dell’epoca, Giacomo Mancini, ingaggiò una durissima lotta contro Calogero e l’operazione 7 aprile. Oltre ai principali esponenti di Autonomia, ci furono centinaia di inquisiti e arrestati e, negli anni successivi, 60.000 attivisti indagati e 25.000 arrestati. Franco Piperno, tra i fondatori di Potere Operaio, fu uno dei principali destinatari degli ordini di cattura. Riuscì inizialmente a sfuggire all’arresto riparando all’estero (Francia e Canada) prima di essere estradato e affrontare il processo. Mancini, che era anche avvocato, indossò la toga per difenderlo.
Un uomo perbene
Calogero fece pesca a strascico, come capitava in tutti gli ambienti politici rispetto alle maxi inchieste, incriminando anche gente che non c’entrava niente con il terrorismo. Cercò di unire l’operazione al delitto Moro ma fu bloccato. Era un uomo perbene, che combatteva il terrorismo in una città e in un clima assai difficili.
Gli imputati furono assolti dall’accusa di insurrezione armata e associazione sovversiva legata alle BR, ma molti ricevettero condanne pesanti per altri reati, come la partecipazione a bande armate e reati specifici di violenza politica.
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