Intervista esclusiva
“Voterò sì al referendum perché credo in una giustizia più giusta e più equilibrata”. Parla Rocca
Il Presidente della Regione Lazio ha esercitato a lungo la pratica di avvocato penalista. Al Secolo d'Italia offre il suo punto di vista sul tema e affronta questioni dirimenti per i cittadini: dalle liste di attesa all'ammodernamento delle strutture. E sulla sanità sottolinea: territorio, ospedali più moderni e formazione sono le tre bussole con cui ci stiamo muovendo
Laureato in Giurisprudenza, Francesco Rocca ha passato sei anni sotto scorta dopo aver lavorato a lungo come avvocato penalista in prima linea nella lotta alle mafie. Oggi è Presidente della Regione Lazio ma la sua conoscenza e competenza dell’ambito giuridico lo rendono un attento osservatore del mondo della giustizia e delle sue dinamiche, soprattutto in vista del referendum confermativo che domenica e lunedì chiamerà al voto milioni di italiani per esprimersi sulla riforma del governo Meloni approvata dal Parlamento italiano. Il Secolo d’Italia lo ha intervistato in esclusiva, provando ad affrontare questioni concrete che più di altri riguardano la vita quotidiana dei cittadini, come il grande tema della sanità, tra liste di attesa e ospedali pubblici. I numeri dicono che con lui il territorio del Lazio è tornato a crescere e a metà mandato è tempo di fissare i prossimi obiettivi della legislatura, con un occhio alle elezioni comunali a Roma.
Governatore Rocca, oggi è il 17 marzo e l’Italia festeggia la “Giornata dell’Unità Nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera”. Cosa significa celebrarla ora?
Il 17 marzo è una data che richiama alle radici profonde della nostra Nazione. Celebrare l’Unità nazionale significa ricordare che l’Italia non è soltanto un territorio, ma una comunità di storia, cultura e valori che chiamiamo Patria.
Oggi più che mai, in una società attraversata da tensioni, conflitti ed eccessive polarizzazioni, il 17 marzo deve essere un momento per rafforzare il senso di appartenenza all’Italia e la responsabilità delle istituzioni verso i cittadini. L’unità nazionale non è un fatto scontato o acquisito per sempre: è un patrimonio che va custodito ogni giorno, con rispetto per la nostra storia e con la volontà di costruire il futuro, insieme.
A proposito di valori costituzionali, è ormai alle porte il referendum confermativo sulla riforma della giustizia varata dal Parlamento su iniziativa del Governo. Domenica 22 e lunedì 23 gli italiani potranno esprimere il loro voto andando alle urne. C’è chi, dal fronte del no, tira per la giacchetta la Carta e c’è chi, invece, dal fronte ampio e trasversale del sì, evidenzia la necessità di una giustizia moderna e al passo con i tempi. Lei, che tra l’altro è avvocato penalista, cosa ne pensa?
Voterò convintamente sì. Lo farò entrando nel merito della riforma, perché proprio la giustizia andrebbe sottratta alle contese e alle contrapposizioni politiche: bisogna guardare ai contenuti. E il merito di questa riforma è chiaro: dare piena attuazione al passaggio dal processo inquisitorio al processo accusatorio, una riforma storica introdotta da Giuliano Vassalli, medaglia d’argento della Resistenza, che per anni è stata anche una bandiera del centrosinistra. Oggi, invece, sembra che qualcuno voglia respingerla più per fare un dispetto a Giorgia Meloni che per ragioni di merito. Ma così si finisce per fare un dispetto ai cittadini italiani.
Io voterò sì perché credo in una giustizia più giusta e più equilibrata. Una giustizia capace anche di sottrarre la magistratura al potere asfissiante delle correnti e di garantire una reale parità nel processo. Nel processo penale ci sono tre parti: il pubblico ministero che accusa, la difesa che tutela l’imputato e il giudice che deve decidere. Quel giudice deve essere davvero terzo e imparziale. Per questo è giusto che chi accusa e chi giudica abbiano carriere e funzioni diverse. È una questione di equilibrio e di garanzie per tutti
Torniamo al suo ruolo di presidente della Regione Lazio. Lei ha concentrato gran parte del suo impegno sulla sanità, tanto che si è parlato di “modello Rocca”. Un’impostazione che si muove in sintonia con la linea del Governo nazionale: rafforzare la sanità pubblica, investire sulle infrastrutture ospedaliere e ridurre i tempi di attesa. Qual è il filo rosso di questo lavoro e in cosa consiste davvero il cosiddetto “modello Rocca”? Ce lo spiega?
Assumersi la responsabilità della sanità è stato il primo impegno che ho sentito nel momento in cui ho accettato di candidarmi alla presidenza della Regione Lazio. E una volta eletto non ho potuto fare a meno di scegliere di tenerla direttamente in capo, proprio perché la sanità rappresenta la priorità assoluta per i cittadini.
Stiamo lavorando in piena sinergia con il ministro della Salute, Orazio Schillaci. Molti dei provvedimenti che la Regione Lazio ha adottato si muovono infatti di pari passo con l’azione del Governo nazionale. Penso, ad esempio, al tema delle liste d’attesa. Noi le abbiamo affrontate con una scelta molto chiara: chiedere a tutti i privati accreditati di inserire le proprie agende nell’unico Recup regionale. In questo modo abbiamo liberato prestazioni, aumentato la trasparenza e iniziato a decongestionare le liste.
Parallelamente stiamo lavorando su tre direttrici molto precise. La prima è il potenziamento della sanità territoriale. Case di comunità, ospedali di comunità e infermieri di famiglia e di comunità sono linee guida nazionali che però vanno realizzate concretamente. Noi lo stiamo facendo ogni giorno. Oggi inauguriamo, ad esempio, la prima Casa di comunità della provincia di Viterbo, a Bagnoregio, ed entro fine mese ne inaugureremo un’altra nella stessa provincia, a Bolsena. Ma stiamo aprendo strutture quotidianamente in tutto il Lazio: dalla provincia di Latina al centro di Roma fino ai quartieri della periferia della Capitale. L’obiettivo è offrire ai cittadini una sanità più vicina alle loro case e alle loro comunità, così che molti bisogni assistenziali possano trovare risposta sul territorio senza dover ricorrere al pronto soccorso o all’ospedale, che devono tornare a occuparsi soprattutto delle grandi emergenze e delle cure ad alta complessità.
La seconda direttrice è il rafforzamento dell’emergenza-urgenza e l’ammodernamento degli ospedali. Lo stiamo facendo con un piano di edilizia sanitaria da miliardi di euro, che investe sulla sicurezza delle strutture – penso agli adeguamenti antisismici e antincendio – sul potenziamento dei pronto soccorso e sull’aggiornamento tecnologico. Nei nostri ospedali, da Roma alle province, stiamo installando risonanze magnetiche, mammografi, acceleratori lineari e laboratori di analisi di ultima generazione, per garantire diagnosi sempre più rapide e accurate.
La terza direttrice è la formazione. Stiamo lavorando in modo costante con le università e con i policlinici del Lazio: la Sapienza, Tor Vergata – che recentemente è diventata azienda ospedaliera universitaria – il Sant’Andrea, il Gemelli. Allo stesso tempo stiamo portando l’università anche nei territori: la Sapienza ha aperto un polo di medicina a Rieti ed è già attivo con grande successo il polo pontino a Latina. L’obiettivo è offrire ai giovani che scelgono di diventare medici strutture moderne dove formarsi e fare tirocinio in contesti di eccellenza.
In sintesi, territorio, ospedali più moderni e formazione sono le tre bussole con cui ci stiamo muovendo. Ed è un lavoro che procede in sintonia con l’azione del Governo nazionale, con il ministro Schillaci per la sanità, con il ministro Bernini per università e ricerca e con la visione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni
Da quando è presidente il Lazio è in continua crescita economica. Solo fortuna, coincidenze o lavoro e impegno costante?
La fortuna non basta mai, soprattutto quando si governa una regione complessa come il Lazio. I numeri positivi arrivano quando si crea un contesto più credibile per chi investe, produce e lavora. Noi abbiamo scelto una linea chiara: conti più seri, meno inerzia amministrativa, sostegno alle filiere strategiche e lavoro sulla competitività e sulla capacità di attrarre investimenti.
Poi è evidente che il Lazio ha grandi energie proprie, a partire da Roma, dal sistema universitario, dalla ricerca, dall’aerospazio, dal farmaceutico, dalla cultura e dal turismo. Ma il compito della politica è mettere queste energie nelle condizioni di correre. Lo possiamo fare grazie agli indicatori che testimoniano la nostra credibilità: dal giudizio di parifica della Corte dei Conti sul nostro bilancio, ai rating positivi delle maggiori agenzie internazionali. Oggi i dati ci dicono che il Lazio sta mostrando una buona tenuta: secondo le analisi della Banca d’Italia nel 2025 l’economia regionale ha continuato a crescere, nel primo semestre gli occupati sono aumentati dell’1,2% e il tasso di occupazione è salito al 64,3%, mentre anche l’export regionale ha registrato un aumento significativo.
Sono risultati che nascono anche da un metodo: il confronto continuo con il mondo produttivo. Abbiamo mantenuto un dialogo costante con le imprese, con le associazioni datoriali e di categoria e, allo stesso tempo, con le organizzazioni sindacali. È da questo confronto quotidiano con chi rappresenta lavoro e impresa che si costruiscono politiche economiche solide e credibili
Tra non molto si voterà a Roma. Cosa ha fatto e cosa sta facendo la Regione per la Capitale?
Spesso la Regione non è percepita come un’istituzione che può incidere davvero sulla vita di Roma. Nulla di più sbagliato. La Regione Lazio ha competenze e strumenti che possono avere un impatto molto concreto sulla Capitale, dalla sanità ai trasporti fino agli investimenti legati ai grandi eventi.
Penso innanzitutto alla sanità. In vista del Giubileo abbiamo destinato 155 milioni di euro al potenziamento dei pronto soccorso del Lazio, molti dei quali si trovano proprio a Roma e saranno chiamati a sostenere uno sforzo straordinario nei prossimi anni. È un intervento importante che servirà non solo per affrontare l’afflusso straordinario di pellegrini, ma anche per rafforzare in modo stabile la capacità di risposta del sistema sanitario.
Un’attenzione, insieme al Governo, l’abbiamo voluta dare alle periferie della Capitale: penso al protocollo sul Quarticciolo. Un investimento che ammonta a 30 milioni di euro ed è un tassello centrale di una strategia più ampia per affrontare tutte le criticità storiche del territorio, dall’emergenza abitativa al degrado urbano, dalla marginalità sociale alla sicurezza.
A questo si aggiunge anche il lavoro che stiamo portando avanti sul fronte culturale, che per Roma rappresenta un elemento identitario oltre che un importante motore economico. Come amministrazione regionale abbiamo erogato importanti finanziamenti a istituzioni culturali della Capitale: penso in modo particolare al Teatro di Roma, una delle realtà più prestigiose della scena teatrale nazionale. Abbiamo inoltre voluto realizzare un’operazione straordinaria: riportare il teatro classico nel sito archeologico di Ostia Antica. Significa restituire al pubblico la meraviglia del teatro classico in uno dei siti archeologici meglio conservati e più suggestivi al mondo, creando un ponte tra patrimonio storico, cultura e spettacolo dal vivo.
Altro tema particolarmente sentito dai cittadini è quello della mobilità
Sul tema della mobilità urbana, poi, la Regione è intervenuta anche sulla questione della ZTL Fascia Verde. La giunta regionale ha infatti approvato misure per bloccare restrizioni che avrebbero avuto un impatto molto pesante su cittadini, lavoratori e piccole imprese, consentendo la circolazione ai veicoli diesel Euro 4 ed Euro 5. È stata una scelta di equilibrio e di buon senso, per evitare disagi ai cittadini e per cercare soluzioni ambientali efficaci senza ricorrere a blocchi indiscriminati che rischiano di penalizzare soprattutto chi lavora.
E i trasporti?
Sono un altro ambito fondamentale. La Regione sostiene in modo significativo il trasporto pubblico locale di Roma Capitale, con stanziamenti regionali che superano i 250 milioni di euro l’anno, risorse indispensabili per garantire il funzionamento del servizio nella città più grande d’Italia.
Vorrei ricordare che la nostra amministrazione ha stanziato 50 milioni di euro per la metro c, una delle opere più importanti per il futuro della mobilità romana.
Poi c’è il capitolo delle ferrovie ex concesse. Penso in particolare alla Roma-Lido: con l’acquisto di ben 7 nuovi treni, nonostante avessimo ereditato una situazione imbarazzante da chi ci ha preceduti: fideiussioni false e treni “fantasma”. Noi ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo lavorato insieme al Ministero e a Ferrovie dello Stato per non disperdere questa grande occasione per il trasporto pubblico della Capitale.
In altre parole, la Regione c’è e lavora ogni giorno su dossier che incidono direttamente sulla qualità della vita dei romani, anche quando questo ruolo non sempre viene percepito fino in fondo
Siamo a metà del suo mandato: quali sono gli obiettivi che si pone prima della fine della sua legislatura?
Obiettivi molto concreti: voglio lasciare cantieri aperti e risultati irreversibili. Penso innanzitutto alle infrastrutture sanitarie: il nuovo Policlinico Umberto I, il San Giacomo, il nodo Forlanini. Sul Policlinico abbiamo finalmente impostato un percorso che punta alla gara entro il 2026; sul San Giacomo l’obiettivo è riaprire un presidio fondamentale nel cuore di Roma; sul Forlanini stiamo lavorando per superare una situazione che si trascina da troppo tempo, anche attraverso un riassetto patrimoniale che consenta di sbloccare i finanziamenti. Oltre al nuovo Policlinico stiamo programmando la costruzione di cinque nuovi ospedali (Latina, Golfo, Rieti, Nuovo ospedale tiburtino e Acquapendente) per 879 milioni di euro.
E poi c’è il Museo del Ricordo, che considero un dovere morale oltre che culturale: fare memoria significa rafforzare l’identità nazionale e restituire dignità a una pagina troppo a lungo marginalizzata. Anche qui non stiamo parlando di evocazioni, ma di atti: la Regione, insieme al Ministero della Cultura e ad altri attori istituzionali importanti, darà vita ad un luogo di doverosa memoria storica. Anche questo significa celebrare, con i fatti, il 17 marzo. Perché un buon governo si misura da quello che lascia ai suoi cittadini.