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Federico “Osho” Palmaroli

L'intervista

«Sul referendum il solito schema: se ti esponi per la sinistra sei un testimonial, altrimenti sei un lacchè». Parla Federico “Osho” Palmaroli

Fra le voci più dissacranti ed efficaci del panorama satirico, Palmaroli parla della sua scelta sul referendum: «Io la riforma l'ho letta e capita, per questo ho appoggiato le Camere penali. Da altri ne ho sentite davvero delle belle»

Politica - di Dalila Di Dio - 22 Marzo 2026 alle 07:00

Da oltre dieci anni protagonista dell’attualità, del costume e della politica con le sue dissacranti vignette, una pagina da un milione e duecentomila followers, e un’abilità straordinaria nel cogliere le sfumature, con tempismo eccezionale: Federico “Osho” Palmaroli ha deciso di scendere in campo nella campagna referendaria che si è appena conclusa, appoggiando le ragioni del Sì e pagando, come al solito, lo scotto di chi decide di posizionarsi agli antipodi della sinistra.

Perché un personaggio che fa satira come te decide di scendere in campo su un tema così tecnico, in una campagna elettorale tanto infuocata?

«È vero, si tratta di un tema tecnico e delicato. Io la riforma l’ho letta e compresa ma la mia è stata una scelta che ha radici antiche: ho sempre visto la magistratura come un’entità nei confronti della quale gli organi deputati, come il Csm, non hanno mai esercitato il dovuto controllo e che spesso ha esercitato il potere giudiziario nella consapevolezza che, a differenza di altre categorie, difficilmente un magistrato che sbaglia paga. Avrei votato a favore della riforma anche se l’avesse proposta la sinistra e mi spiace che il referendum sia diventato un fatto politico, innescando logiche che esulano dal merito della questione. Si è creato un clima per cui chi viene identificato in una determinata schiera ideologica non poteva che finire nel tritacarne come è, di fatto, successo a me. Eppure io ho sentito di espormi a prescindere dall’appartenenza e certamente non faccio la vittima».

Come te lo hanno fatto decine di artisti in favore del No, eppure per loro nessun tritacarne. Anzi, in molti casi, sono stati acclamati come salvatori della democrazia.

«Sui social questa cosa è stata particolarmente evidente: ogni volta che un artista di sinistra faceva un appello a votare No, anche in modo abbastanza goffo, veniva ripreso e celebrato da tutti anche se era evidente che ripeteva cose che gli erano state imbeccate, visto il linguaggio tecnico usato, totalmente fuori dalla sua portata. Molti sono stati evidentemente assoldati e hanno ripetuto un copione, altri hanno provato, come Elio Germano, a declinare diversamente il messaggio in modo più vicino alle proprie corde ma senza mai entrare nel merito, e c’è chi come Giovanni Storti di Aldo Giovanni e Giacomo ha proprio mistificato».

Peraltro tu hai scelto di abbracciare la causa accanto all’Unione Camere Penali, quindi affiancandoti all’avvocatura, fuori da logiche politiche.

«Io ho fatto delle vignette per l’Unione Camere Penali, usando il mio stile e cercando di entrare nel merito senza diffondere falsità che magari avrebbero attecchito più facilmente – come sul tema della lunghezza dei processi – ma avrebbero sviato i cittadini dal vero contenuto della riforma: d’altronde le Camere Penali non mi avrebbero mai consentito di dire cose false! Collaborare con l’avvocatura mi ha fatto molto piacere, perché questa è una battaglia che le Camere Penali portano avanti dai primi anni Novanta e credo che avrebbero appoggiato questa riforma anche se fosse venuta da un governo di centrosinistra. Mi sono messo al servizio di questa loro battaglia storica perché la condivido, al di là del mio posizionamento ideologico».

Ma questo non ti ha messo al riparo dagli attacchi…

«Sui social ogni volta che provavo a dire qualcosa a favore del Sì arrivava puntualmente la risposta “Ma tu non facevi satira una volta?”. Ecco a questi commenti ho risposto sempre allo stesso modo “Hai scritto lo stesso commento a Elio Germano, Storti, Gassmann e compagnia?”. Perché alla fine il tema è questo: se uno è di sinistra, può parlare di temi che esulano dalla propria attività e nessuno ha nulla da ridire; se uno della sponda opposta si espone, gli viene detto che deve limitarsi a fare il suo, a fare le battute e non intromettersi in cose che non gli competono. Come ho scritto qualche giorno fa in un mio post, sostanzialmente se sei un personaggio pubblico e ti esponi per il No sei un testimonial, se lo fai per il Sì sei un lacchè».

È questa la ragione per cui ci sono così pochi artisti per il Sì?

«C’è sicuramente una certa reticenza da parte di personaggi, che pure sono favorevoli alla riforma o simpatizzano per il governo, a metterci la faccia: alcuni preferiscono rimanere super partes per non perdere qualche posizione strategica che hanno occupato, altri sanno che esporsi potrebbe chiudergli delle porte, cosa che non succede dall’altra parte perché in quella che viene definita “TeleMeloni” ci sono autori, comici e artisti che si sono schierati per il No e sanno benissimo che, come è giusto, non ci sarà alcuna conseguenza ma, anzi, grazie a questa “medaglia” potranno anche avere un ritorno. Purtroppo alcune persone che io definisco pavide si sono guardate bene dall’esporsi. Io sono abbastanza incosciente e non faccio molti calcoli: se a questo aggiungi che reputo questa riforma sacrosanta, per me era inevitabile fare quello che potevo, nel mio piccolo, per dare una mano ad arrivare a quante più persone, spogliandomi da qualsiasi ideologia».

Qual è l’uscita dei testimonial del No che ti ha fatto ridere di più?

«Beh, Giovanni Storti ha detto delle cose molto fuorvianti e mistificatorie, tipo che la lista dei sorteggiabili per il Csm viene scelta dal governo – e invece viene scelta dal Parlamento, che è come scambiare il Presidente del Consiglio col Presidente della Repubblica – o quella metafora sul sorteggio paragonato alla scelta del cast del suo film con persone prese dalla strada, come se i magistrati non fossero persone che hanno vinto un concorso e ricoprono un ruolo istituzionale di altissimo livello. Ma la più bella in assoluto credo sia quella che se vince il Sì saranno in pericolo i diritti dei gay: ecco, a distanza di tempo non ho ancora compreso quale possa essere stato il percorso mentale dietro a questa affermazione!».

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