L'editoriale
Sbornia referendaria: è già zuffa a sinistra. Ci pensa Meloni a governare (anche) la ripartenza
Le istantanee dell’ultima settimana post-referendum restituiscono tutta la distanza fra un’esperienza di governo capace di «resistere agli urti della vita» e un campo senza perimetro politico che non sia l’ambizione sfrenata di tornare al potere. Nelle ore in cui i leader delle opposizioni e sodali della stampa al seguito erano intenti a vagliare sui cataloghi i nuovi arredi di Palazzo Chigi (si scherza eh: anche se più di qualcuno degli “illusi del No” ci crede davvero), Giorgia Meloni era in Algeria a stringere i bulloni del “Piano Mattei”: ossia ad assicurare all’Italia approvvigionamenti di gas nel pieno della crisi di Hormuz, nuovi contratti, nuovi investimenti, più sicurezza e controllo delle partenze. Rientrata a Roma, nel momento in cui i tipi delle opposizioni si sbrodolavano sui soliti giornali sulla fantomatica fine del «tocco magico» della premier, quest’ultima incassava dal Parlamento di Bruxelles la promozione del “modello Albania” a dottrina europea nella lotta all’immigrazione clandestina e alla tratta degli esseri umani.
E ancora. Nei giorni in cui la presidente del Consiglio – d’accordo con i protagonisti coinvolti, con l’obiettivo comune di imprimere un rilancio senza fornire narrazioni di comodo agli avversari – accettava il passo indietro del sottosegretario Andrea Delmastro e del capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, ottenendo lo stesso gesto di responsabilità politica dal ministro Daniela Santanchè, a sinistra è tornato in scena il più classico degli psicodrammi fra i progressisti: l’esplosione delle divisioni interne. Proprio così. Se il centrodestra (è accaduto anche dentro in Forza Italia, con la staffetta Gasparri-Craxi) ha preso atto della sconfitta referendaria ed elabora già le prime risposte, senza però far terremotare equilibri e unità interna, discorso del tutto diverso fra le file dei cosiddetti vincitori della tornata. Capaci di gestire maldestramente persino i rari momenti positivi.
Come nelle peggiori “sbornie”, infatti, a sinistra hanno finito tutti per straparlare finendo per azzuffarsi l’un con l’altro. A dare il là Giuseppe Conte che ha pensato bene di «mettere il cappello» alla vittoria chiamandosi – a sorpresa – dentro le primarie di coalizione. Un’accelerazione che ha portato Elly Schlein (sulla carta tenutaria dello strumento) ad inseguire per l’ennesima volta l’avvocato di Volturara Appula. Con il terzo, Ernesto Maria Ruffini, pronto a correre in quota ulivista ma senza “benedizione” dei suoi sponsor: mossa che sa di ennesima gaffe. Il risultato? Il solito caos. Passata la nebbia dell’ubriacatura infatti, e preso atto che quel 56% del “fronte del No” c’azzecca ben poco con l’accampamento spacciato per alternativa di governo, la realtà ha già spazzato le suggestioni: il governo Meloni è sempre lì, nessuna esplosione in atto né messa in discussione delle linee programmatiche, delle alleanze internazionali, della natura politica della coalizione. Del resto – come titola il Secolo d’Italia – parlano i numeri: l’esecutivo di destra-centro, nei suoi primi tre anni, ha reso l’Italia più competitiva in tutti gli indicatori internazionali dello sviluppo economico.
Dall’altra parte? Beato chi l’ha capito. L’unica certezza – dopo quattro anni di opposizione! – è che non c’è ancora alcun programma: tutti i protagonisti, infatti, chiedono di «partire» da questo. Nessuno, per il resto, si fida di nessuno. Nemmeno del sistema di cui si sono sempre vantati per decidere il candidato premier: quelle primarie, appunto, che valgono – secondo il “padre nobile” Romano Prodi – solo quando…non sono primarie. Ossia quando l’indicazione è, di fatto, un plebiscito. Come avvenne con il professore nel 2005. La ragione è confermata da Prodi stesso e da tutti i maggiorenti del Pd furiosi con lo strappo di Conte: se diventano una vera gara le primarie diventano divisive. In effetti è bastato l’annuncio dell’ex premier 5 Stelle per far montare le divisioni: c’è chi vuole aperte, chi le vuole chiuse, chi a un turno, chi col doppio turno. C’è invece chi – da Bettini a Franceschini fino a Rosy Bindi – preferisce il federatore, o il “papa straniero”, o ancora la “papessa” (ossia Silvia Salis): un modo tutto piddino per dire né Elly né Giuseppi. Con quest’ultimo, beffa nella beffa, che supererebbe la leader dem in tutte le proiezioni interne sulle primarie.
Nel campo largo è già tutti contro tutti. Senza considerare le prime “sparate” sui punti fondamentali del futuro programma di coalizione. A partire dagli esteri. Punto fermo per l’ex ministro grillino Stefano Patuanelli è lo «stop al sostegno all’Ucraina». Posizione che ha mandato su tutte le furie i dem come Filippo Sensi che gli ha replicato a brutto muso: «Con noi, invece, gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione». Nemmeno una settimana di vita, dunque, e la foto del “campo” a piazza Barberini è già ingiallita. Senza capo né coda, senza metodo né paradigma valoriale, Schlein, Conte e compagnia continuano ad assomigliare a una scolaresca in gita nella Terza Repubblica. Nel frattempo governata da chi – nonostante i marosi – non ha mai perso la bussola. Né la propria compagnia. Né la direzione. E mentre gli altri litigano intrappolati nelle proprie contraddizioni, lei è già ripartita.