Caos Fenice
Non solo Beatrice Venezi nel mirino. Schiaffo ai sindacati di Domenico Muti: “Clima impossibile”. Si dimette e rinuncia ai compensi
Non c’è pace sotto il cielo di Venezia, o meglio, tra gli stucchi del Teatro La Fenice. L’ultimo atto di una sceneggiata che va avanti ormai da un po’, e che a questo punto più che mai sa di accanimento ideologico, si è consumato con le dimissioni di Domenico Muti. Il manager culturale, figlio del Maestro Riccardo, ha gettato la spugna: contratto stracciato con effetto immediato e, gesto di rara signorilità, con tanto di rinuncia totale ai compensi già maturati.
Fenice, Domenico Muti lascia l’incarico di consulente e rinuncia ai compensi maturati
«Purtroppo il clima che è stato creato non mi permette di portare avanti con serenità il mio incarico. Ho deciso quindi di recedere con effetto immediato dal contratto tra noi in essere, non ritenendo più possibile operare in questa situazione». Dunque, è con queste parole che Muti, figlio del maestro Riccardo, ha annunciato la conclusione del suo rapporto in veste di consulente del Teatro La Fenice di Venezia. Una “chiusura” affidata a una lettera inviata al sovrintendente Nicola Colabianchi. Una decisione, la sua, maturata dopo le critiche dei giorni scorsi mosse dai sindacati che in un comunicato hanno parlato di “opacità”.
La lettera a Colabianchi dopo la polemica dei sindacati
E come dare torto al consulente blasonato? Il “clima” a cui si riferisce è quello tossico alimentato dai sindacati, che negli ultimi giorni hanno messo nel mirino le collaborazioni esterne della Fondazione parlando di presunte “opacità”. Un attacco che (male) odora di pretesto lontano un miglio. Non per niente, nella lettera – di cui l’Adnkronos ha potuto visionare il testo – Domenico Muti informa Colabianchi «di rinunciare altresì ai compensi già maturati e allo stato non ancora richiesti né percepiti».
Non solo. Muti coglie, infine, l’occasione di ringraziare il sovrintendente per avergli affidato questo «importante incarico di consulente della Fondazione Teatro La Fenice per le tournée internazionali. Incarico che avevo accettato con entusiasmo e che avrei voluto condurre con la massima professionalità, ben conscio della gloriosa storia del Teatro La Fenice e delle varie opportunità che avremmo potuto sviluppare».
«Non è più possibile operare in questa situazione»
E invece… Invece arriva, nero su bianco, la rinuncia alla consulenza di Domenico Muti. Ultimo atto del “caso Fenice” che si trascina dal settembre scorso, quando il sovrintendente Colabianchi ha nominato Beatrice Venezi direttore musicale a partire dall’ottobre 2026. Nomina che ha trovato l’opposizione – pretestuosa quanto veemente – dell’orchestra del Teatro.
Il bersaglio allarga il mirino: colpirne uno per educare tutti?
Allora, non è poi così peregrino ipotizzare che la verità è che la testa di Domenico Muti possa essere il “danno collaterale” di una guerra più ampia. Il vero obiettivo dei pasdaran del Welfare aziendale è la governance del Teatro, rea di aver incaricato Beatrice Venezi della nomina di direttore musicale dal 2026. Una scelta che la sinistra artistica e le sigle sindacali non hanno mai digerito. E non già, assai probabilmente, per ragioni di curriculum – quello della Venezi parla da sé –. Ma per l’imperdonabile colpa di non essere una artista “allineata”.
In questo tiro al bersaglio, insomma, Domenico Muti è diventato suo malgrado un obiettivo nel mirino facile da individuare e immolare sull’altare delle recriminazioni. Poco importa che da professionista accreditato vantasse un’esperienza ventennale nell’internazionalizzazione. Che stesse portando la Fenice in Cina, Giappone e Emirati. O che il suo compenso fosse una frazione minima rispetto ai ritorni strategici previsti. Nella logica del sospetto permanente e della polemica costante, avere un cognome illustre ed essere stato scelto da una direzione “non gradita” ai sindacati equivale a una condanna senza possibilità di appello professionale.
Un altro paradosso sindacale
Così, mentre i sindacalisti ora recitano la parte dei moderati, dichiarando di non nutrire “ostilità” verso Muti, il risultato è sotto gli occhi di tutti: un professionista stimato se ne va. I progetti internazionali restano al palo. E il Teatro perde opportunità di finanziamento. Il tutto per una “battaglia di principio” che somiglia tanto a un regolamento di conti interno, dal sapore esclusivamente politico…
Colabianchi: «Profonda amarezza per la rinuncia di Domenico Muti». E non solo…
Pertanto, il sovrintendente Colabianchi parla di «profonda amarezza» e di «strumentalizzazioni». E non ci sembra poi così fuori asse… Perché se a Venezia si preferisce il blocco dei progetti alla competenza, pur di marcare il territorio ideologico, allora il problema non sono i consulenti o i direttori incaricati. Ma una certa mentalità che tiene in ostaggio la cultura italiana. Domenico Muti esce di scena con dignità. La Fenice, invece, resta avvolta nel fumo di una polemica che di artistico sembra avere sempre di meno…