Un contributo al dibattito
Nella cultura serve qualcosa di energico, epico, alto, umano. E non lo producono i singoli, ma l’organizzazione
Cosa resterà nei libri di storia di questa nostra epoca? Ci circonda una culturella depressa e la risposta non può essere lo slancio di qualche individuo scollegato. Serve una visione che sappia rimettere in rete idee e creatività
Premessa generale: le operazioni politiche e amministrative sono, per loro natura, temporanee, spesso solo estemporanee, e rispondono a temporanee esigenze; le operazioni culturali sono di lunga, a volte lunghissima durata, e percorrono una, più spesso molte generazioni. Ripassiamo a tal fine i capitoloni scolastici di storia letteraria e filosofica e dell’arte e del costume.
Ebbene, cosa si leggerà, tra cent’anni, di questa nostra storia europea e italiana… storia… ma no, cronaca dal 1945 al 2026? Come verremo ricordati? Solo con un fugace cenno? E cenno, a che cosa? Di letteratura, leggiamo manovre editoriali e creazioni di passeggeri fenomeni atti a vendere copie; di architettura, siamo al trionfo dello scatolame, con particolare bruttezza degli edifici religiosi, e non di meno quelli laici; la filosofia è, nei casi proprio migliori, sociologia della domenica, e rigorosamente priva di metafisica. La scienza… beh, la scienza e la tecnica sono anni luce più avanti di mezzo secolo fa; però sono assai più tecnica che scienza; e tecnica eterodiretta. Di conseguenza, il cinema è narrazione di banalità quotidiane, quando non esposizione di depressione spacciata per cultura.
Si ripete spesso che quella deprimente è una cultura di sinistra; pare però un modo di dire, e si tratta di una piccola cultura piccolissimo borghese, senza alcuna tensione ideale, e tanto meno passioni. Senza passione e senza tensioni non c’è poesia: un’arte che è andata persa, sia per contenuti sia, soprattutto, per forma. E anche la religione, diciamo la verità, è scarsa di spirito (sostituito con una non meglio definita “spiritualità”) e sporadica di teologia.
È proprio contro questa culturella depressa che bisognerebbe reagire, e vedere qualcosa di energico, di tragico, di epico, di alto e di umano. Tutto vero? Sarà vero, però siamo proprio sicuri che la colpa sia sempre e solo degli altri, di qualsiasi altro? Ebbene, siccome io conto molti decenni, posso ricordare quando “a destra” eravamo povera gente, e guardata male, e derisa, e perseguitata, e senza soldi; però uscivano libri molto seri e meritevoli di discussioni e tavole rotonde; e riviste innovatrici; e non dimentichiamo il Secolo, su cui i miei modestissimi contributi compaiono dal 1976. E si passavano le notti a discutere; e i congressi di partito erano anche accesissimi confronti ideologici. Forse molti ricorderanno; e ci vorrebbe una storiografia su quegli anni.
Ed erano anni difficilissimi. Poi arrivarono i cinque milioni e mezzo di voti del Msi-Dn 1994; e, cosa che sulle prime apparve miracolosa, ministri e sottosegretari di quattro governi di centrodestra, dal 1994 al 2011; e il trionfo del 2022. Tutto vero, tutto storico, tutti numeri. Però… c’è sempre un però, nella vita. Esce il Secolo, come leggete; libri e riviste, omissis; cinema e tv, non pervenuti. Il film su Todaro… per apprendere che era un combattente e Caduto in battaglia, abbiamo dovuto attendere i titoli di coda, se no si capiva tutt’altra cosa.
Combattente della guerra 1940-3, Todaro. E già, c’è una palese scarsezza di storia, con qualche reinvenzione del passato. Il 17 marzo 1861, scusate la pignoleria, non venne proclamata “l’unità d’Italia”, ma una legge sancì il titolo di re d’Italia. È perfettamente lecito avere simpatia o meno per Vittorio Emanuele II e i Savoia in genere; meno lecito è fare finta che quel giorno non ci fosse nessun Vittorio Emanuele e nessun trono. E nemmeno si può sorvolare sugli anni dal 1922 al 1943… e poi 1945. O insinuare che le donne nel 1946 abbiano votato repubblica o monarchia, giacché ogni signora singolarmente votò come pareva a lei, esattamente come i maschi. I numeri sono numeri!
A proposito, anche i fatti del 1859-61 non sono così lineari come si legge nel libro Cuore. E anche quelli, sarebbe ora di raccontarli per come andarono. L’unico film spudorato su quei tempi, quello del compianto Squitieri, lo si può vedere solo in modalità semiclandestina. C’è il Gattopardo film, molto più famoso che capito; e il libro richiede continui sforzi di filologia.
E anche il presente, il tempo attuale 1945-2026, mica può essere ridotto a casuale somma di vicende amorose fugaci. Ci sono infiniti misteri d’Italia da raccontare in modo politicamente scorretto, a parte le cerimonie ufficiali. Ci sono storie politiche e umane di partiti italiani che furono nel 1946 e non esistono più dal 1990; e invece nella cultura ufficiale se ne parla come fossero vivi e vegeti e vicini di pianerottolo.
Ebbene, qui delle due è l’una: o io sono disinformato, e allora spiegatemi; oppure io ho ragione, e la cultura difetta; almeno la cultura come la intendo io. E non si salva la cultura di destra. Ci saranno, in giro, persone di cultura di destra: poeti, filosofi, romanzieri, registi, soggettisti, parolieri, giornalisti, vignettisti… Ma sì, ce ne saranno, ci sono. Forse quello che non c’è a sufficienza è l’organizzazione della cultura; un intelligente mecenatismo come nei secoli passati dei papi e dei re e duchi.
Non servono eroici lupi solitari autoreferenziali; e idee che restano tali, e nessuno se le fila. E rari libri che è miracolo se ottengono una recensione. Servirebbe una rete, una cooperazione, e non degli orticelli recintati e impenetrabili. Mi basta ora un soffio sulla politica culturale delle realtà comunali e regionali di centrodestra; quella della mia Calabria in particolare, su cui stendo un velo. Ora, se qualcuno pensa che quanto scrivo sia frutto di mio malumore, ebbene sappia che è esattamente così, malumore. E mi piacerebbe che replicasse, questo qualcuno.