Sinistra lontana dalla realtà
Parisi bacchetta (e smentisce) Schlein: “Sulle basi Usa la Costituzione non c’entra”
L’ex ministro della Difesa corregge la segretaria: «Siamo alle solite. Alla lettura dell’articolo 11 della Costituzione limitata alle prime cinque parole. Solo l’omissione delle altre cinquantaquattro parole di quella che è una frase unica può giustificare il “no alla guerra” del rumoroso e strumentale pacifismo da piazza, così come del sincero e silenzioso desiderio del cuore»
A smentire, anche oggi, la linea di Elly Schlein, non è un avversario politico. È Arturo Parisi, uno dei padri fondatori dell’Ulivo, ex ministro della Difesa, protagonista di trent’anni di storia del centrosinistra italiano. Non esattamente un falco della destra atlantista. Eppure è proprio lui, in un’intervista al Foglio, a rimettere ordine nel dibattito sulle basi militari americane in Italia, diventato nelle ultime ore terreno di scontro politico dopo le accuse dell’opposizione al governo Meloni.
Il richiamo che arriva da casa Pd
La segretaria del Pd sostiene che l’uso delle basi Usa possa violare la Costituzione. Una tesi che Parisi liquida con la pacatezza di chi conosce bene la materia. «Quanto alle basi, regolate in modo stringente da trattati bilaterali, non è la Costituzione a vietarne l’uso ma il fine dell’uso». Un dettaglio non secondario, soprattutto per chi ambisce a guidare il governo di un Paese che ospita alcune delle principali infrastrutture strategiche della Nato.
Il cuore della questione, secondo Parisi, è un vecchio vizio della politica italiana: citare la Costituzione a metà. «Siamo alle solite. Alla lettura dell’articolo 11 della Costituzione limitata alle prime cinque parole. Solo l’omissione delle altre cinquantaquattro parole di quella che è una frase unica può giustificare il “no alla guerra” del rumoroso e strumentale pacifismo da piazza, così come del sincero e silenzioso desiderio del cuore». Una frase che fotografa con precisione chirurgica il clima politico di questi giorni. Perché nel dibattito parlamentare sulla crisi mediorientale la linea dell’opposizione si è spesso ridotta a un generico rifiuto della guerra, senza distinguere tra aggressione, difesa e cooperazione internazionale. Una semplificazione che, nelle relazioni internazionali, rischia di trasformarsi rapidamente in un esercizio retorico.
Il modello Sánchez che non convince
Non a caso nel dibattito italiano è tornato più volte il nome del premier spagnolo Pedro Sánchez. Elly Schlein lo cita spesso come prova che esiste una sinistra capace di governare e sfidare i poteri globali. Il problema è che Sánchez non fa che vendere narrazioni. E da questa parte delle Alpi qualcuno continua a comprarla con entusiasmo, soprattutto dopo il rifiuto, in pubblico ma non in privato, di utilizzare le basi spagnole per le operazioni americane in Iran.
Il caso è emblematico. «Negare l’uso delle basi in territorio iberico è un nostro diritto in quanto Paese sovrano», ha dichiarato il premier socialista. Parole forti, certo. Nel frattempo, però, dalle piste della base navale di Rota continuavano a decollare velivoli militari statunitensi. Secondo quanto emerso dalla stampa spagnola, almeno due navi e una decina di aerei sono partiti negli ultimi giorni verso il Medio Oriente. Tra questi due KC-130J Super Hercules, piattaforme fondamentali per il rifornimento in volo, diretti nel Mediterraneo orientale. Il 4 marzo, come aveva già riportato ieri Il Secolo d’Italia, un C-17 Globemaster III ha lasciato la base andalusa alle 21.00. Prima tappa Sigonella, in Sicilia. Poi rotta verso Camp Lemonnier, a Gibuti. Non esattamente il traffico di un aeroporto chiuso per protesta.
Elly, bisogna distinguere gli slogan dalla realtà
La spiegazione, in realtà, è semplice. Come ha ricordato il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, i trattati che regolano l’utilizzo delle basi statunitensi in Italia e in Spagna sono sostanzialmente identici. Le limitazioni concordate riguardano operazioni «non cinetiche». Tutto il resto rientra nella cooperazione militare prevista dagli accordi Nato. In sostanza Madrid non ha cambiato nulla. Ha solo costruito una narrativa politica attorno a un meccanismo che continua a funzionare esattamente come prima.
E anche Parisi, dal canto suo, evita accuratamente di trasformare quella posizione in un paradigma. La sua riflessione va in un’altra direzione: quella della responsabilità e della necessità di distinguere proprio tra slogan e scelte strategiche. Cosa che, a quanto pare, in casa Pd non tutti riescono a fare.