L'analisi
Malagiustizia, quanto ci costi. Ecco perché separare le carriere è anche “un affare” economico
Ridurre gli errori significa ridurre i costi. Se ogni anno si spendono quasi 30 milioni di euro solo per l’ingiusta detenzione, anche una riduzione significativa di questi casi produce un risparmio immediato per le finanze pubbliche
Per troppo tempo si è detto che la separazione delle carriere fosse un tema “da addetti ai lavori”. In realtà è esattamente il contrario: è una riforma che incide direttamente sui costi economici della giustizia, perché interviene sul punto in cui il sistema oggi genera più danni, cioè gli errori giudiziari. I numeri sono inequivocabili. In Italia ogni anno centinaia di persone finiscono in carcere da innocenti. Solo nel 2024 sono state presentate 1.154 richieste di risarcimento per ingiusta detenzione, e 505 casi sono stati riconosciuti come errori effettivi, cioè persone che non dovevano essere private della libertà. In media, negli ultimi anni, si parla di circa 460 casi all’anno.
Questo non è solo un problema giuridico o umano. È un costo economico diretto. Nel 2024 lo Stato ha pagato 26,9 milioni di euro per risarcire chi è stato detenuto ingiustamente. Se si guarda al periodo 2018–2024, il conto complessivo supera i 220 milioni di euro.
E questi sono solo i costi della detenzione ingiusta. A questi si aggiungono i risarcimenti per processi inutili, per errori giudiziari veri e propri e per la durata eccessiva dei procedimenti. Il risultato è un drenaggio strutturale di risorse pubbliche che non produce alcun beneficio, ma deriva esclusivamente da errori del sistema. Il punto politico è qui: questi errori non sono casuali. Sono il prodotto di un meccanismo in cui il rapporto tra accusa e giudice è troppo debole, troppo permeabile, troppo poco bilanciato.
Basta un dato per capirlo. Tra il 2018 e il 2024, a fronte di 3.233 casi di ingiusta detenzione riconosciuti, le sanzioni disciplinari ai magistrati sono state appena 5, cioè lo 0,15% dei casi . Questo significa che il sistema non ha strumenti efficaci di autocorrezione. E quando un sistema non si corregge, continua a produrre errori. E quindi costi.
La separazione delle carriere interviene esattamente su questo nodo. Oggi chi accusa e chi giudica appartengono allo stesso ordine, condividono percorsi e cultura professionale. Questo riduce, nei fatti, la distanza tra accusa e giudizio. E quando la distanza si riduce, aumenta il rischio che il controllo sull’accusa sia meno rigoroso. Non è un caso che il momento più delicato sia quello delle misure cautelari, cioè quando si decide di limitare la libertà personale prima ancora di una condanna. È lì che si concentrano gli errori più gravi, quelli che poi costano milioni allo Stato.
Separare le carriere significa rafforzare il ruolo del giudice come soggetto realmente terzo, che valuta in modo più rigoroso le richieste dell’accusa. Significa aumentare il livello di controllo sulle decisioni che incidono sulla libertà delle persone. E quindi ridurre gli errori.
Ridurre gli errori significa ridurre i costi. Se ogni anno si spendono quasi 30 milioni di euro solo per l’ingiusta detenzione, anche una riduzione significativa di questi casi produce un risparmio immediato per le finanze pubbliche. E soprattutto evita un danno economico più ampio: perdita di lavoro, reputazione, produttività delle persone coinvolte.
C’è poi un effetto ancora più rilevante. Un sistema che sbaglia meno è un sistema più credibile. E un sistema più credibile riduce il contenzioso, aumenta la fiducia e rende il Paese più attrattivo. Gli studi economici mostrano chiaramente che la qualità e l’imparzialità della giustizia incidono direttamente sugli investimenti e sulla crescita. La separazione delle carriere, quindi, non è una battaglia ideologica. È una riforma che incide su una variabile economica precisa: il costo dell’errore giudiziario. Meno errori, meno spesa pubblica, più fiducia. Ed è per questo che il Sì non è solo una scelta di principio. È una scelta di efficienza. E, soprattutto, di responsabilità verso i cittadini e verso le risorse dello Stato.