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Iran Khamenei vivo

Escalation regionale

L’Iran ammette: il figlio di Khamenei è stato ferito nei raid. Notte di bombe su Israele e contro basi Usa

La nuova Guida Suprema iraniana è ancora in vita mentre Teheran risponde con missili contro asset americani in Medio Oriente e prende di mira Tel Aviv. Il conflitto si estende a macchia d'olio e il bilancio dei militari Usa feriti sale a 140

Esteri - di Alice Carrazza - 11 Marzo 2026 alle 09:08

Mojtaba Khamenei è sano e salvo” nonostante le ferite, ha scritto su Telegram Yousef Pezeshkian, figlio del presidente iraniano Masoud Pezeshkian e consigliere del governo. La dichiarazione arriva mentre attorno alla nuova Guida Suprema si addensano versioni divergenti: secondo fonti iraniane citate dal New York Times, il successore sarebbe rimasto ferito alle gambe nei bombardamenti su Teheran dei primi giorni di guerra e da allora avrebbe drasticamente ridotto ogni comunicazione per evitare di essere localizzato. L’assenza pubblica del giovane leader, nominato tre giorni fa dopo l’uccisione del padre Ali Khamenei, pesa oltre il dato personale. In un sistema costruito sulla centralità degli ayatollah, il vuoto visivo e politico al vertice si riflette sulla tenuta del regime. Eppure, Teheran non ha intenzione di terminare questa guerra.

Missili su asset Usa e su Israele

Nelle ultime ore sono infatti partiti missili contro strutture statunitensi in Medio Oriente e contro Israele. Channel 12 ha riferito di diversi feriti negli attacchi iraniani vicino a Tel Aviv, mentre milioni di israeliani sono tornati nei bunker al suono assordante delle sirene. Non è un episodio isolato, ma il segnale che l’Iran conserva ancora capacità di proiezione malgrado quasi due settimane di offensive occidentali.

Riad ha annunciato di aver intercettato sette missili balistici iraniani. Lo Stato ebraico, dal canto suo, ha colpito la periferia sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah, confermando che il conflitto non si esaurisce nello scontro diretto con “la testa del serpente” ma coinvolge l’intero sistema di alleanze e milizie che da anni definisce gli equilibri regionali.

Il costo per Washington

Il Pentagono ha aggiornato a circa 140 il numero dei soldati statunitensi feriti dall’inizio della guerra. La maggior parte avrebbe riportato lesioni lievi, mentre otto restano in condizioni gravi. In precedenza le autorità americane avevano già comunicato la morte di sette militari in Kuwait e Arabia Saudita. Il nuovo bilancio rende più difficile per la Casa Bianca sostenere che il conflitto resti circoscritto e sotto controllo.

Donald Trump ha minacciato Teheran di significative “conseguenze militari” se dovesse minare lo Stretto di Hormuz, passaggio decisivo per il traffico energetico globale. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha reso noto di aver distrutto 16 navi posamine iraniane vicino allo stretto, in un’azione preventiva che conferma quanto la sicurezza marittima sia ormai uno dei cardini della crisi.

Hormuz, Beirut, Teheran: la guerra dei nodi strategici

Il blocco di fatto delle rotte attraverso Hormuz ha colpito il cuore del commercio petrolifero mondiale, anche se i mercati, dopo l’impennata iniziale, hanno scommesso su una possibile de-escalation. Ma sul terreno i segnali vanno nella direzione opposta. Nuove esplosioni sono state udite nella notte tra martedì e mercoledì a Teheran, nel nord e nell’ovest della capitale. In Iran, intanto, le autorità hanno avvertito che le forze di sicurezza sono pronte a reprimere eventuali proteste interne: “Tutte le nostre forze di sicurezza hanno il dito sul grilletto”, ha detto il capo della polizia Ahmadreza Radan.

Sul fronte libanese, il governo di Beirut riferisce di 759.300 sfollati e di quasi 500 morti da quando Hezbollah è entrato nella guerra regionale il 2 marzo. L’intreccio fra pressione militare, crisi della successione iraniana e minaccia alla navigazione nel Golfo spinge il conflitto fuori dalla dimensione bilaterale e lo riporta alla sua natura originaria: una contesa per l’ordine regionale. Il prossimo passaggio dipenderà da due variabili ancora aperte, entrambe decisive: la reale capacità di comando di Mojtaba Khamenei e la scelta di Washington se contenere l’escalation o trasformarla in una campagna più ampia.

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di Alice Carrazza - 11 Marzo 2026