La nascita del processo
Le radici antiche di una giustizia più moderna: il mito di Oreste e i giudici scelti per sorteggio
Eschilo racconta il momento in cui la giustizia smise di essere vendetta e divenne ragione ed equidistanza. Una lezione che oggi vale la pena riscoprire, anche alla luce del referendum
Quasi 2500 anni fa la giustizia smise di essere vendetta e divenne ragione ed equidistanza. La nascita del processo contemporaneo non prende forma nei codici moderni, né nelle costituzioni contemporanee, ma affonda le sue radici nella tragedia greca, nel cuore pulsante dell’identità indoeuropea. Esempio e punto cardinale è il processo a Oreste, raccontato da Eschilo nell’Orestea, rappresentata nel 458 a.C., e ancora oggi sorprendentemente attuale.
La nascita del processo nel mito di Oreste
La storia è nota: Oreste uccide la madre Clitennestra per vendicare il padre Agamennone. Un delitto che genera un altro delitto, dentro una catena infinita di sangue. Le Erinni, divinità della vendetta, lo perseguitano per il matricidio, incarnando quella funzione accusatoria che nel mondo moderno appartiene al pubblico ministero. In quel mondo la giustizia è risposta privata, necessaria, feroce. Sangue chiama sangue. Ma qualcosa muta.
Quando Oreste, braccato e disperato, chiede aiuto agli Dei, non si apre un nuovo ciclo di vendetta, non viene assecondata la sete di sangue. Atena rifiuta di giudicare da sola e istituisce un tribunale, l’Areopago, scegliendo in seguito all’assunzione della consapevolezza del limite: una colpa così grave non può essere risolta da un giudizio solitario. Per la prima volta, la decisione viene affidata a un collegio di giudici: nasce il processo.
I giudici scelti per sorteggio: le radici antiche della modernità
Accusa e difesa si confrontano, le Erinni sostengono la colpa, Apollo difende Oreste, i dodici giudici – scelti per sorteggio tra i cittadini – sono chiamati a decidere. Il verdetto nasce da un voto libero e terzo. I magistrati si dividono, sei per la condanna e sei per l’assoluzione. È Atena a sciogliere la parità, introducendo un principio destinato a durare nel tempo: nel dubbio si assolve. Si afferma così, già in forma embrionale, quel “favor rei” che attraverserà i secoli sino a giungere ai giorni nostri. La giustizia esce così dalla sfera privata e si consegna alla polis, la vendetta viene sottratta alla spirale infinita della ritorsione e ricondotta entro un ordine. Le istituzioni della città si impongono sulle dinamiche del ghenos, ponendo un limite alla violenza e rendendo possibile una convivenza civile.
La giustizia si radica in un ordine condiviso
È la nascita della giurisdizione, del giudice terzo, della decisione collegiale. Si afferma un principio di equilibrio: la giustizia si radica in un ordine condiviso. Le Erinni, inizialmente ostili e ora indirizzate e forse anche appagate, vengono trasformate in Eumenidi. Restano, ma cambiano funzione. La forza persecutrice non scompare, viene incanalata, le viene data una struttura. Passare dalla pulsione alla regola e dal conflitto alla decisione segna l’inizio di un percorso che attraversa i secoli. Ed è qui che il mito incontra il presente.
Dove il mito incontra il presente
Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026 si inserisce in questa traiettoria. I temi al centro del confronto – l’equilibrio tra accusa e difesa, la terzietà del giudice, il ruolo degli organi di autogoverno, i criteri di selezione richiamano questioni che accompagnano la storia stessa della giustizia. Non a caso, torna il tema del sorteggio. Nella democrazia ateniese la klerosis, il sorteggio, rappresentava una garanzia contro le fazioni e le concentrazioni di potere. Il giudice non doveva essere prevedibile, né riconducibile a interessi o partigiano per questioni personali. Il sorteggio assicurava imparzialità e partecipazione, evitando che la decisione fosse condizionata da fattori esterni.
La lezione di Eschilo
La domanda, tuttavia, resta la stessa: come si garantisce una giustizia imparziale? Le Erinni, nel mito, temono il processo perché temono il limite che esso introduce. Temono che la mediazione attenui la punizione, che il confronto sostituisca la certezza della vendetta. Temono l’intermediazione, il non avere più lo stesso peso. È una tensione che attraversa anche il dibattito odierno, dove ogni riforma incontra resistenze, timori, richiami alla conservazione dell’esistente, spesso accompagnati da rappresentazioni allarmistiche.
La lezione di Eschilo si muove in un’altra direzione, opposta. La giustizia prende forma dentro un equilibrio complesso, costruito, mai definitivo, statico e stagnante. Il processo consente di governare il conflitto, non restituisce una verità assoluta. Trasforma la violenza in confronto, la vendetta in decisione, il caos in ordine. È il “nuovo canto” che Atena insegna alle Erinni.
A distanza di 2500 anni, quella lezione continua a interrogarci. Ogni riforma, ogni scelta affidata agli elettori, richiama quella tensione originaria tra forza e regola, tra impulso e misura, riapre il vaso della paura, spesso indotta strumentalmente. Il referendum riguarda l’idea di giustizia che si intende sostenere, non riguarda soltanto norme e meccanismi. È una visione del mondo e dello Stato, un argine alle distonie degli ultimi decenni. Per comprenderlo fino in fondo, resta utile tornare a quel primo processo, quando gli uomini smisero di vendicarsi e iniziarono a giudicare. In maniera terza, imparziale e, soprattutto, sotto l’occhio vigile degli Dei.