L'intervista
«L’arte non è al di sopra della legge, ma il mio calvario giudiziario si è basato su accuse infondate». Parla Giovanni Gasparro
L'artista, riconosciuto come uno dei massimi esponenti dell'arte sacra, è stato assolto dall'accusa di antisemitismo dopo sei anni di vicenda giudiziaria con tratti assurdi: archiviato a Milano è comunque finito a processo a Bari
Sei anni di calvario giudiziario con l’accusa infamante di «istigazione all’odio razziale, etnico e religioso», poi finalmente pochi giorni fa l’assoluzione con formula piena da parte del Tribunale di Bari perché «il fatto non sussiste». Una sentenza «liberatoria» la definisce Giovanni Gasparro, artista barese pluripremiato, classe 1983, considerato fra i più rappresentativi dell’arte sacra figurativa e definito da Vittorio Sgarbi «l’ultimo caravaggesco», ma ugualmente finito a processo per antisemitismo proprio in relazione a un suo dipinto, il Martirio di san Simonino da Trento, e ad alcuni commenti postati sotto l’opera su Facebook. Era il 2020. Gasparro non ha mai rivendicato la “licenza artistica” come scudo per vilipendere o incitare all’odio: «L’arte non costituisce un alibi per azioni indegne». Semplicemente, rivendica, non era il suo caso. Ma per dimostrarlo in via definitiva ci sono voluti sei anni – con un costo anche umano altissimo – nonostante già nel 2022 ci fosse stata un’ordinanza di archiviazione emessa dal Gip di Milano, dove Gasparro si era ritrovato a processo prima che a Bari.
Com’è iniziata la sua vicenda giudiziaria?
«In estrema sintesi, ho realizzato il dipinto Martirio di san Simonino da Trento fra il 2018 ed il 2019. L’opera, mai esposta fisicamente in mostre o musei, è stata pubblicata online nel marzo del 2020. All’indomani della pubblicazione fui denunciato dai vertici della Comunità ebraica italiana e da allora è iniziato un calvario giudiziario. Per l’esattezza le denunce erano due, una a Milano e una a Roma, poi passata a Bari. Nella mia città sono stato rinviato a giudizio e assolto con la sentenza dello scorso 12 marzo. I giudici baresi hanno confermato quanto stabilito già nel 2022 nell’ordinanza di archiviazione del Gip di Milano, dove ero imputato per il medesimo dipinto. Oltretutto lì era stato proprio il pm a chiedere l’archiviazione poi accolta dal Gip».
Qual è stata la sua prima reazione dopo l’assoluzione?
«Dopo sei anni di grande tribolazione per me e la mia famiglia ho avvertito che fosse stata fatta finalmente giustizia. Già durante le fasi dibattimentali – il mio interrogatorio da imputato e quelli dei testimoni – avevo percepito quanto la verità fosse emersa con tutta la sua forza dirompente e le accuse che mi venivano mosse fossero deboli, infondate e pretestuose nella loro grave falsità. Ma il pronunciamento della formula assolutoria “perché il fatto non sussiste” da parte dei giudici – il Tribunale era in composizione collegiale – è stato davvero forte, emotivamente. Il Pubblico ministero chiedeva per me sei mesi di reclusione. Da cittadino onesto e innocente, è stata una liberazione indescrivibile perché affatto scontata».
Pensa che il suo caso possa diventare un pericoloso precedente per l’espressione artistica in generale? Si può dissuadere un artista dal rappresentare qualcosa e un’opera d’arte può incitare all’odio?
«Non so rispondere al primo quesito. Nei secoli passati ci sono tanti i casi eclatanti di artisti finiti a processo per i contenuti della propria arte, da Paolo Veronese a El Greco, da Caravaggio, anche se per un omicidio, a Egon Schiele. In epoca recente è davvero raro. Una cosa è certa: non sono fra quanti ritengono che gli artisti siano al di sopra della legge. Se davvero usano le proprie opere per dileggiare, incitare all’odio e alla violenza o altre turpi azioni, penso che debbano essere indagati o finanche processati. Non si può valicare il limite come purtroppo spesso fanno artisti smaccatamente provocatori e blasfemi con iconografie care al cattolicesimo. L’arte non costituisce un alibi per azioni indegne. Ma il mio caso è parso sin da subito come una forzatura. Opere antiche con il medesimo soggetto sono esposte in chiese, musei e biblioteche di mezza Europa: Simonino è stato venerato come compatrono di Trento per mezzo millennio ed effigiato anche da artisti di grande fama. Pertanto l’ho vissuto come gravissimo atto censorio verso un’opera artistica e i suoi contenuti, nonché verso alcuni miei commenti banalmente esplicativi, che non incitavano all’odio verso chicchessia e non volevano fare propaganda antisemita. Come poi è stato riconosciuto anche dai giudici».
Dopo questa vicenda, cambierà qualcosa nel suo modo di fare arte?
«Lo stigma di antisemita e la feroce campagna mediatica mi hanno addolorato moltissimo e hanno avuto ripercussioni indicibili sul piano personale e professionale. Ma non cambierei nulla di ciò che ho fatto e farò in futuro, artisticamente. Mi sono mosso sempre nella legalità e nella correttezza sul piano artistico, nella scelta iconografica e nello studio delle fonti storiche e teologiche. Io dipingo prevalentemente arte sacra e mi interessa, sovente, riproporre iconografie desuete e rare. Così è stato anche per il dipinto oggetto del contenzioso. Come detto in sede di interrogatorio ai giudici, ho dipinto Martiri cristiani uccisi in odium fidei da soggetti delle più disparate confessioni religiose e non ero mai stato denunciato prima. Sicché continuerò a fare ciò che gli artisti hanno fatto per due millenni d’arte cristiana».
Lei è uno dei massimi esponenti dell’arte sacra, pensa che oggi possa ancora avere un’utilità che vada oltre l’estetica?
«Credo fermamente di sì. L’arte può elevare lo spirito dell’uomo anche oggi. Malgrado l’evidente decadimento delle arti sacre – si pensi anche alla musica liturgica attuale – che hanno perso progressivamente il mordente, almeno da fine ‘800, sino alla radicale rottura con la tradizione avvenuta in seno al Concilio Vaticano II e in accoglimento delle istanze e del clima di quell’assise. Oggi la sfida di chi vuole fare arte sacra è proprio quella di ritrovare forme mature e comprensibili, rigettando l’opzione aniconica di derivazione protestante – mutuata dall’ebraismo e dall’Islam – in unità con il messaggio salvifico del cattolicesimo. Le esperienze che ho maturato in questi anni in chiese e basiliche di tutto il mondo mi hanno mostrato quanto questo sia ancora possibile e sortisca effetti spirituali sui fedeli».
Secondo lei l’arte può essere un indicatore della salute spirituale di un’epoca?
«Tutte le arti sono l’indicatore per antonomasia della salute spirituale, morale e civile dell’epoca che le ha generate. Oggi guardiamo ai fondi oro del glorioso Medioevo e ne percepiamo tutto l’afflato mistico. Di recente la grande mostra di Palazzo Strozzi e del Museo di san Marco a Firenze dedicata al Beato Angelico ha trasformato in fenomeno popolare un interesse degli studiosi per un’arte che sarebbe stata inconcepibile in un altro frangente storico. Così il Barocco ha le sue peculiarità e ci mostra il modo di sentire e vivere la spiritualità tra XVII e XVIII secolo. Una certa arte contemporanea, tanto cara al sistema mercantile, con il plauso compiaciuto di un sistema critico e museale ad esso subordinato, è evidentemente il riverbero di una società che ha smarrito Dio. Dal secolo XX continuiamo a proporre modelli di nichilismo e abbrutimento che sono la rappresentazione plastica del vuoto di pensiero. Perché se “Dio è morto”, l’arte cerca lo “spirituale” in un altrove mondano e perverso».
L’oggetto delle sue opere è quasi sempre il sacro, mentre dipinge riesce a vivere una sorta di esperienza spirituale?
«Vivo l’esperienza ideativa e realizzativa delle mie opere con un trasporto sacrale. Non eseguo le opere in modo meccanico e svincolato dal contenuto dei dipinti. Pertanto ogni rappresentazione del sacro coincide con un sentimento mistico che necessita di essere estrinsecato. La creazione manuale è rafforzata dall’orazione. Lo studio preliminare delle fonti storiche diviene motivo di accrescimento e di consapevolezza. Tutto si tiene. Io sono il primo a beneficiarne».
Nell’arte moderna e contemporanea ritrova bellezza, tecnica, simmetria, estetica, simbolismo?
«Come detto, una certa arte contemporanea – non mi piace generalizzare perché esistono ancora autori ammirevoli – si è volutamente emancipata dai concetti di armonia, simmetria, bellezza, rigore tecnico e via discorrendo. È una scelta di campo che ha le sue basi nella ricerca teosofica e spiritualista di fine ‘800 e inizio ‘900, nelle ideologie neopagane dei movimenti nazi-fascisti come nelle teorie anticlericali socialiste e comuniste. Oggi abbiamo i pronipoti di quella pletora di artisti “d’avanguardia” che continuano a proporre in modo manierato le idee dei loro avi, con la bizzarra naïveté di chi è convinto di creare qualcosa di originale, innovativo, provocatorio. A parer mio è solo una riproposizione di modelli stanchi. Un manierismo del brutto fine a sé stesso».