Il fronte delle spie
La lunga caccia degli 007 israeliani a Khamenei: «Conoscevamo Teheran come Gerusalemme»
Dietro l’attacco che ha ucciso la Guida suprema iraniana c’è una rete di intelligence costruita per anni. Tecnologia, infiltrazioni e decisioni politiche hanno aperto uno scenario inedito nel confronto mediorientale
Prima ancora che i jet decollassero, Teheran era già stata mappata nei dettagli. Non solo nei quartieri del potere, ma anche nelle abitudini più banali: i parcheggi delle auto, gli orari dei turni delle scorte, i percorsi quotidiani dei funzionari. Secondo diverse fonti dell’intelligence citate in un’analisi pubblicata sul Financial Times da James Shotter, una parte significativa di queste informazioni proveniva da un sistema di sorveglianza digitale penetrato negli anni.
Occhi invisibili su Teheran
Le telecamere del traffico della capitale iraniana, compromesse da tempo, trasmettevano immagini cifrate verso server controllati da Israele. Alcune inquadrature si sono rivelate particolarmente preziose. Permettevano di osservare con continuità l’area di via Pasteur, centro politico della Repubblica islamica, dove si trovava l’ufficio dell’ayatollah Ali Khamenei.
Il valore non stava nelle immagini isolate ma nella loro accumulazione. Incrociando flussi video, dati telefonici e informazioni raccolte da agenti sul campo, gli 007 israeliani hanno costruito ciò che nel gergo operativo viene definito un “pattern of life”: una mappa dettagliata delle routine quotidiane.
«Conoscevamo Teheran come conosciamo Gerusalemme», ha detto un attuale funzionario dell’intelligence israeliana. «E quando conosci un luogo bene come la strada in cui sei cresciuto, noti anche la più piccola cosa fuori posto».
L’ingegneria dei bersagli
Questa infrastruttura informativa non nasce all’improvviso. È il risultato di una strategia costruita negli ultimi vent’anni, alimentata dalla collaborazione tra diverse strutture dell’apparato di sicurezza israeliano: l’unità di intelligence dei segnali Unit 8200, il Mossad e l’intelligence militare.
La quantità di dati raccolti è tale da richiedere strumenti matematici avanzati. Lo Stato ebraico utilizza modelli di analisi delle reti sociali per esaminare miliardi di connessioni e individuare nodi decisionali nascosti, figure meno visibili ma centrali nei processi di comando.
Il risultato è un sistema che produce continuamente obiettivi. «Nella cultura dell’intelligence israeliana, l’individuazione dei bersagli è la questione tattica più essenziale: è progettata per rendere possibile la strategia», ha spiegato Itai Shapira, generale di brigata della riserva e veterano dell’intelligence. «Se il decisore politico stabilisce che qualcuno deve essere assassinato, in Israele la cultura è: “Noi forniremo l’intelligence per il targeting”».
Il momento politico
L’operazione che ha portato alla morte di Khamenei non è stata però soltanto il prodotto di un sistema tecnologico efficiente. È stata soprattutto una decisione politica.
Dalle fonti citate dal Financial Times, i servizi israeliani e statunitensi avevano confermato che la Guida suprema avrebbe partecipato a una riunione con diversi dirigenti del regime nei suoi uffici di Teheran un sabato mattina. Un’occasione rara: colpire in un solo momento una parte significativa della leadership iraniana.
Aspettare l’inizio formale di una guerra avrebbe reso l’operazione molto più difficile. I vertici della Repubblica islamica si sarebbero rapidamente rifugiati nei bunker sotterranei progettati per resistere alle bombe.
Un elemento ha rafforzato la certezza dell’intelligence. Gli americani disponevano di una fonte umana interna, secondo persone informate sulla vicenda. Un tassello decisivo per confermare la presenza del bersaglio.
Neutralizzare gli occhi iraniani
Quando i velivoli israeliani hanno raggiunto la zona operativa, una parte della difesa iraniana era già stata disattivata. Nelle ore precedenti erano stati disturbati alcuni componenti delle torri di telefonia mobile attorno a via Pasteur, rendendo difficile qualsiasi comunicazione d’emergenza. Allo stesso tempo operazioni informatiche e attacchi di precisione avevano ridotto la capacità dei radar iraniani di individuare la minaccia.
«Abbiamo eliminato prima i loro occhi», ha detto un funzionario dell’intelligence. I piloti hanno quindi lanciato munizioni guidate a lunga distanza, capaci di colpire bersagli molto piccoli anche da oltre mille chilometri.
Vent’anni di strategia
Per molti analisti il successo tattico dell’operazione è il punto di arrivo di due dinamiche storiche. La prima risale al 2001, quando il primo ministro Ariel Sharon ordinò al capo del Mossad Meir Dagan di concentrare l’attenzione sull’Iran. «Tutto ciò che il Mossad sta facendo va bene. Ma ciò di cui ho bisogno è l’Iran. Quello è il tuo obiettivo».
La seconda svolta arriva dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Da allora, all’interno di Israele, è cambiato anche il tabù politico che per decenni aveva limitato l’eliminazione diretta di leader stranieri. Secondo l’ex funzionaria del Mossad Sima Shine, le operazioni riuscite degli ultimi anni hanno creato una dinamica difficile da fermare. «In ebraico diciamo: “Con il cibo viene l’appetito”», ha detto. «In altre parole, più ne hai, più ne vuoi».